Dic 2, 2013 - Senza categoria    No Comments

Epilogo…

Bene cipputi cari, siamo in dirittura d’arrivo. Se siete arrivati fin qui leggendo i capitoli precedenti significa che la mia storia vi è piaciuta o perlomeno vi ha interessato o divertito. Aggiungo ora i capitoli finali, facenti parte della seconda parte del libro, per arrivare poi all’epilogo. Non so se ci rivedremo ancora su questo blog; nel caso, potete sempre chiedere di Tony Stantuffo su Facebook, o del mio autore alter-ego Simone Manservisi. La nostra vena creativa è tutt’altro che esaurita!

manservisi

PARTE SECONDA

Capitolo 19

Sono nato più di quaranta e meno di settanta anni fa. Eh sì miei cari cipputi, il tempo passa per tutti, anche per il vostro Tony Stantuffo. Un giorno morirò ma chi se ne frega, muoiono tutti! Non deve essere così terribile, altrimenti i milioni di milioni di morti prima di noi si sarebbero ribellati no!? Beh, non sono così idiota da affermare che il pensiero di lasciare questa vita non mi rattristi, però dal momento che sappiamo che la parabola va sempre in senso discendente, dovremmo essere abituati a convivere con l’idea dell’addio.

Sono arrivato ad un punto della montagna dove a forza di scalare mi sono accorto improvvisamente che non c’è più moltissima strada per arrivare in cima e se guardo in basso mi vengono le vertigini per i tanti ricordi che ho lasciato laggiù. Ho iniziato questa scalata tanti anni fa, quando sbocciavo alla vita e non potevo certo sapere che esistesse la morte. I giovani perdono per sempre l’innocenza quando imparano che prima o poi la nera signora arriverà anche per loro. Ricordate quando all’inizio della mia “fantastica” storia vi parlai di caducità della vita? No? Fa lo stesso.

Però nonostante siano passati tanti anni, ricorderete della visita di Arturo Emme. Bene, quel giorno, anzi, il giorno dopo, quando mi svegliai senza più la mia lunga criniera, superato lo shock iniziale, credetti di avere avuto un’illuminazione folgorante.

So di deludervi cari cipputi. So che se siete arrivati fin qui è perché eravate affascinati dalla diversità, sincerità e intelligenza che mi contraddistinguevano, ma anch’io in fin dei conti sono un uomo e benché mi tenessi lontano dal fiume, vi sono caduto dentro e la corrente mi ha trascinato dove mai avrei pensato di arrivare: nel mare dell’omologazione!

Vi giuro, sono così dispiaciuto che vi rimborserei il tempo che avete speso per leggermi.

Perdonatemi se potete!

Come sapete ero assolutamente a mio agio nel modo di vivere che avevo adottato prima della comparsa (materializzazione) della Dalila rappresentata da Arturo Emme. Quando tagliò i capelli di Sansone, come per un ironico maleficio il vostro ex mito iniziò la lenta decadenza che non lo portò a perire tra i filistei, ma lo fece divenire lui stesso un filisteo.

Perdonatemi vi prego!

Non so come ebbi quell’aberrante folgorazione. Forse feci un ragionamento sillogistico che mi permise di accostare Arturo Emme a Gino-Colui, le scarpe da tennis rosse del barbiere al quaderno rosso. “Segui la strada!” era stato scritto da P.G. (Pitigrilli Giovanni?) ed io mi misi a seguirla, perdendomi in quella sbagliata…

I capelli ricrebbero ma li mantenni sempre corti. Piano piano eliminai anfibi, pantaloni militari e bretelle e cominciai a vestire alla moda, a frequentare posti alla moda, a pensare alla moda.

Perdonatemi vi scongiuro!

Col passare degli anni pensai anche di trovarmi un lavoro, ma la mia brama autodistruttiva non arrivò mai a concretizzare una siffatta folle idea. Mi affezionai però a una ragazza e iniziammo una convivenza all’A10 (a proposito di folli idee!). Si chiamava Elettra. Non so dire se la amavo o se avevo invece paura di invecchiare nella solitudine quando le chiesi di venire a vivere con me, giuro che non l’ho mai capito. Abbiamo anche avuto un figlio, Simone, ma per parlarvi di lui dovrei scrivere un libro e dopo questo,  non avrò più tempo per scriverne un altro.

Le crisi depressive scomparvero completamente, tanto che mi persuasi di avere davvero fatto la scelta giusta seguendo quella strada. Insieme alle crisi scomparve anche la necrosi asfissiante benigna pleurica plurima così diminuii il numero di tumorette. Smisi di bere. Qualche birretta me la facevo sempre ogni tanto ma nei limiti di una umana tolleranza fisica. Smisi persino di rubare libri anche se mi ci volle un altro ricovero nel reparto S.L.C. dell’ospedale di Chimerona Utòpia e alcuni mesi di catalessi procuratami dall’assunzione di benzodiazepine. Persi pure interesse per i film di Selen e tutte le videocassette che avevo le regalai a mio figlio. Scoprii di avere simpatie per il Partito Viola…

Perdonatemi vi scongiuro!

 

 

Elettra era più giovane di me di molti anni, era minuta ma ben proporzionata, molto carina, sempre allegra e non particolarmente dotata di intelligenza. D’altronde bisogna accontentarsi ed in una donna la bellezza può in taluni casi sopperire all’intelligenza. Di una donna brutta ma intelligente non so che farmene.

Dopo alcuni anni di convivenza Elettra volle sposarsi. Simone era già grandicello. Stavo quasi per cadere nella trappola del matrimonio quando un cancro al cervello se la portò via. Rimasi solo a crescere mio figlio, però non mi pesò per niente. Anzi, fu solo grazie a lui se anni dopo, quando mi accorsi di avere sbagliato strada, non mi strinsi un cappio al collo.

Intanto l’Infame Orologio continuava con il suo incessante tic tac tic tac tic tac… Ormai non mi si distingueva più dalla massa, ero come una formica in un formicaio, ero uguale a tutti. Mangiavo, bevevo, dormivo, pensavo, fumavo, scopavo, leggevo, ridevo, piangevo, vestivo, cagavo come tutti. Ma ciò che più mi atterrisce, ripensandoci, mi pulivo il culo con la tecnica “da davanti”.

Era la fine.

 

Capitolo 20

… tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac ti tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac…

 

Capitolo 21

…tic tac tic tac tic tac…

Sono nato più di settanta anni fa.

Vi confesso che non avrei mai immaginato di vivere tanto a lungo, prima di tutto perché chi come me ha fatto per decenni una vita sregolata al massimo mette sempre in preventivo di fare presto le valigie e poi siccome di solito, come si dice, sono sempre i migliori ad andarsene per primi, io rientravo “teoricamente” nella categoria. Invece eccomi ancora qui.

Magari carissimi e fedeli cipputi vi sarebbe piaciuto se vi avessi raccontato qualche altro aneddoto o avventura. Ho tralasciato talmente tanti avvenimenti che avrei potuto scrivere un’enciclopedia, ma sento di non avere più niente da dire. Ho esaurito le parole. O le parole mi hanno esaurito, fa lo stesso.

Voglio solo dirvi due cose riguardo questi ultimi capitoli della mia vita.

Il residence l’ho venduto una decina d’anni fa a Cicciobello; io vivo, solo, sempre nel caro A10 (che è rimasto di mia proprietà) tra i milioni di libri della mia biblioteca. Ce ne sono talmente tanti che non riesco quasi più a muovermi: riempiono scaffali, mobili, cassetti, corridoi, vasca da bagno, persino il frigorifero. Mi sto letteralmente murando vivo.

Mio figlio Simone se n’è andato di casa a vent’anni. Anche se solitamente i genitori non conoscono i loro figli (vi giuro di non aver mai conosciuto un solo padre o madre che sapessero giudicare obiettivamente il proprio figlio attraverso i vari filtri che questi pone sempre davanti a se nel contesto familiare) io credo invece di saper capire Simone, e sono orgoglioso di avergli trasmesso qualcosa, almeno spero. Mio figlio è l’unica “creazione” decente che ho realizzato nella vita.

Dopo avergli raccontato di Gino-Colui si era messo in testa di andare alla ricerca del Silenzio. Da allora è sempre in giro per il mondo e ogni tanto mi manda qualche cartolina con scritte poche righe di saluto. Nell’ultima che mi è arrivata da Katmandu non c’era scritto niente, per cui presumo che abbia finalmente trovato ciò che cercava.

Di Gino-Colui non seppi mai più nulla. Sicuramente era morto da molti anni e altrettanto sicuramente se n’era andato dal mondo con il suo caratteristico ghigno inciso sul volto, come a dire che noi poveri superstiti non abbiamo mai capito nulla.

Mamma è ancora viva. Purtroppo ha perso il lume della ragione e ho dovuto sistemarla in un ospizio. Non posso dimenticare quando mi diceva:

“Mi raccomando Tony, se dovessi andare via con la testa quando sarò una vecchierella, promettimi che mi terrai sempre con te.”

“Certo mamma, non ti preoccupare” la rassicuravo.

Ma come è possibile! Sono anziano anch’io e ho vissuto una vita intera da solo, gelosissimo dei miei spazi e della mia libertà e adesso non me la sento di avere un onere così grande da gestire. Non fraintendetemi, le volevo e le voglio un mondo di bene, ma da qui ad essere tanto ipocriti da voler dimostrare di avere un cuore d’oro quando in realtà sapete benissimo anche voi che una persona non autosufficiente tra i piedi è una gran scocciatura, ce ne passa! Poi che volete, ho i soldi per permetterle una “prigionia” dorata in una casa di riposo a cinque stelle.

Reginaldo morì tanto tempo fa in un incidente stradale: finì schiacciato con la sua auto sotto un tir in autostrada.

Manolo Nerix, il mio caro amico Cicciobello, è diventato sindaco di Babele. Ha fatto talmente tanti soldi che si è comprato praticamente tutta la città. E’ diventato il Re degli animali, come è stato soprannominato da molti. Alle elezioni comunali si è presentato con un suo partito assemblato in quattro e quattr’otto: il Partito Marrone. Ha stravinto e un po’ si è montato la testa. Non so se sia leggenda o verità ma c’è chi dice di averlo visto camminare sulle acque di un laghetto di un parco pubblico di Babele. Pare anche che migliaia di suoi sostenitori siano ex Ravaiani riciclati alla politica.

Adesso abita in una sfarzosa villa sui colli non lontano da quella abitata un tempo da Gino-Colui (trasformata nel frattempo in museo d’arte inespressa). Siamo rimasti in discreti rapporti anche se le rare volte che ci incontriamo mi fa sempre una pessima impressione.

“Ti benedico figliolo, ti benedico” mi dice prima di lasciarci.

Degli altri vecchi amici vi dico che Candido è ancora insieme a Cettina. Non avrei scommesso un libro della mia biblioteca sulla durata del loro matrimonio e invece sono invecchiati insieme; non hanno avuto figli e oggi credo che il buon signor Smith abbia sempre saputo delle corna che gli faceva sua moglie, ma come accade a tanti poveracci, lo accettano come un fatto normale.

Actarus è culo e camicia con Cicciobello. Cioè, non equivocate, volevo dire che è praticamente il suo braccio destro nel Partito Marrone. E’ in pensione da qualche tempo e ha un compagno molto più giovane di lui, ma per non infangare il blasone conservatore del partito tiene nascosta la relazione all’opinione pubblica.

Paolino Ragù è morto l’anno scorso per colpa di un infarto. C’era da aspettarselo, aveva tre by-pass e mangiava e beveva come un porco. Ha lasciato la Matrona e i due suoi figli maschi alla guida del ristorante.

Di Zambo, di Willy e di molti altri amici ho perso le tracce da tempo, non ho idea di che fine abbiano fatto.

Non ho neppure idea di che fine abbiano fatto le decine e decine di donne passate sul set del film della mia vita. Dopo Elettra ho avuto due sole storie: una con un’infermiera divorziata più anziana di me e con tre figli già sposati, l’altra con una vedova siciliana proprietaria della più rinomata pasticceria di Cafarnao. Dall’infermiera scappai io a causa di quelli che sinteticamente vengono definiti “problemi di incompatibilità di carattere”, mentre la vedova mi scaricò di sua iniziativa dicendomi che non poteva sopportare che quando un suo amico o parente le chiedeva com’ero e che lavoro avevo svolto in passato non trovasse aggettivi per qualificarmi. Non lo digeriva proprio.

Quando si arriva a una certa età si è collezionato solitamente un cospicuo numero di partecipazioni a funerali di amici e parenti. Da un po’ di tempo a questa parte, non riesco a non pensare che il prossimo potrei essere io. Tocca a me. Sono stanco di andare a seppellire chi ha condiviso con me momenti piacevoli della vita. Purtroppo, l’ultimo funerale a cui ho partecipato è stato quello del mio migliore confidente e ispiratore. Se n’è andato colui col quale ho condiviso i momenti più piacevoli della mia esistenza, Mister Toblerone.

Si è spento lentamente, fortunatamente senza soffrire. Non lo hanno salvato neppure le medicine assunte per donargli ancora qualche impennata di gioia. E’ morto, e con lui è morta una… grossa parte di Tony Stantuffo.

 

Capitolo 22

L’ultima volta che sono uscito di casa è stato circa dieci giorni fa per andare a trovare mamma all’ Hotel Serena, la casa di riposo più cara di tutta la regione.

Era assopita sul letto nella stanza che condivide con una ottuagenaria malata di Alzheimer; ho aspettato un po’ poi l’ho svegliata delicatamente e le ho dato un bacio sulla fronte grinzosa.

“Ciao mamma, stai bene?”

“Ooooh “Colui che indica la luce”! Ti aspettavo. Quando partiamo per Zanzibar?”

“Mamma sono Tony, non sono “Colui che indica la luce”.”

“Finalmente “Colui che indica la luce”! Non vedevo l’ora di andar via da questo inferno.”

Mamma non mi ascoltava e dopo qualche vaneggiamento a me incomprensibile ha iniziato un monologo infinito ricordando i vecchi tempi trascorsi con il guru ravaiano in Africa. Ho approfittato della prima pausa per andare in corridoio a prenderle una bottiglia d’acqua al distributore automatico. Quando sono tornato era seduta sul letto e dondolava impercettibilmente le gambe rattrappite.

“Giovanni, amore mio! Ieri il concerto è stato fantastico e tu hai suonato in maniera sublime.”

“Grazie cara, troppo buona” le ho detto assecondandola e carezzandole i radi capelli bianchi.

Dopo un paio d’ore passate ad ascoltare i suoi malinconici deliri, mi sono accomiatato dandole un altro bacio sulla fronte.

“Non fare tardi stasera Reginaldo” mi ha detto prima che mi fiondassi fuori dalla stanza con un senso estremo di liberazione.

Prima di tornare all’appartamento mi sono fermato a fare un po’ di spesa al supermercato; ho comprato solo cibo che non necessita della conservazione in frigorifero ché come vi ho detto non è più utilizzabile. Ho fatto anche una tappa in libreria a comprare qualche libro (uno di Patrick Suskind, uno di Raymond Carver e uno di George Orwell) e verso sera sono arrivato davanti la soglia dellA10.

Ho aperto la porta e mi sono introdotto a fatica attraverso lo stretto cunicolo che si apre tra i libri e immette nell’unica zona ancora accessibile dell’appartamento, un pertugio di un metro e mezzo quadrato dove passo i miei ultimi giorni. Ho sistemato la sporta della spesa in un angolo poi ho acceso la candela sul tavolino, unico mobile salvato dalla sepoltura libraria. Ho provato di sistemare i volumi appena acquistati in modo da non rendere l’uscita un’impresa troppo faticosa, ma mentre stavo incastrando “1984” di Orwell tra una vecchia edizione de “L’isola del tesoro” di Stevenson e una copia di un’antologia di racconti erotici, tutta la parete esterna e il soffitto di libri del corridoio che porta all’uscita – immaginate uno stretto tunnel che si può attraversare solamente a carponi lungo una quindicina di metri – sono crollati ed io sono rimasto intrappolato in quest’antro soffocante.

 

 

Questo accadeva su per giù dieci giorni fa. Il cibo è terminato, l’aria filtra a fatica e comincia a diventare irrespirabile, inoltre mi è rimasta solo una candela a parte quella che sta illuminando ora questa cripta cartacea. Fino a tre giorni fa (almeno credo: ho perso il senso del tempo qui dentro) ho provato di gridare ma nessuno mi sente, i rumori sono attutiti dai libri che saturano tutto l’appartamento. Circa una settimana fa e più o meno ieri qualcuno ha suonato alla porta, ma dopo un paio di squilli ha desistito e se n’è andato.

Mi sono rassegnato a morire nella maniera più assurda che potessi immaginare. Temo di iniziare a delirare molto presto e nell’attesa trascorro le ore a rivedere la mia vita. Quanti giorni per cui vale veramente vivere ho vissuto? Si contano forse sulle dita di due mani. Esauritosi il fuoco sacro della gioventù mi sono fermato. Mi sono lasciato vivere, ondivago e inerte, naufrago solo e disilluso in balia dell’oceano che non perdona.

Segui la strada! So da tempo di avere seguito quella sbagliata. La cruda verità è questa: avevo un talento che non ho mai espresso pur sapendo di avercelo. Ho lasciato la Luce che abbiamo dentro relegata nel fondo della mia anima. Ho permesso alla vita di scegliere per me quando sarebbe bastato semplicemente scegliere la vita, coltivando i frutti germogliati nella mia mente ricca di humus. Non so se mi spiego.

Qui dentro, a due passi dal confine estremo e in compagnia degli atroci pensieri che riassumono la mia esistenza un aggettivo mi tambureggia in testa: SPRECATA. Vita SPRECATA. Ecco ho trovato le parole… una vita SPRECATA… la cruda verità.

Sono debole, non respiro quasi più. Ho voglia di dormire.

 

 

Mi sono svegliato d’un tratto. Non avendo l’orologio non ho idea di che ora possa essere. La candela si è consumata durante il sonno così ho cercato l’altra a tentoni e l’ho accesa.

Indovinate un po’ cosa c’era sul tavolino qui accanto. E bravi i miei cipputi, c’era proprio il quaderno rosso, ricomparso dal nulla dopo tantissimi anni.

Nel mio stato psicofisico non mi sono sorpreso più di tanto. Comincio a sentire uno strano intorpidimento generale ma qualche forza residua mi è rimasta.

Ho aperto il quaderno e… era pieno di parole, ogni pagina riempita, dalla prima all’ultima. Ho iniziato a leggere il suo contenuto. Man mano che leggevo sentivo l’energia consumarsi lentamente, il corpo paralizzarsi, la mente ottenebrarsi.

Nel quaderno rosso c’era scritto esattamente tutto quello che avete letto anche voi sin qui, dall’inizio della “fantastica” storia di Tony Stantuffo. In ultima pagina c’erano sempre le lettere P e G.

Adesso, solo adesso ho capito. P e G non sono le iniziali di Pitigrilli Giovanni. P e G significano semplicemente il Più Grande, quello che sarei potuto essere io se solo avessi dato libero sfogo al mio talento. Magari proprio scrivendo un libro. Ma adesso basta, la candela si è spenta.

 

Epilogo postumo

(aggiunto da Simone Pitigrilli)

Riempite (o cipputi) il quaderno rosso senza risparmiarvi. Prima che sia troppo tardi.

Nov 30, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 15, 16, 17, 18.

tonytony

Capitolo 15  

Le Ceres vuote lasciate sul comodino dalle notti precedenti erano una dozzina. Avevo preso l’abitudine di mettermi a letto con la compagnia di un buon libro e una birretta. La sera in questione stavo leggendo “Il fu Mattia Pascal” quando il telefono squillò.

Erano le due passate, non proprio l’orario in cui ci si possa aspettare una telefonata.

“Tony sono io” mi disse la voce dall’altro capo della cornetta. “Hai un po’ di tempo? Ho bisogno di parlarti.”

“Certo Ciccio. Dove sei?”

“Sono da te tra due minuti.”

Mezz’ora dopo arrivò Cicciobello in evidente stato di fattanza. Teneva una canna in bocca, mi offrì un tiro ma rifiutai. Gli stappai una birra e ci accomodammo in salotto.

“Sono nella merda fino al collo” esordì. “Tutta colpa di uno schizzo traditore. Sarah! Sarah è incinta!”

“Oh cazzo!”

“Neanche tre mesi che usciamo insieme e questa mi rimane pregna.”

“Te l’ho sempre detto di usare il gommino ma tu non mi dai retta.”

“Ma che gommino e gommino, lo sai che sono allergico al lattice: mi fa venire il pisello a pois.”

Rimanemmo per un po’ in silenzio sorseggiando le nostre birre. Cicciobello era davvero scosso. La sua fiamma del momento era Sarah, detta Silicon Valley per la smisuratezza del suo seno artificiale. Non si offendano le cippute che stanno leggendo questa storia “fantastica” ma Sarah era la classica ragazza che noi maschietti triviali tendiamo a definire Troia, con T maiuscola, anzi Gran Troia, con G e T maiuscole. Aveva fatto pompini a mezza città e si era fatta sbattere da cani e porci. Ciccio sapeva con chi aveva a che fare ma a lui piacciono così, più la T è maiuscola più gli piacciono. Mi disse che con lei non riusciva più a controllare bene i tempi di uscita.

“Non so cosa mi succede, in quest’ultimo periodo ho la schizzata veloce” mi riferì preoccupato per quanto potesse preoccuparsi fatto com’era.

“Capita, anch’io vado a fasi alterne. Soprattutto se non hai un rapporto stabile e duraturo può succedere di incappare in qualche eiaculata precox.”

“Lo so, lo so, però a me non era mai capitato prima, anche perché…”

Si interruppe, come se si fosse pentito di aver pronunciato quelle ultime parole.

“Anche perché?” chiesi.

“Anche perché ho sempre scopato sotto l’effetto della cannabis proprio per superare questo problema. Mi vergogno un po’ a confessartelo Tony, ma è così, è per controllarmi meglio che… ho iniziato… a fumare hascisc e marijuana. E ultimamente con Sarah faccio in fretta anche sotto effetto diciamo medicinale… sedativo.”

“Su, non farne una tragedia, se il problema è davvero così grave puoi sempre andare da un sessuologo o da un andrologo.”

“Mah, non so, forse è solo una cosa passeggera. Forse mi preoccupo per niente.”

“Già. Per curiosità, quanto dureresti prima di avere lo stimolo?”

“Quarantacinque.”

“Secondi?”

“Stai scherzando? Minuti!”

Scossi la testa, andai a prendere altre due birre dal frigorifero e quando tornai, dissi:

“Ciccio, ma vaffanculo! Se tu hai dei problemi, allora l’ottanta per cento degli uomini sono degli Speedy Gonzalez della sborrata.”

“Magari hai ragione” biascicò l’amico.

Era strafatto e faceva fatica a mettere insieme le parole per formare una frase. Ad un tratto mi chiese persino perché si trovava in casa mia e quando glielo ricordai sembrò riprendersi un poco.

“Non so” disse, “non credi ch’io sia troppo vecchio per avere un figlio?”

“Ti prego Ciccio, non fare questi discorsi idioti. Non esiste essere troppo vecchi per avere un figlio e neanche essere troppo giovani. Sai come la penso, ne abbiamo parlato in passato. E poi che problemi ti fai? Tu un figlio non lo vuoi e immagino nemmeno Sarah, giusto?”

“Beh, le cose non stanno proprio così. Sarah non lo vuole, mentre io… sì!”

La notizia mi lasciò esterrefatto; dopo diversi secondi impiegati per riprendermi dallo shock fui molto felice per la decisione del mio caro amico.

“Davvero? E’ bellissimo quello che dici.”

“Bellissimo un cazzo Tony! Sarah ha già deciso, vuole abortire. Non mi ascolta, è irremovibile. L’ho supplicata dicendole che non mi importa che lei faccia da madre, basta solo che porti a termine la gravidanza poi farò tutto io, padre e madre, lo manterrò, lo crescerò, e lei potrà anche far finta che non sia suo figlio.”

Fece una pausa poi riprese.

“Ricordi quando discutemmo del fatto che per crescere un figlio è meglio un solo genitore ricco d’amore che due genitori pieni di rancore? L’hai detto tu. Ed è vero. So che stenti a crederci, ma quel figlio io lo voglio e sono sicuro di poterlo crescere con tanto amore.”

Che bella sorpresa il Ciccio! Ero proprio contento di aver scoperto in lui una sensibilità sconosciuta, un desiderio di paternità mai neppure sospettato. Bisognava intervenire per dargli una mano.

“Parlerò io con Sarah” dissi. “Cercherò di convincerla ad avere il bambino.”

“Non puoi farcela, è impossibile” rispose mentre scoppiava in lacrime.

“Vedrai.”

 

 

Sarah abitava con una ricca zia zitella dalle parti dello zoo di Babele. Non sapevo di preciso che lavoro svolgesse, sapevo solo che aveva a che fare con la moda. Infatti mi ricevette nel suo atelier-camera da letto, una stanza immensa piena di manichini, abiti, tavoli da lavoro ricoperti di schizzi di vestiti, stoffe, forbici, bottoni. C’era un antico letto a baldacchino a due piazze, il suo letto dedussi.

Conosco Sarah dai tempi delle elementari anche perché siamo stati per un paio d’anni nella stessa classe, ma contrariamente a quanto potreste pensare, o cipputi, non me la sono mai fatta. Strano vero?

“Che sorpresa, Tony Stantuffo! E’ da un sacco di tempo che non ci vediamo, come mai vieni a trovarmi?”

“Vorrei parlarti di Manolo se me lo permetti.”

“Non ho niente da dire” si rabbuiò. “Se questa visita ha a che fare con la gravidanza, sappi che ho deciso di abortire e nulla mi farà cambiare idea.”

Ah sì eh, pensai, vedremo!, piccola troietta dalle enormi tette plastificate. Non sapevo effettivamente cosa risponderle, così provai a concentrarmi memore dell’incontro con Gino-Colui: speravo magari di aver ricevuto in dono una forza speciale capace di far cambiare idea alle persone.

“Perché mi guardi a quel modo?” chiese.

Mi avvicinai al manichino al quale stava facendo indossare una giacca di velluto e le misi le mani sulle spalle. Mi osservava perplessa.

“Guardami attentamente negli occhi” dissi dopo essermi tolto gli occhiali.

Mi ero talmente immedesimato nella parte del guru che credevo davvero di avere poteri paranormali. Nonostante tutto mi sentivo comunque ridicolo cipputi miei. Lei mi guardava, io la guardavo, poi ad un tratto il mio sguardo cadde su quei meloni stratosferici che si trascinava sul petto e non so come, tutto il mio piano di convincimento andò a rotoli.

Dopo un po’ il letto a baldacchino cigolava sinistramente forse a causa dell’esagerato sballottamento del seno di Sarah. Mi cavalcava come un’indemoniata e dopo pochi secondi mi resi conto che non sarei durato a lungo. Per non fare una figuretta mi concentrai cercando nel mio passato i ricordi più schifosi che mi venivano in mente: la nonna di Zambo devastata dal morbo di Parkinson che si presenta nuda in cucina mentre io e Zambo, bambini, facciamo merenda in casa sua; il mio professore di matematica delle medie che si scappera e mangia le caccole durante il compito in classe; i capelli del papà di Willy, un vero e proprio frantoio naturale; il risveglio nel letto di Stefania Kappa imbrattato di merda per colpa di un mio inaspettato attacco diarroico notturno; tutti ricordi capaci di far ammosciare il toblerone, ma che in quel momento mi servivano per durare qualche minuto di più. Funzionò.

La mattina ero stato da Sarah. La sera andai da Cicciobello. Mi aspettava rassegnato. Lo guardai negli occhi, mortificato; la trasmissione del pensiero funzionò con lui, non che ci volesse molto.

Senza dire nulla ci andammo a sedere sul dondolo davanti all’ingresso dell’A8 con due coche e il narghilè di Ciccio. Il cielo era sereno, stavamo andando incontro alla bella stagione. Nel mondo però c’era sempre troppo freddo.

 

Capitolo 16 

Ero intento nella rasatura del prato del residence. Pensavo io alla manutenzione delle aiuole, mi distraeva quel tanto che basta: non si può sempre lavorare esclusivamente di cervello, o cipputi.

Avevo iniziato dall’A1 e mi trovavo nello spiazzo verde antistante l’A5 quando la macchina dell’inquilino di quell’appartamento parcheggiò davanti al box auto.

Duilio Subasic vi abitava con la famiglia da tre o quattro anni, non ricordo bene. Aveva una moglie insipida e due figli piccoli, maschio e femmina, obesi e maleducati, a contrario di lui che era allampanato e sempre gentile ed educato.

Risalendo il vialetto mi salutò cordialmente mentre riempivo di benzina il serbatoio del tosaerba ormai vuoto.

“Salve Tony! Fa un bel caldo oggi vero?”

“Buona sera signor Subasic. Eh sì, ci saranno quasi quaranta gradi.”

“Vuole un po’ d’acqua? Succo di frutta? Coca Cola?”

“No grazie, ho qui la mia birra… me la caverò!”

“Allora buon lavoro.”

“Grazie, arrivederci.”

Entrò in casa. Quando aprì la porta udii la moglie urlare disperatamente ai figli che bisticciavano tra loro. Tirai la cordicella d’accensione del motore e ripresi il lavoro. Mentre terminavo il tratto di prato davanti all’A5 mi misi a pensare al signor Duilio e alla sua triste vita, la classica triste vita che la maggior parte delle persone vive senza accorgersi di quanto sia triste. Duilio Subasic è uno dei tanti. Si è adagiato sul sofà dell’abitudine e della noia, tra i tetri cuscini della rassegnazione. Io lo so, lo vedo. Leggo dal suo volto quanta infelicità latente racchiudono le quattro mura dell’A5. Se solo aprisse gli occhi e accantonasse la paura dell’incertezza che comporta prendere una decisione drastica per cambiare il corso apparentemente obbligatorio di un’esistenza, non impiegherebbe un secondo per scaricare moglie e figli e fuggire letteralmente via. Ma non lo fa, perché Duilio Subasic è un uomo responsabile. Bella cosa essere responsabili, fa quasi rima con essere coglioni!

Duilio povero Duilio, prototipo dell’uomo vinto dall’omologazione.

Duilio povero Duilio, con una moglie bruttina, ignorantella e querula, con due figli irrispettosi e stupidi.

Anni fa c’era una pubblicità progresso (o regresso, fate voi cipputi miei) che metteva in guardia dal nuovo spauracchio del secolo: l’aids. Allora ero piccolo e l’aids ti veniva mostrato (ovviamente dai soliti media terroristi) come la peste, una malattia spietata peggiore della morte nera, dalla quale non si poteva fuggire. Nella pubblicità in questione i sieropositivi erano rappresentati con un alone viola intorno, tant’è che ancora oggi si parla di alone viola riferito, più che altro scherzosamente, a chi frequenta “caverne” già troppo spesso esplorate in precedenza.

Quell’alone viola io oggi lo percepisco distintamente nella realtà. Ma non ha niente a che vedere con aids o malattie varie. Ha a che fare con le persone come Duilio. Quando prima l’avevo visto tornare a casa dalle nove ore giornaliere alla fabbrica di gusci di gomma per telecomandi, aveva tutt’intorno l’alone della morte. Quella morte che dopo giorni, settimane, mesi poi anni di lavoro ti prende il cervello e allora, beh allora cipputi miei, non c’è più scampo. Però, bisogna assolutamente dire, e ve lo dico in confidenza o cipputi, che se non fosse per persone responsabili come Duilio, non so in quale caos sprofonderebbe il mondo.

Davanti all’A7 incontrai Giada e Zoe affacciate al davanzale della finestra. Mi fecero segno di spegnere il tosaerba e raggiungerle in casa per dare due schioppettate di cannone. Mi limitai a bere un goccio di birra, facemmo qualche chiacchiera poi le lasciai ilari e annebbiate al loro rito cannabinomane quotidiano.

Fino a due mesi prima le universitarie dell’A7 erano quattro, ma con l’inizio dell’estate due erano tornate a casa loro. Giada e Zoe erano rimaste, primo perché all’A7 si trovavano bene ed io consentivo loro di fare praticamente quello che volevano, in secondo luogo Ciccio le riforniva di droga a prezzi stracciati e in ultimo, ma non per importanza, Giada era segretamente innamorata di Cicciobello mentre Zoe amava farsi ripassare ogni tanto dal sottoscritto Tony Stantuffo.

Nell’aiuola davanti all’A8 di Ciccio fermai nuovamente il tosaerba per pulire gli occhiali impolverati e fumare una tumoretta. L’amico non era in casa. Da quando Sarah aveva abortito e lui l’aveva praticamente scaricata (o si erano più semplicemente scaricati a vicenda) dentro Manolo Nerix qualcosa era cambiato per sempre. Si era gettato a capofitto nel lavoro giù a “L’aldilà di Fido” e aveva molto ridimensionato il giro di spaccio. Era evidente, soffriva!

Finalmente arrivai all’A10 e terminai il lavoro. Spensi il motore e mi guardai indietro. Mi parve di aver fatto un buon lavoro. Ma come sempre, non ero soddisfatto.

 

 

Da quella volta che avevo parlato con Gino-Colui, quando lo avevo rivalutato conoscendolo all’A1, erano passati diversi mesi. Da allora avevo spesso cercato la sua compagnia anche per pochi minuti, ma lo avevo sempre trovato occupato con avvocati, fedeli ravaiani e gente che comunque non conoscevo.

Una sera il campanello dell’A10 suonò mentre stavo mangiando una pizza guardando “I guerrieri della notte” alla tv. Era Gino-Colui.

“Ciao Tony, stai bene?”

“Salve “Colui che indica la luce”! Volevo dire… ciao Gino. Che bella sorpresa, posso offrirti qualcosa?”

“Direi che una buona birra fresca con un goccio di whisky dentro andrà più che bene. E non fare quella faccia solo perché ai miei discepoli predico vita sana. Non c’è niente di più sano di farsi una birra & whisky quando se ne ha voglia. Basta non esagerare, no?”

Annuii, presi una birra dal frigo e gliela porsi insieme a un bicchiere e una bottiglia di Jack Daniel’s: il mix se lo sarebbe regolato da sé.

“Allora” disse dopo un brindisi alla salute, “hai più pensato al quaderno rosso e a quello che significa?”

“Veramente ho cercato di relegarlo nel dimenticatoio. Mi faceva male pensarci troppo.”

“Capisco. Evidentemente non è ancora il momento di conoscere certe verità.”

Quella sera parlammo di tutto. Gino-Colui si confermò ottimo conoscitore di ogni singolo campo dello scibile umano: spaziò dallo sport alla cosmogonia, dall’informatica all’entomologia; si dimostrò particolarmente ferrato in enologia!

Apprendevo molte nozioni nuove in quel momento, era un piacere sentirlo parlare. A mezzanotte passata mi salutò dopo esserci seccati tre birra & whisky lui e cinque Ceres io.

“Ti comunico in anteprima che entro la fine dell’anno sarò un uomo libero, verrò scagionato da tutte le accuse a mio carico” disse. Poi mi diede un foglietto giallo ripiegato in due e si accomiatò.

Chiusa la porta aprii il foglietto.

 

Rava Ta Rui non esiste.

Rava Ta Rui significa:

la Luce che abbiamo dentro

    Questo lessi. E questo, come il significato del quaderno rosso, per anni purtroppo non compresi.

 

Capitolo 17

Mancavano pochi giorni a Natale ed era già trascorso un anno da quando Gino-Colui aveva varcato per la prima volta la soglia dell’A1 per rimanere ospite-prigioniero di mamma.

Come aveva previsto lui stesso mesi prima, il guru ravaiano venne prosciolto da tutte le imputazioni: le prove che aveva addotto durante l’escussione rivoltagli dall’accusa avevano demolito ogni dubbio residuo. La notizia non trovò molto spazio su giornali e televisioni.

Quella mattina, appena saputo via telefono da mamma dell’esito del processo, mi preparai per andare a festeggiare il loro rientro all’A1. Feci una doccia, lucidai i Doctor Martens, bevvi una birra e nell’attesa lessi qualche pagina di “Se la luna mi porta fortuna” di Achille Campanile. Era l’ultimo libro rubato il giorno prima insieme a “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, “D’amore e ombra” e “Il postino di Neruda”.

Mai come in quel periodo ero soggetto a reiterate crisi depressive, di quelle crisi di cui ho già parlato, ricordate cipputi?, brevi ma intensi momenti di disagio e malinconia. Per superare lo spleen ricorrevo al palliativo dell’alcol e del divertimento; pure la sera prima ero stato ad un party nella casa di campagna di Zambo, avevo bevuto l’impossibile ed ora, sdraiato sul letto con il libro in mano mi sentivo piuttosto spossato, infatti mi assopii.

Mi svegliai alle quattro del pomeriggio. Pensai subito che mamma e Gino-Colui dovevano già essere tornati dal tribunale. Uscii dall’A10 e la prima cosa che vidi sul vialetto dell’A1 e sulla strada d’accesso al residence furono centinaia di Ravaiani chiassosi e agitati. Mi feci spazio a fatica nella calca di fedeli ed entrai in casa, dove trovai mamma in salotto seduta con la faccia tra le mani. Piangeva. Nell’appartamento c’erano anche altri cinque Ravaiani che reputai gerarchicamente molto in alto nella scala di cariche religiose della setta.

Quando mamma mi vide, rimanendo seduta con l’espressione di chi ha perduto casa e affetti dopo un terremoto, disse:

“ “Colui che indica la luce” se n’è andato! Ci ha lasciati.”

“Che significa?” chiesi preoccupato.

“Significa che ha deciso che il suo tempo tra noi è terminato” rispose un tizio alto con un saio color nocciola e due sandali logori.

“E’ così” intervenne mamma. “Sicuramente ci ha voluto lasciare un messaggio molto forte, un messaggio che dovremo interpretare secondo la parola di Rava Ta Rui.”

Eccola lì, Ta Swami, la mamma abbacinata e intronata da una percezione deviata della religione. L’ingenua mamma che crede in un messia divulgatore di dogmi divini, un messia che è in realtà il più umano tra gli umani.

“Non capisco, cosa è successo?” chiesi.

Lei e gli altri Ravaiani nel salotto mi spiegarono che subito dopo l’assoluzione Gino-Colui era salito su un taxi e si era dileguato. Aveva però lasciato un biglietto al suo avvocato, incaricandolo di leggerlo solo dopo la sua partenza. Nel biglietto c’era scritto:

Parto per nuovi mondi

dove potrò

ascoltare il silenzio.

    L’avvocato disse che il guru aveva venduto Villa Fulgida, la villa sui colli dissequestrata giorni prima. Riferì anche della volontà di Gino-Colui di non far mai più ritorno in Italia.

Mi dispiaceva enormemente non aver potuto parlare per un’ultima volta con quell’uomo unico. Lasciai mamma e i Ravaiani ai loro discorsi.

Stavo per chiudermi la porta alle spalle quando mi baluginò in mente l’immagine del quaderno rosso. Tornai nel salotto dove c’era la teca di cristallo e mi accorsi che il quaderno rosso era sparito. Chiesi a mamma se lo aveva preso ma negò. Pensai allora che poteva essere stato Gino-Colui e mi domandai perché.

 

 

Tre mesi dopo mi giunse una lettera dalle Seychelles. Era lui, Gino-Colui!

Trascriverò ora la lettera, o cipputi, purtroppo però non posso mostrarvi la foto ad essa allegata; era una foto eloquente, più pregnante ed esplicita di tutte le parole che la accompagnavano. Mostrava Gino-Colui all’ombra di una palma, aveva le gambe incrociate nella sabbia e guardava l’obiettivo. Quello sguardo beffardo e sereno diceva tutto e di più.

 

Caro Tony

Ti chiedo per prima cosa il favore di gettare la lettera e la foto allegata appena avrai finito di leggere queste parole.

Non aspettarti rivelazioni qui di seguito perché ci rimarresti male; voglio solo spronarti a cercare il significato del quaderno, ricordandoti che Rava Ta Rui non esiste! Sbrigati. Segui la strada! Perché quando conoscerai la cruda verità non ci sarà più tempo. Spero di cuore che la Luce che abbiamo dentro ti indichi il Senso.

Ricorda che hai un grande talento. Sai cos’è il talento? E’ anch’esso una luce, un qualcosa che abbiamo dentro (in pochi per la verità, o tutti, se lo intendiamo come un dono nascosto bisognoso di essere coltivato). Avere talento non implica necessariamente avere successo con gli Altri, ma porta di certo ad avere successo con sé stessi. Quando un uomo adopera (esterna), il proprio talento in funzione del Senso, si libera di una quantità infinita di fardelli e impara a vivere come un fiore. Ad un fiore, per essere al massimo dello splendore basta così poco: il nutrimento della terra, acqua e sole. Come per un uomo di talento… Peccato che nella nostra epoca in particolare, agli Altri, appaia scandaloso e inaudito.

Ho settantadue anni e li ho vissuti tutti da quando ho iniziato a esternare il mio talento (l’ho capito tardi, dopo i quarant’anni). Esso  mi ha portato ad essere “Colui che indica la luce” e provare di insegnare il metodo per “tirarla fuori” (la luce) agli Altri, ma gli uomini sono così stupidi che mi hanno insignito dell’inutile carica di guru-messia di una setta. Non hanno capito nulla! Come ti ho già detto le parole non rivelano nulla, anzi, spesso travisano il significato che si vuole attribuire alle cose, ai concetti, alle idee…

E il tuo talento Tony? Dove ti porterà?

 

Vado in pensione ora. Ah che orrenda parola! Vedi, travisa il significato che le voglio dare io. Pensione uguale fine, crepuscolo, inerzia, noia, morte. Per molti è così. Non per me. Pensione è un luogo mentale, in cui posso rifugiarmi a riflettere lontano dal caos del mondo. Voglio trascorrere gli ultimi anni di questa vita ad ascoltare il silenzio: si imparano cose incredibili che nessuno può insegnare.

 

Maometto, Gesù, Budda… “Colui che indica la luce”, il profeta. Adesso i Ravaiani mi divinizzeranno. Poveri ingenui, non capiranno mai! Perlomeno avranno la loro droga per tirare avanti in un mondo pieno di dubbi, paure, mode imposte, lavaggi del cervello, parole… troppo rumore!

Addio Tony. Addio per questa vita. Poi si vedrà…

Gino Pinoli

 

Postscriptum: So che il quaderno rosso è scomparso. Non sono stato io. Non è stato nessuno.

 

 

Con un sorriso ironico trasmessomi dalla foto, strappai tutto in pezzetti minutissimi.

Uscii in giardino e mi sdraiai sull’erba con le mani sotto la nuca. Guardavo il cielo e immaginavo Gino-Colui alle Seychelles ad ascoltare il silenzio. Immaginavo anche che quando era stanco di silenzio si faceva una birra & whisky in qualche locale e trovava la compagnia di una ragazza indigena. Non fare quella faccia, che male c’è, immaginavo mi avrebbe detto.

Anche se continuavo a non capire tanti misteri e sentivo allargarsi un buco nero nell’anima, vissi in quel momento attimi di pura serenità.

 

Capitolo 18 

Nel giro di un anno mamma perse tutta la sua fede in Rava Ta Rui, abiurò la dottrina ravaiana e una sera la rividi in compagnia di Reginaldo. Tornarono a frequentarsi regolarmente. All’A1 ricomparvero pure due micetti che questa volta mamma battezzò con i nomi di Krazy e Kat.

Io rimanevo lo stesso Tony di sempre, tutto libri, birra, sesso e film di Selen. Avevo solo aumentato drasticamente il numero di tumorette perché dopo una visita di controllo per una forma di asma che mi prendeva durante le crisi depressive, il dottore mi aveva diagnosticato una necrosi asfissiante benigna pleurica plurima, una rara malattia che colpisce una persona su trenta milioni.

“Se non vuoi rischiare la vita degenerando il tuo stato di salute, dovrai triplicare il numero di sigarette” mi consigliò.

Intrapresi una relazione con l’Odalisca, una giovane dipendente de “L’aldilà di Fido” destinata a entrare nella storia solo per avermi fatto qualche pompino con ingoio ed essersi fatta sbattere quando il toblerone comandava i miei impulsi. E’ triste o cipputi, me ne rendo conto, ma questo è quanto.

A più riprese subivo l’instancabile e martellante opera di convincimento da parte degli sponsor del Bar 2000 – Paolino Ragù e Cicciobello – nel tentativo di farmi calzare nuovamente le scarpette da calcio. Anche se avevo nostalgia del rettangolo di gioco e dello spogliatoio non mi lasciai blandire dai due amici. E poi cominciavo a sentire l’inesorabile accumularsi del tempo sul groppone.

Del quaderno rosso non c’era stata più traccia dalla scomparsa di Gino-Colui. Ogni tanto ci pensavo ma ero arrivato a concludere che non me ne importava niente. Cos’era dopotutto se non un banale quaderno?

 

 

Verso la metà di un giugno eccezionalmente afoso festeggiammo la promozione di Candido a direttore del Credito Chimeronese. Il signor Smith, previo permesso di Cettina, aveva organizzato la serata in una nota discoteca di Sifilide, sulla riviera adriatica.

L’Osmosis era stipata di gente. Io odio i posti stipati e soprattutto odio la gente. Però mi adatto e quella sera provai a mettere da parte claustrofobia e misantropia cercando di divertirmi il più possibile.

C’eravamo io, il Candido, il Cicciobello, il Zambo Zamboni, l’Actarus e altri due amici che non vi ho ancora menzionato perché sono sempre stati due amici-comparsa (avete presente gli amici-comparsa?) due cipputi con i quali non ho mai avuto feeling, il Bradipo e l’Angiolieri.

La serata cominciò con il piede sbagliato. All’entrata della disco, un energumeno di due metri per centoventi chili mi fermò, dicendo che vestito com’ero non potevo entrare.

“Perché non posso?” chiesi stizzito.

“Perché in questo posto non si entra vestiti da pagliacci!”

In effetti non ero propriamente elegante, almeno secondo i parametri modaioli dell’Osmosis. Indossavo i miei soliti pantaloni militari con anfibi, camicia bianca per l’occasione e bretelle nere. L’unica concessione che mi ero permesso per la serata speciale era una vecchia giacca di mio padre a quadretti marroni con le toppe nei gomiti. La adoravo!

“Perché non fai un’eccezione per una volta Mastro Lindo?” dissi.

“Alza i tacchi capellone, o ti tolgo quel ghigno a forza di cazzotti.”

Stavo per mandarlo a fanculo quando intervenne Candido.

“Su amico” disse, “fai un eccezione stasera, abbiamo il tavolo prenotato e io festeggio la promozione a direttore di banca. Per favore, non rovinarmi questo felice momento.”

Dicendo ciò vedo che gli allunga un paio di banconote verdi e senza dire una parola Mastro Lindo mi fa cenno con il capoccione di entrare. Entro incazzato con il mondo e con Candido.

Per i motivi che vi ho detto prima mi sentii subito oppresso. Bevvi un paio di Negroni ma nada, la serata non decollava. Tutti gli altri si divertivano, bevevano, ballavano, intortavano ragazze. Io soffrivo, soffocavo. Non ricordo se vi ho già detto, o cipputi, che odio le discoteche: la musica è troppo alta, c’è troppa gente, troppi fighetti e troppo niente…

Finito il quarto Negroni mi attacco all’orecchio di Ciccio.

“Hai della polverina magica?” gli grido.

“Certo che sì bellezza! Io e Actarus ce ne siamo già pippati un paio di grammi. Vieni con me.”

Andammo alla toilette, ci infilammo in un cesso puzzolente e chiudemmo a chiave la porta.

“Offre zio Manolo” disse Ciccio.

Svuotò una bustina su un cd dei Righeira che teneva in tasca, estrasse dal portafoglio la tessera del bancomat e triturò microsfere di coca formando sei strisce lunghe e spesse. Tre righe le sniffai io e tre lui.

Cominciai a carburare. La musica e il casino iniziarono a diventare accettabili, la gente simpatica, le ragazze più carine di quanto già erano. Ballai finché non uscimmo dall’Osmosis alle sei del mattino per andare a mangiare qualche pasta calda in un forno vicino. Dormimmo in un hotel a tre stelle di Sifilide.

Il giorno dopo ero mummificato; non riuscii ad alzarmi dal letto prima delle cinque del pomeriggio quando gli altri erano andati in spiaggia già da diverse ore a godersi un po’ di raggi ultra-violenti e a respirare mal-aria di mare.

Actarus, che condivideva con me la stanza, aveva lasciato un foglietto per informarmi della loro voglia di sole. C’era scritto: Se vuoi raggiungerci siamo al Bagno Honolulu. P.s: Sei davvero degno del soprannome che porti… sei uno STANTUFFO galattico… Tommaso.

Cazzo voleva dire quel cipputo? Degno del soprannome che porti!? Uno STANTUFFO galattico!? Pio porco d’un porco pio fottutissimo pione bastardo! Nonostante fossi ancora fatto non mi ci volle molto per rimembrar l’infausto epilogo della notte brava di Sifilide. Avevo scambiato il sederone peloso di Actarus per il culetto delicato dell’Odalisca. Ri-pio porco, che roba!

 

 

Successe una sera, agosto, forse inizio settembre. Le giornate erano sempre più corte e il male ancestrale nella mia anima sempre più virulento.

Avevo passato la giornata chiuso in casa a chiacchierare molto intensamente con Mister Toblerone. Il toblerone di Tony non parla però sa tutto, è fenomenale, è il più grande saggio che conosca dopo Gino-Colui. Tuttimmodi si trascorrono insieme aulici momenti poetici e filosofici. Verso sera bussano alla porta dell’A10. Pensavo fosse Aisha Babusca, una passerina molto puttana presentatami da Paolino Ragù al suo ristorante il venerdì prima; doveva passare da me a vedere la mia sconfinata libreria (non avendo la collezione di farfalle!).

Aperta la porta non vidi nessuno. Una fitta nebbia era calata su Babele, fatto insolito per quel periodo dell’anno.

“C’è qualcuno?” chiesi al muro plumbeo e impenetrabile che si ergeva davanti a me.

Come in un effetto speciale cinematografico si materializzò lì sull’uscio di casa un uomo alto, con corti capelli corvini, baffoni neri e naso aquilino. Portava occhiali da sole avvolgenti benché non ce ne fosse assolutamente bisogno. Indossava un completo nero con camicia e cravatta nere; unica nota stonata erano un paio di consunte scarpe da tennis rosse ai piedi. Assomigliava a Frank Zappa.

“Buona sera signore, sono Arturo Emme come emmeglio se accetta la mia proposta” disse sorridendo e mostrando due canini draculeschi.

“Cosa vorrebbe propormi?”

“Sono qui per proporle un abbonamento annuale gratuito alla A.B.F., Associazione Barbieri Filantropi. Vede, operiamo senza scopo di lucro al fine di racimolare capelli lunghi per la creazione di parrucche che verranno poi spedite in Africa alla tribù delle donne albine calve del Katanga. Se vuole essere così magnanimo da farci dono dei suoi lunghi capelli le saremo infinitamente grati, inoltre potrà venire presso i nostri saloni o le nostre botteghe a donare la preziosa chioma ogni volta che vorrà senza spendere nulla.”

“Senta signor Emme, io non ho mai sentito parlare di A.B.S. o di donne calviniste andine del Burundi ma il problema non è questo. Il problema è che non ho nessuna intenzione di tagliarmi i capelli, per cui mi faccia il favore di lasciarmi in pace che tra l’altro non sto neanche bene.”

“Mi scusi non volevo importunarla, non insisterò. Le dispiacerebbe farmi entrare a bere un goccio d’acqua prima di andare?”

“Certo, si figuri.”

Lo feci accomodare in salotto, andai in cucina, aprii il frigorifero.

“Mi dispiace signor Emme, ho solo birra. Vuole una Ceres? Ho anche della Beck’s. Preferisce una Beck’s?”

“Una Beck’s va benissimo, grazie. Se magari ha anche un goccio di whisky…”

Mi tornò in mente Gino-Colui e l’ultima volta che ebbi l’onore di parlargli. Anche se non avevo una gran voglia di chiacchierare con questo strano tipo, mi sedetti al suo fianco. Parlò solo lui, illustrandomi dettagliatamente l’attività benefica dell’A.B.F., spiegando come era nata, da quanti soci era composta, eccetera. Poi, dopo tre giri di bevute e due ore di sopportazione (per farlo mi ero scolato sei Ceres) iniziò a raccontare barzellette.

Cipputi cari, dovete sapere che aborro nella maniera più assoluta le barzellette e i barzellettieri. Non so spiegare i motivi di questa idiosincrasia, ma è certo che su di me le barzellette hanno l’effetto che la criptonite ha su Superman. E questo ceffo tosa-zazzere parte a raccontarne a ruota libera. Sembrava quasi fosse a conoscenza del mio tallone d’Achille e perciò continuava imperterrito.

Alla dodicesima o tredicesima barzelletta mi rantolai per terra in preda a spasmi epilettici supplicandolo di smettere. Era ormai evidente, quell’uomo era lì con uno scopo preciso da raggiungere a tutti i costi.

“C’è il detective Sherlock Holmes accompagnato dal fido Watson” spara Arturo Emme. “Sono alla ricerca di una bimba, testimone importante di un efferato delitto. “Che scuola abbiamo detto che frequenta, Mister Holmes?” chiede interessato l’assistente. “Elementare Watson!”.”

Fu il colpo di grazia. Persi i sensi.

 

 

Mi ripresi la mattina dopo sdraiato supino sull’impiantito. Avevo bava rappresa sul mento e sentivo la bocca impastata. Nonostante il mio stato comatoso capii immediatamente che qualcosa non quadrava. Mi tastai il cranio.

“I capelli!” esclamai in preda al panico.

Nov 28, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 11, 12, 13, 14.

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Capitolo 11 

Il bottino della giornata consisteva in “Arancia meccanica”, “Le cosmicomiche” e “L’isola del tesoro”. Ormai non facevo più distinzione tra biblioteche pubbliche o private e librerie grandi o piccole.

Quel pomeriggio ero stato a Canea dove avevo scoperto un’interessante via ricca di librerie e mercatini del libro all’aperto.

Quel pomeriggio lo ricordo perché stappai la prima Ceres dopo tre settimane: un record spero irraggiungibile!

Quel pomeriggio lo ricordo perché iniziai a capire di stare male.

 

 

Avevo un gran bisogno di mettere il cervello in stand by. Non era stress (non vedevo fonti di stress nella mia quotidianità), però cominciavo a percepire che qualcosa non andava. Dentro di me? Forse nel mondo? Non avevo la minima idea di quale fosse la natura del mio malessere, quella specie di spleen opprimente. Per la verità, non volevo nemmeno saperlo; paventavo la soluzione di certi enigmi. Preferivo lasciare la mente obnubilata.

Così da quel pomeriggio, in uno stato di inerzia cerebrale, trascorsi diversi giorni. Non leggevo nemmeno più, mio indispensabile trastullo quotidiano. Vagavo tutto il tempo per le strade di Babele o per le stanze dell’A1 e dell’A10 come uno zombie. Spesso strafatto di erba. Oppure ubriaco di vino, birra o whisky.

Una mattina Cettina passò a farmi visita con un qualche pretesto per farsi una sana scopata ma ero talmente fuso che la rimandai a casa con la scusa di un’influenza incipiente.

Per fortuna questo down durò non più di una settimana, ma col tempo avrei imparato che crisi depressive di quella entità e durata sarebbero sopraggiunte sempre più frequentemente. Nel mio intimo albergava la quasi convinzione che il “colpevole” fosse il quaderno rosso.

Che fine aveva fatto intanto il quaderno rosso? Ebbene, o cipputi, era in stato di arresto, rinchiuso dove non poteva evadere. Nel salotto dell’A1 mamma ed io tenevamo in bella mostra una teca di cristallo oblunga, all’interno della quale custodivamo lo spartito originale su cui erano segnate la musica e le parole di “Credici”, canzone musicata da Giovanni Pitigrilli e resa famosa da Rando Pancaldi al Festival di Marzo del Millenovecentosettantadue, premiata dalla critica come miglior melodia. Accanto allo spartito c’era il premio, una targa d’oro con sopra stampata una palma stilizzata e quello che sembrava un pupo siciliano nell’atto di dare una sciabolata alla base dell’albero al suo fianco. Lì, tra targa e spartito avevo messo il recidivo quaderno. I lucchetti ai quattro angoli della base ne garantivano l’impossibilità di fuga.

Superato quel primo ciclo di malessere (che peraltro non avevo mai conosciuto fino ad allora) mi attesero, nel giro di un mese, due episodi eclatanti: Actarus confessò la propria omosessualità e Zambo fu ridotto in fin di vita dal fidanzato geloso di una frequentatrice del corso di spinning.

La clamorosa rivelazione di Actarus fu fatta all’uscita del teatro “Musumeci” di Cafarnao. Io, Cicciobello, Gigi Barletta – amante di teatro nonché attore dilettante – e, appunto, Actarus, avevamo assistito alla trasposizione teatrale di “Uomini e topi” di John Steinbeck. Seduti sulle panchine di un parco attiguo al teatro stavamo commentando il commovente spettacolo appena goduto quando Tommaso se ne uscì allo scoperto.

Ci disse che sapeva di essere omosessuale da sempre ma non aveva mai avuto il coraggio di confessarlo a chicchessia; nessuno infatti lo sapeva, i suoi genitori lo credevano addirittura un dongiovanni incallito anche se né loro né noi lo avevamo mai visto con una donna. Noi amici pensavamo che andasse a puttane ogni tanto. Andava invece in quei locali per gay alla periferia nord di Babele.

Lo scoop non mi impressionò più di tanto. Un po’ più increduli rimasero Ciccio e Gigi. In tutta onestà lo appresi con un senso di rivelazione-liberazione. Capivo improvvisamente che quell’intolleranza spesso ostentata da Actarus nei confronti degli stranieri, delle minoranze, dei diversi in generale, era solo un paravento dietro il quale si rifugiava per tenere celato il suo segreto. In realtà non era né razzista né misantropo. Il nostro amico avvocato era solo una vittima della Società.

In quel momento catartico per Actarus, ma anche per noi che assistevamo alla sua espiazione ed emancipazione, mi parve di vivere un momento dell’opera testé vista: il momento in cui la voce narrante dice “Come talvolta avviene, un attimo discese e si librò e durò molto più che un attimo”.

Quell’attimo era magico. Era chiaro che Actarus soffriva per il tremendo sforzo che lo aveva portato a liberarsi di quel fardello, mettendosi a nudo. Era altresì chiaro che da allora in poi sarebbe stato un uomo più sereno.

Zambo venne pestato dal Trattore, fidanzato di Giuliana la Carogna, la quale aveva spifferato ai quattro venti che il suo istruttore di spinning ci provava spudoratamente con lei, verità peraltro inconfutabile. Quando il Trattore lo venne a sapere aspettò Zambo fuori dalla palestra e lo omaggiò di un soggiorno di un mese in ospedale. Tra denunce e controdenunce credo che la vicenda giudiziaria seguita al pestaggio si protrarrà per anni senza conclusione, nonostante il buon Zambo abbia prudentemente evitato di affidarsi all’amico Actarus detto “il Tormento degli innocenti”.

 

 

Venne il giorno del matrimonio di Paolino Ragù. Si sposava con la Matrona, una donna che più che una donna era un fenomeno da baraccone per pinguedine e appetito.

Al rinfresco (ovvero un pantagruelico pranzo-merenda-cena ininterrotto) parteciparono più di duecento invitati garruli e per lo più alticci. Le uniche persone non proprio felici erano i genitori degli sposi, i cui occhi non avevano smesso di lacrimare un solo istante durante la cerimonia tenutasi nel Duomo di Babele. Li osservavo dal mio tavolo, tavolo composto da me, Cicciobello, Willy, Zambo e Actarus, e mi chiedevo cosa avessero per essere tristi in un giorno che non ha nulla a che spartire con la tristezza (e la commozione aggiungerei); mi chiedevo quale meccanismo scatta nelle teste di genitori prossimi alla metamorfosi da uomini a suoceri. Credo non arriverò mai a capire simili reazioni. Come non capirò mai cosa spinge esseri pensanti a sposarsi, a mettere sotto contratto persino il sentimento anarchico per antonomasia: l’amore.

Comunque sia quella lieve ventata di grigiore durò pochissimo perché l’alcol entrò presto in circolo e il nostro tavolo divenne il fulcro della baldoria.

Intorno alle sei di sera si aprirono le danze. Io e Ciccio ci esibimmo in uno strip strappa applausi, mandando in letterale delirio una ventina di donne non più giovanissime. Willy sfiorò il coma etilico e venne trasportato in ambulanza al pronto soccorso: nessuno lo seppe fino al giorno dopo. Actarus diede spettacolo cantando “Girls just want to have fun” al karaoke e lo dovemmo portare via di peso perché non voleva più staccarsi dal microfono. Zambo vomitò ad un tavolo di coppie dove sedevano anche Candido e Cettina. Paolino Ragù dispensava sorrisi e bottiglie a tutti, inesauribile e ciarliero come non mai.

Ad un’ora imprecisata della sera, sudato fradicio a causa della combinazione di alcol più ballo sfrenato, mi allontanai dall’improvvisata discoteca e uscii in giardino a fumarmi una tumoretta.

“Bella festa vero?” udii alle mie spalle.

Era Syria, un’ex fiamma relegata da tempo nell’albo dei ricordi. Intavolammo un discorso sul matrimonio, i vantaggi e gli svantaggi della vita di coppia, i diritti e i doveri di due sposi, eccetera. Non ricordo esattamente cosa dicemmo. Non ricordo neanche come feci a finire nella macchina di Syria. Rammento però che quando rientrammo, lei scarmigliata e rubiconda, io esangue e sciamannato, venimmo accolti dagli applausi fomentati da Paolino Ragù. Risposi con inchini giullareschi.

La pista da ballo era ancora stipata, gente mangiava e beveva incessantemente da ore ai tavoli depredati, molti discutevano freneticamente in chiassosa allegria. Andai a sedermi al nostro tavolo dove era rimasto solo Actarus, cotto come un cotechino. Notai che il completo grigio da me indossato per l’occasione era ridotto uno schifo e di sicuro, pieno com’era di macchie organiche, di cibo, vino e bruciature di tumorette, lo avrei buttato una volta tolto. Ingollai d’un fiato un bicchierino di grappa e mi rituffai nella mischia. Ballai finché non sentii le energie esaurirsi.

Tra canti, scherzi, brindisi, si fece notte. E poi sorse un nuovo giorno; e tornò la notte. Poi ancora giorno e di nuovo notte. E’ così che il tempo ci fotte, tutti quanti nessuno escluso.

 

Capitolo 12 

Periodo di elezioni comunali. Comizi, quintali di volantini nelle buchette delle lettere, spot a raffica. A Babele aleggiava uno spirito di competizione aberrante: le due grandi fazioni erano in lotta per la conquista del potere. Sarebbe stata una battaglia senza esclusione di colpi (soprattutto colpi bassi) per guadagnare più voti degli avversari. Il Partito Viola o il Partito Arancione?, questa era la scelta per migliaia di elettori.

La tattica adottata dai due schieramenti per far breccia nell’ignoranza dei cittadini era la medesima: un pizzico di demagogia e “campagna contro” a volontà. Per “campagna contro” intendo quella peculiare caratteristica dei politici italiani di mettere in risalto prima di tutto i difetti o i fallimenti o le presunte falsità dei rivali, lasciando in secondo piano i propri programmi e obiettivi. Un po’ come agisce quella cricca delirante di teppisti chiamati ultras; costoro, anziché tifare incitando i propri beniamini, danno contro la squadra avversaria, la polizia, lo stato, il mondo… Dileggiano, insultano, aggrediscono, perché sono dei falliti o dei frustrati. Come chi ha la tendenza a voler governare. Basta osservare i siparietti che si vedono in parlamento per tornare con i piedi per terra nel caso ci si fosse illusi che l’uomo non è una bestia. L’Italia, in certi casi, è veramente una grande latrina!

Avevamo dunque il Partito Arancione da una parte e il Partito Viola dall’altra. In palio l’elezione del sindaco e degli assessori per comporre la giunta comunale. Il Partito Arancione (di cui faceva parte la giunta uscente) dopo aver calunniato il Partito Viola, prometteva meno tasse, meno criminalità, più cura per l’ambiente, più parcheggi, miglior viabilità, eccetera. Il Partito Viola esordiva sottolineando l’inefficienza e l’incompetenza dimostrate dal Partito Arancione durante i quattro anni di mandato appena trascorsi, in seguito prometteva meno tasse, meno criminalità, più cura per l’ambiente, più parcheggi, miglior viabilità…

Simpatici erano i soprannomi con cui i due partiti etichettavano i militanti avversari. Gli Arancione chiamavano i Viola “Mau-Mau”, mentre per i Viola gli Arancione erano “barbudos”. Vinsero ancora gli Arancione per pochi voti.

Io ovviamente non voto, non ho mai votato e mai voterò.  Una volta, ingenuo giovincello, fui indotto in tentazione da un affabulatore carismatico che pareva un messia, un “Colui che indica la luce” prestato alla politica, ma la super intelligenza di Super Tony alla fine prevalse.

Rimanendo sul piano politico (o militare), la guerra in Burkina Faso volgeva a termine. La capitale Ouagadougou era caduta sotto i colpi degli angloamericani e il dittatore Kalambè Borroumè era finito davanti al tribunale de L’Aia per crimini contro l’umanità; visti gli interessi che il paese suscitava in molte nazioni europee, negli USA, in Russia e in Cina, si prospettava un’altra guerra, esclusivamente diplomatica, per eleggere un nuovo dittatore che garantisse sostanziosi vantaggi agli americani, agli europei o al blocco russo-cinese.

 

 

Si era alle soglie dell’estate. Di mamma non avevo notizie da un paio di settimane ma non ero preoccupato; l’avevo lasciata impegnatissima ed eccitata a organizzare non so cosa in un villaggio ai piedi del Kilimangiaro.

I meteorologi prevedevano mesi di caldo torrido, intanto la mia vita filava via liscia come sempre: amici, amichette, birre, tumorette, libri.

Quasi giugno. Incappai in un’altra crisi. Arrivò inaspettatamente, stavolta dopo avere avuto un tète-à-tète con le tette di Tatiana che in realtà si chiama Marika ma tète-à-tète con le tette di Tatiana suona più eufonico e onomatopeico. Piombai in un baratro di vuoto, fu come se qualcuno avesse spento l’interruttore che mi faceva luce dentro così che mi ritrovai smarrito nel buio più profondo, paralizzato da un senso di claustrofobia asfissiante.

Cercai rifugio da Cicciobello. Mi venne ad aprire la porta nudo, coperto solo da un ridicolo perizoma blu, un cuba libre ghiacciato in una mano e una canna nell’altra.

“Ciao vecchio mandrillo” disse. “Qual buon vento ti porta da zio Manolo?”

“Avevo bisogno di spegnere la cabeza, così ho pensato a te.”

“Uh, bene! Allora comincia subito.”

Così dicendo mi porse la canna. Aspirai un paio di boccate abbondanti mentre ci accomodavamo sul divano. Per tv stavano passando le immagini di un documentario sul Terzo Reich.

“Sai cosa significa Arbeit Macht Frei?” mi chiese Ciccio. “Il lavoro rende liberi! Quegli stronzi dei nazisti amavano scriverlo sopra gli ingressi dei lager.”

“Ah!” feci io.

“A proposito di lavoro, mi sono per così dire preso un paio di weeks di ferie. Perché non ci facciamo un viaggetto?”

Una luce si accese! Un bel viaggio con quello sballato di Cicciobello era ciò di cui necessitavo. Lui poi, come me, poteva stare via tutto il tempo che voleva, ben oltre le due settimane di ferie che si era per così dire preso. “L’aldilà di Fido” si era rivelato un business azzeccatissimo, tale da diventare un’impresa dai fatturati stratosferici e Cicciobello poteva tranquillamente lasciare la gestione ai suoi numerosi e fidati dipendenti.

“Passami l’atlante!” disse perentorio.

Sul tavolino accanto a me, sotto un paio di riviste, c’era un atlante. Glielo passai e lui lo aprì ad una pagina qualsiasi; senza guardare posò l’indice a caso.

“Cracovia! Mmm, non mi sembra faccia al caso nostro” disse.

“Mah, non conosco la Polonia ma prediligerei altre mete.”

“D’accordissimo. Riproviamo!”

Ripetè l’operazione aspettando di arrivare tra le ultime pagine dell’atlante.

“Christchurch, Nuova Zelanda. Gli antipodi!”

“Un po’ troppo lontano. E poi non mi ispira un luogo con città che si chiamano Chiesa di Cristo.”

Fece altri cinque tentativi: nell’ordine uscirono Turkmenistan, Corea del Nord, Kabul, Sapporo e Abbiategrasso. Le scartammo tutte.

“Fa’ provare a me” dissi. “Ooooooooh… Costa Rica!”

“Aggiudicato!”

 

 

Quattro giorni dopo partimmo per il Costa Rica quasi allo sbaraglio. Mi portai appresso il mio vecchio zaino scolastico e una valigetta con qualche ricambio di biancheria intima. Cicciobello idem. Non presi neanche un libro; il fatto è che quando sono in giro, lontano da casa, non riesco a leggere. Forse perché sono inconsciamente impegnato a leggere l’esperienza che sto vivendo in quel momento, perché sono concentrato ad assorbire capitoli di vita.

Stemmo via un mese e mezzo, durante il quale risalimmo Nicaragua, Honduras, Guatemala, Belize (sulle cui spiagge paradisiache rimanemmo più di dieci giorni), fino ad arrivare a Cancun, Messico, da dove ripartimmo per l’Italia.

Il sedici luglio atterrammo all’aeroporto di Babele. Con Ciccio avevo trascorso un’avventura fantastica, di quelle che piacciono a me, senza itinerari prestabiliti, orari da rispettare, luoghi sicuri in cui dormire o mangiare. Questo è il Viaggio come lo intendo io. Ed è una fortuna avere un compagno come Cicciobello, forse l’unico capace di adattarsi all’imprevisto, imprevedibile e ignoto della filosofia “on the road”.

Prima di mettere piede oltre la soglia dell’A1 mi ero persuaso che avrei trovato mamma, finalmente rinsavita o almeno fiaccata dalla missione celeste fino allora perorata con tanto fervore, invece trovai solo il quaderno rosso, sprezzante ed inquietante, sempre al suo posto nella teca.

Ritrovarlo lì mi fece uno strano effetto. Mi sentii mancare, o cipputi. Fu una sensazione breve ma mi procurò la certezza che scoprire il segreto nascosto al suo interno era una questione di vita o di morte.

 

Capitolo 13 

Insieme alla mia fiamma del momento, una logorroica estetista di Cafarnao, mi ero recato a trascorrere un week-end di sole e mare a Lido d’Arcadio. Era fine agosto e faceva ancora caldo, molto caldo.

Quando la domenica sera rientrai a Babele notai la Mercedes di mamma parcheggiata davanti al civico numero 84 di via Eric Arthur Blair. Dato che la tenevo in garage da giorni la Ravaiana doveva essere tornata. Infatti la trovai all’A1; stava riposando in camera e appena mi udì aprire la porta si alzò dal letto e venne ad abbracciarmi. Avvertii dalla stretta scevra di calore dell’abbraccio che qualcosa non andava; aveva il viso gonfio e inespressivo, sembrava avesse pianto molto. Le domandai se si sentiva bene e lei spiegò prontamente che no, non stava bene. Era arrivata la sera prima: il suo paradiso si era trasformato in inferno con l’arresto di “Colui che indica la luce”. Il guru era finito in manette per una serie di accuse che andavano dall’abuso di credulità popolare alla simonia, dalla produzione e diffusione di materiale pedopornografico alla profanazione di luoghi sacri, dalla necrofilia al lenocinio.

“Cos’è il lenocinio?” le chiesi.

“Induzione alla prostituzione” rispose.

Mi spiegò che a parer suo il buon “Colui” era stato incastrato da una congiura macchinata dalla Chiesa cattolica in combutta con lo Stato italiano. Il tutto per arrestare la crescente escalation di successo che la setta ravaiana stava ottenendo in tutto il pianeta, successo che preoccupava non poco il Vaticano.

Una settimana prima del ritorno di mamma, la Procura di Urbe aveva spiccato un mandato di cattura internazionale nei riguardi di “Colui che indica la luce”. Finito in una prigione di Dodoma, attendeva l’estradizione in Italia per subire il processo.

“Sei sicura che sia innocente?” osai chiederle.

“Scherzi!? Noi Ravaiani non formiamo mica un’associazione per delinquere. “Colui che indica la luce” è un vero messia, l’eletto, uno uomo carismatico, affascinante, riflessivo; un oracolo dall’infinita saggezza. Troppo onesto e puro per arrivare anche solo a pensare di truffare migliaia di fedeli disposti a credere ciecamente in lui e in Rava Ta Rui.”

“Quindi pensi sia una congiura?”

“Certo che è una congiura. Te l’ho detto: sono stati gli 007 del papa a preparare la trappola. Noi Ravaiani faremo tutto il possibile per tirarlo fuori da questo pantano e rivalutare lui e la setta agli occhi del mondo. Il processo sarà lungo ma se Rava Ta Rui ci sarà vicino, resisteremo fino alla vittoria.”

“E Reginaldo? Che fine ha fatto?”

“Non lo so.”

“Come sarebbe a dire non lo so?”

“Se ne è andato via a fine luglio. E’ sparito senza dirmi niente; mi ha solo lasciato un biglietto che mi informava che tornava a casa perché non ne poteva più della setta e di tutti quei fanatici neofiti che sempre più numerosi invadevano la Tanzania e in particolare Mambuto, il villaggio meta di pellegrinaggi dove noi e il guru vivevamo. Se ripenso a Reginaldo provo per lui infinita compassione e se poi ripenso a tutto il tempo che abbiamo condiviso nel predicare la parola di Rava Ta Rui agli infedeli… mi sento male. Purtroppo però non tutti abbiamo uno spirito abbastanza luminoso e illuminato capace di seguire la luce.”

Mamma mi riferì tutto ciò che aveva fatto nel Sudest africano: aveva coordinato simposi, organizzato eventi e concerti Rava, pubblicizzato la setta in ogni modo possibile, ottenuto licenze per la costruzione di templi di culto ravaiani nell’Altopiano dei Laghi e persino in Mozambico e Sudafrica. Era lei il braccio destro di “Colui” ed io ebbi la certezza che anche se il guru fosse stato veramente implicato in qualche turpe traffico, mamma, plagiata e drogata di fede com’era, non si sarebbe mai accorta di nulla.

“Ora che farai?” chiesi.

“Mi adopererò per dimostrare l’innocenza di “Colui che indica la luce”. La verità verrà fuori. Sto già organizzando un sit-in di protesta a Urbe.”

“Mamma, ti pregherei di non fare pazzie. La tua devozione e la tua passione sono sorprendenti, eccessive, e quando devozione e passione raggiungono tali livelli è facile commettere sbagli dovuti all’istintività. Inoltre tu sei sempre stata una persona razionale…”

“Non preoccuparti per me Tony; e non chiamarmi mamma, sono Ta Swami.”

 

 

Il processo a “Colui che indica la luce” cominciò un mese dopo; venti giorni prima aveva conosciuto le patrie galere.

Cercai da quel momento di evitare il più possibile mamma e soprattutto l’A1: circolavano al suo interno decine e decine di uomini e donne in sandali e saio. Quando incrociavo per strada qualcuno di questi individui mi salutavano con “Kare poxi Rava” e io per non essere sgarbato ripetevo “Kare poxi Rava” senza sapere cosa significasse. Mamma mi spiegò in seguito che voleva dire “Sia lodato Rava Ta Rui.

Per avere a che fare il meno possibile con questa comitiva di sballati mi iscrissi persino ad un corso di fisiognomonia dei glutei. Vi chiederete, o cipputi, in cosa consista un corso di fisiognomonia dei glutei. Non lo so, non ne avevo la più pallida idea e per questo mi iscrissi. Ma non l’ho capito nemmeno alla fine del corso – durato due settimane – quando mi rilasciarono l’attestato di frequenza.

Successivamente fui invitato dai docenti del corso a comprare una laurea in Cinismo Metafisico & Alienazione. Lo feci e ottenni così una la laurea fittizia. All’esame-farsa finale presentai una tesi sul nonsenso semantico. Di cosa trattasse non lo so. Per finire, ho frequentato un master alla facoltà di Lettere Superflue. Ora cipputi sono pseudodottore. In pseudovita.

 

 

Poco prima di Natale, mi pare fosse l’antivigilia, mamma venne a trovarmi all’A10 per darmi la lieta (per lei!) novella. Ero assorto nella lettura di “Cocaina”, spiritosissimo libro del Dino Segre che si faceva chiamare… Pitigrilli. Nell’istante prima della sua irruzione in camera stavo sorridendo ripensando al paragrafo appena letto: “… pretendere di raffinare una donna con le buone parole, è come concimare con zucchero un castagno, per fargli produrre marrons glacés.” Che sarcasmo! Che acume!

“Tony, abbiamo vinto la prima battaglia!” mi distolse dal libro mamma. “Ha ottenuto gli arresti domiciliari! Il guru! “Colui che indica la luce”! Così potrà affrontare il processo serenamente, preparando la sua difesa a Villa Fulgida sui colli di Babele.”

Neanche tre ore dopo quella dichiarazione mamma ed io apprendemmo dalla televisione che la villa miliardaria sui colli era stata messa sotto sequestro dalla Procura di Urbe.

Appena sentii la notizia un brivido mi percorse la schiena. Ciò che prevedevo e temevo avvenne il giorno di Natale: mamma aveva deciso di ospitare “Colui” per tutto il tempo in cui gli fosse stato imposto il domicilio coatto.

 

Capitolo 14 

Mi trasferii definitivamente all’A10. Non volevo avere più niente a che fare con mamma, almeno finché fosse stata assorbita a quel modo dal processo al guru; e non mi andava di fare la conoscenza di un presunto truffatore. Ma, incredibile!, cambiai idea sul suo conto nell’arco di due incontri.

Una fredda mattina di gennaio dovetti recarmi all’A1 per chiedere a mamma alcune uova per pranzo (e anche per sapere quanto tempo bisognasse lasciarle bollire affinché diventassero sode). Quando fui in cucina, apparve da quella che fino a pochi giorni prima era la mia stanza da letto “Colui che indica la luce”. L’avevo visto solo un paio di volte sul giornale e qualche volta in tv; era quindi la prima volta che lo vedevo dal vivo. Lo salutai con un “buongiorno” e lui, senza dire nulla, mise le mani giunte e fece un inchino, poi sparì da qualche parte.

Intuii allora cosa poteva aver fatto colpo su mamma nel primo incontro con il santone: lo sguardo. Quell’uomo aveva due occhi veramente ipnotici. Assomigliava a qualcuno che avevo già visto su qualche libro di storia, ma al momento non rammentavo.

Dopo quel primo, velocissimo incontro non lo vidi più per alcune settimane, anche perché fui pizzicato nuovamente a rubare libri e questa volta non ci fu clemenza nei miei riguardi. Il giudice mi condannò ad un ricovero forzato in una clinica specializzata nella cura della cleptomania e delle sindromi da essa derivanti. Venni così internato per nove giorni nel reparto S.L.C. (Saccheggio Librario Cronico) del nosocomio di Chimerona Utòpia e fui sottoposto al trattamento, consistente in nove giorni di ipnosi associata alla visione obbligatoria di lungometraggi commentati da Enrico Ghezzi e accompagnati dal sottotitolo-monito: Se continuerai a rubare diventerai il Re della Supercazzola!

Guarii. Per quei nove giorni di internamento. Il decimo giorno, appena riabilitato nella società dei probi, mi venne una crisi d’astinenza terribile. Svaligiai cinque biblioteche in una giornata. Bottino: “Ecstasy” e “Acid house” di Irvine Welsh, “Opus pistorum” di Henry Miller, “Jim ha cambiato strada” di Jim Carroll, “Paura e disgusto a Las Vegas” e “Hell’s angels” di Hunter S. Thompson , “L’ultima lacrima” di Benni, “Il paradiso degli orchi” di Pennac e “Il signore delle mosche” di William Golding.

In questo periodo mamma e “Colui” facevano la spola tra Babele e Urbe due volte la settimana per il processo. Poi il processo perse l’interesse dei media e dalla capitale venne trasferito a Babele.

La seconda volta che incontrai “Colui” fu decisiva. Decisiva per quanto riguardava il mio giudizio su di lui, o cipputi.

So di avere cominciato questo “fantastico” libro affermando che le persone dopo un po’ mi stancano e non trovo nessuno di veramente interessante o speciale. Imparai presto che “Colui” non rientrava in questa categoria monopolistica. Per sentito dire (dai giornali, dalla tv ma soprattutto da mamma) mi ero fatto un’idea completamente sbagliata del guru ravaiano. Credevo fosse un uomo molto astuto capace di sfruttare al massimo il proprio fascino, e in effetti era così, ma c’era di più, molto, molto di più dietro quegli occhi ammalianti.

Rasputin! Ecco chi era il personaggio storico sosia di “Colui”: Rasputin! Lo sguardo diabolico, onnisciente, i capelli lunghi e neri e la barba altrettanto lunga e nera lo facevano somigliare in modo quasi identico al cagliostro russo al servizio dello zar Nicola II.

In occasione di quel secondo incontro mamma era fuori casa per qualche commissione e io dovevo andare all’A1 a prendere chiodi e martello per appendere un quadro comprato il giorno prima a un mercatino dell’usato: un acquerello astratto intitolato Un acquerello astratto.

Entrai con le chiavi, senza bussare o suonare il campanello, e lo vidi lì, a gambe incrociate intento a scrutare la teca di cristallo con il quaderno rosso dentro.

“Ciao Tony” disse.

Rimasi un po’ scombussolato nell’udire la sua voce, così stentorea e calorosa; non avrei mai immaginato che un uomo della sua età (mamma mi aveva detto che “Colui” doveva avere circa settant’anni) potesse avere una voce così giovanile. Pensai per un attimo che barba e capelli erano certamente tinti.

“Salve” risposi.

“Che cos’è l’essere brillanti? Solo questo: seminare quando nessuno ti vede e raccogliere quando tutti ti guardano” disse.

“Francis Scott Fitzgerald. “Racconti dell’età del jazz”.”

“Esatto, bravo Tony. Posso darti del tu, vero?”

Annuii e lui proseguì.

“Sai, il quaderno mi stava dicendo che è giunta l’ora di raccogliere.”

Se qualsiasi altro essere umano mi avesse detto una cosa simile in quella situazione lo avrei preso per cerebroleso, ma “Colui”… era diverso…

“So che leggi molto. So che hai viaggiato e avuto molte esperienze. Sento… sento che hai dentro una luce, un’energia più potente di tutti gli altri uomini e donne con cui ho avuto o ho a che fare. Sfruttala! O non raccoglierai mai ciò che meriti.”

“Ma… ma… io sto bene, sono felice così!”

“No che non lo sei. Credi di esserlo. Cos’è poi la felicità? E’ soltanto il primo momento che segue il sollievo da un’infelicità particolarmente intensa.”

“Sempre Fitzgerald. “Belli e dannati”.”

“Complimenti. Però… è giunto il momento di mettere da parte le influenze letterarie, o meglio, è ora di centrifugare tutto: gusti letterari, esperienze, gioie, dolori. E’ ora di diventare ciò che la luce che hai dentro ti indica.”

“Cosa mi indica?”

“Te lo sta dicendo anche il quaderno rosso. Io non posso aiutarti, devi capirlo da solo.”

“La prego “Colui che indica la luce”, mi dica cosa c’è scritto sul quaderno che io non vedo… non sento… non so…”

“Chiamami Gino intanto. Solo quei folli che mi vedono come un demiurgo mi chiamano “Colui che indica la luce”, ma io sono semplicemente Gino Pinoli. E dammi del tu, d’accordo?”

“Va bene, ma mi dia… dammi qualche risposta per favore.”

“Non posso non capisci? Le parole non valgono nulla, non rivelano nulla. L’esperienza e l’intelligenza ti potranno aiutare, non le mie parole. Nessuno, nemmeno io, posso indicare la luce. La luce è dentro te, la tua luce è abbagliante. Segui la strada che ti indica, non sprecarla, non spegnerla.”

Cominciavo a sentirmi come sotto l’effetto di una canna. Tutto sembrava sfumato, l’ambiente, le mie sensazioni, le mie parole, le sue. C’era qualcosa in Gino-Colui che riassumeva a grandi linee la filosofia new age espressa da autori come De Mello, Redfield, Bach, ma in termini meno evanescenti. In lui c’era verità assoluta, concretezza, spiritualità e materialità, anima e corpo, trascendenza e immanenza, tutto ben dosato nel crogiolo di un sapere sconfinato.

“Coloro che sanno, non dicono; coloro che dicono, non sanno” disse.

“Questa l’ho letta in diversi libri e…”

“La saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. La scienza si può comunicare, ma la saggezza no.”

“Siddharta!”

Gino-Colui sorrise impercettibilmente. Poi disse:

“Chi vuole rinascere deve essere pronto a morire. E’ sempre Hermann Hesse. Ora siediti qui accanto a me e osserva in silenzio il quaderno rosso. Se riesci a tirare fuori la luce, riuscirai a capire quello che ti vuole dire.”

Mi sedetti a fianco di Gino-Colui e cercai di concentrarmi. Però facevo fatica, la presenza di quell’uomo mi infondeva un senso di soggezione e rilassamento: inspiegabile a parole!

“Non pensare a me” disse come se stesse leggendomi nel pensiero. “Pensa alla luce!”

Passò mezz’ora. Continuavo a pensare a tutto tranne che alla luce. Mi chiedevo cosa volesse dire il guru parafrasando le parole di Hesse riguardanti il voler rinascere. Sentivo i suoi occhi su di me eppure lui era accanto a me e fissava il quaderno. Iniziai a pormi delle domande. Avevo vissuto la vita che volevo fino a quel momento? Sì, almeno credevo. Come mi sentivo in quel periodo della mia vita? Bene, o così mi sembrava. Cosa vedevo nel mio futuro? Serenità? Sì, più o meno.

Udii la Mercedes di mamma parcheggiare davanti a casa. Mi alzai in piedi mentre Gino-Colui rimaneva in posizione meditativa.

“Ci vediamo “Colui che…”, ehm, Gino. A presto.”

Gino-Colui mi sorrise candidamente. Incrociando mamma sul vialetto dissi: “Ciao Ta Swami.”

Mamma rimase perplessa. Quando mi voltai per vedere se era ancora lì, era ancora lì, a bocca spalancata.

 

 

Rientrato all’A10 mi accorsi di essermi dimenticato i chiodi e il martello. Fa niente, pensai, tornerò domani quando mamma sarà fuori casa.

Mi tuffai nella vasca da bagno colma fino all’orlo di schiuma fumante. Avevo voglia di un bagno caldo; il vapore sprigionato dall’acqua mi immerse in un torpore squisito mentre ripensavo alla conversazione di poco prima. Mi sentii pervadere dalla sonnolenza tanto che mi addormentai nella vasca. Un sogno erotico mi svegliò: stavo “stantuffando” Selen a pecora. Impugnai il toblerone e approfittai della complicità immaginaria della mia pornostar preferita.

Il mattino dopo tornai all’A1 euforico al solo pensiero di incontrare Gino-Colui, ma in casa non c’era nessuno. Seppi da un Ravaiano che passeggiava cogitabondo davanti all’appartamento che erano andati ad un’udienza del processo e sarebbero stati via fino a sera.

Presi chiodi e martello dalla scatola degli attrezzi nello sgabuzzino, li misi in una tasca dei pantaloni mimetici poi, prima di uscire, decisi di “ascoltare” un po’ il quaderno rosso sperando di ottenere qualche rivelazione. Dopo tre quarti d’ora me ne andai sconsolato.

Nov 24, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 7, 8, 9, 10.

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Capitolo 7 

E fu così che. Amo questa locuzione. E fu così che… Tony diede l’addio al calcio giocato. Poco dopo aver “immaginato” questa fantastica storia sono sceso in campo per l’ultima volta, ultima volta coincisa con il successo del Bar 2000 per tre a zero contro la Babylon Boys, partita valevole per la vittoria del campionato amatoriale di Babele.

Gran partita la mia, ho segnato due reti e fatto l’assist per la terza.

Era da un po’ di tempo che meditavo di appendere le scarpe al chiodo; purtroppo anche nelle categorie più infime come quella in cui gioco si è perso il gusto del divertimento, l’essenza del calcio. Si camuffa la sportività con un’antisportività subdola, perniciosa; anziché sviluppare il gioco (divertirsi!) si pensa solo a ostacolarlo, spezzarlo sul nascere; mai che qualcuno faccia autocritica: la colpa è sempre dell’arbitro o comunque mai propria. Sembra che quando si perde siano tutti al centro di un complotto arcano orchestrato da non si sa chi. Ho provato troppe volte una sensazione di impotenza. Ho visto persone rispettabili trasformarsi in bambini ignoranti solo venendo a contatto con il virus del calcio. Ho visto gente compassata fare esplodere in maniera preoccupante un razzismo latente. Ho visto e sentito mancanza di rispetto, ipocrisia, stupidità, violenza… tutto ciò nel contesto di uno sport che dovrebbe proporre e insegnare tutt’altro.

E fu così che… mi sono stancato. Nonostante abbia ancora un certo numero di anni davanti in cui esprimere le mie doti di fuoriclasse, ho preferito dire basta. Che il calcio si fotta, insieme a tutti i suoi protagonisti e i suoi lacchè.

Quella sera abbiamo festeggiato la vittoria al ristorante “Da Paolino Ragù” di Paolino Ragù, il nostro portierone. Lì ho annunciato la decisione di ritirarmi e come previsto, dato che tutti gli anni annuncio la stessa cosa, nessuno mi ha creduto. Ma questa volta o cipputi dovete credermi, perché Tony si è veramente rotto le palle di tutto questo marciume.

Dopo cena, prevedibilmente ubriaco, lasciai la Vespa al ristorante e tornai a casa in BMW accompagnato da Cicciobello, che per la cronaca era più ubriaco di me. Cicciobello non gioca nel Bar 2000, lui è il nostro presidente onorario nonché l’unico sponsor insieme a Paolino Ragù a finanziare le nostre imprese calcistiche. “L’aldilà di Fido – onoranze funebri per animali” abbiamo stampato sul davanti delle magliette.

A casa, all’A1 – dove sto molto volentieri quando mamma è fuori, ed ora che si è messa insieme al suo amico molto amico conosciuto agli incontri spirituali non è mai in casa – mi sono fatto una doccia per riprendermi dalla sbronza. Mi sono poi accorto di aver dimenticato gli occhiali al ristorante, ma per fortuna ne ho un paio di scorta. Per chiudere la serata in bellezza mi sono sdraiato sul divano in compagnia di una tumoretta e ho inserito nel videoregistratore un film con la mia eroina come protagonista: “The best of Selen” il titolo.

Mentre tornavo dal bagno dove avevo gettato la salvietta appiccicosa nel water, ha squillato il telefono. Era tardi, già notte fonda, qualcosa mi diceva che non erano buone notizie. Dall’altro capo del ricevitore Laura era disperata.

“Tony, puoi venire all’ospedale? Mia madre ha avuto un infarto!”

Ho acceso un’altra tumoretta per calmare la tensione provocata dall’angosciante annuncio e mi sono diretto all’ospedale di Babele con la Mercedes di mamma. Trovai Laura in sala d’attesa che piangeva tra le braccia di sua nonna; suo padre era all’estero per lavoro. Zie e zii avevano la faccia deformata dal pianto, i cuginetti – un bimbo e una bimba di non più di dodici anni – singhiozzavano tenendosi per mano. Appena mi vide Laura corse ad abbracciarmi. Non ricordo cosa dissi per rincuorarla, parlammo poco seduti sulle sedie di plastica della sala. Appoggiò la testa sulla mia spalla mentre la cingevo stretta e ogni tanto le sussurravo: “Se la caverà!”

In quel silenzio carico di ansia pensai a mio padre. Poi pensai a quando collassai a casa di Cicciobello e credetti di morire. Rivissi quella sensazione irreale di anima che si stacca dal corpo. Ricordai che mi parve di vedere il mio corpo dall’alto, da un angolo elevato dell’appartamento di Ciccio e poi dall’esterno della BMW dove ero stato caricato. Ricordai che seguii tutta la scena come fossi uno spettatore di un film fin quando all’improvviso sentii l’anima risucchiata nel corpo. Rammentai pure di aver letto un libro dopo quell’esperienza, per documentarmi su casi del genere, un libro di un certo Raymond A. Moody jr. Trattava l’esperienza di uomini e donne che asserivano di aver attraversato quella zona che c’è tra la vita e la morte ma di essere poi tornati indietro benché l’altra dimensione li attraesse enormemente.

Pensai alla vita.

Intanto stringevo a me Laura mentre sua madre era nel reparto di terapia intensiva; immaginai la sua anima che in quel momento si era staccata, osservava il corpo nel quale era stata rinchiusa per anni e stava decidendo se rientrarvi o proseguire la sua corsa verso l’altra dimensione.

Pensai alla morte.

Ad un orario imprecisato di quel mattino, un dottore portò buone notizie: la madre di Laura non era fuori pericolo ma molto probabilmente se la sarebbe cavata. Se la cavò.

Non so per quale strano impulso, per quale reazione ancestrale gli umani reagiscono alla morte con una smodata e adrenalinica scarica di vita, fatto sta che trascorsi i successivi tre giorni rinchiuso all’A10 con Laura. Le uniche pause trascorse senza lei andavano dalle dodici all’una e mezza e dalle diciotto alle venti, quando cioè la ninfomane (cominciavo a sospettare lo fosse davvero) andava all’ospedale a trovare la madre convalescente. In quei momenti di relax mi preparavo da mangiare pasti sostanziosi e cercavo di riposare un po’ ma non appena Morfeo mi accoglieva nel suo regno, Laura mi era già a cavalcioni.

Alla fine del terzo giorno mamma mi venne a cercare. Quando entrò nell’appartamento sorprese me e Laura ignudi, riversi sul pavimento della cucina ricoperto da un tappeto di farina. Accanto a noi giacevano cetrioli, zucchine, banane, bottiglie vuote di champagne. Grazie a pio mamma non è debole di cuore altrimenti ora non sarebbe più in questo mondo. Impanati come due cotolette alla milanese io e Laura ci guardammo mentre mamma, imbarazzatissima, si scusava e ritornava all’uscio. Non so chi di noi tre si sentisse più a disagio ma ormai, come disse Laura, è fatta!

Il giorno seguente ero a pranzo con mamma all’A1. Fui contento di constatare che non erano rimaste tracce dell’accaduto sulla sua moralità cristallina, almeno pareva.

“Sono alcuni giorni che Krishna non si fa vedere, sono molto preoccupata” disse mamma.

“Ho notato che da quando ha aperto il ristorante cinese qui all’angolo sono spariti molti gatti della zona” risposi insensibile alle conseguenze.

Mamma parve turbata ma replicò prontamente.

“Sono le solite leggende metropolitane, figuriamoci se i ristoranti cinesi ammazzano i gatti per cucinarli ai clienti spacciandoli per pollo o maiale!”

Molto probabile, ricordo di aver pensato. Il giorno dopo anche Hare sparì per sempre.

 

 

Capii che la setta new age stava mandando in tilt il cervello di mamma quando mi disse di aver speso novecentocinquanta euro da “L’aldilà di Fido” per fare il funerale a Hare e Krishna, o meglio, ai gomitoli di lana con i quali giocavano Hare e Krishna. Cicciobello mi riferì in seguito di aver tentato di farla desistere da quello strambo proposito, spiegandole che magari i due gattini si erano soltanto allontanati per un po’, ma lei aveva insistito imperterrita. A quel punto Ciccio le aveva fatto uno sconto notevole, visto che mamma aveva preteso addirittura una lapide placcata d’oro che sovrastasse per maestosità l’intero cimitero animale.

Dopo un periodo così emotivamente sfiancante, decisi di staccare la spina per un paio di giorni isolandomi dal mondo esterno. Andai a Chimerona Utòpia – cittadina a venti minuti da Babele – mi infilai nella prima biblioteca che trovai e feci scorta di libri. Nascosi nell’ampio tascone interno della giacca “Un anno terribile” di John Fante, “Il giovane Holden” di Jerome Salinger, “Il pasto nudo” di William Burroughs, “Tropico del cancro” di Henry Miller e “Le avventure di Gordon Pym” di Edgar Allan Poe. Per un mesetto avevo di che leggere!

Durante quei giorni di time out, oltre a leggere ossessivamente e ingordamente, mi ritrovai a pensare alla mamma di Laura. Riflettei sulla condizione temporanea dell’esistenza umana. Alla fine del secondo giorno avevo costruito le basi di una teoria personale, di una visione stantuffiana della vita e della morte.

La mia teoria dice che se riusciamo a considerare morto ogni momento del nostro passato, dalla nascita fino al gesto compiuto un nanosecondo fa, possiamo vedere la morte sotto una luce diversa. Tutto è un continuo alternarsi di morte e rinascita morte e rinascita, una catena di eventi ed esperienze che ci porterà un giorno alla morte reale, fisica. In sintesi, tale teoria, si basa sul principio assiomatico che un cerchio non ha né un inizio né una fine.

Può esserci vita dopo la morte fisica? Chissà (certe esperienze di levitazione pre-morte fanno riflettere maggiormente)! Forse si o forse no, la mia teoria suggerisce solo di non temere la morte (più facile a dire che a mettere in pratica!) e invita a riflettere su un quesito: se la vita è una continua evoluzione, perché tale evoluzione non può proseguire anche dopo la vita terrena magari sotto forme a noi logicamente sconosciute?

Vedete cari cipputi, non appena ho scritto su questo foglio l’ultima lettera dell’ultima parola che avete letto, quel Tony, era già morto: ha lasciato spazio ad un Tony impercettibilmente diverso… evoluto. Me ne sono o ve ne siete accorti? Certo che no! E nemmeno nel momento del trapasso ce ne accorgeremo. Forse qualcuno si renderà conto di aver scalato solo un gradino in più di una scala infinita.

Vi state annoiando cipputi? Non state capendo nulla di quello che scrivo? Non mi spiego bene? Può darsi, però credo di avere iniziato ad elaborare un qualcosa di molto interessante. Probabilmente (sicuramente!) filosofi e teologi del passato o contemporanei hanno basato i loro studi su queste ipotesi; non avendone mai sentito parlare mi prendo il copyright e questa diventa la “Teoria di Stantuffo” sulla vita e la morte.

Nella “Teoria di Stantuffo” si legge anche che il futuro è un tempo morto perché come il passato non esiste, è… sogno, illusione, lontananza: il passato è morto perché non esiste più, non è più presente, e il futuro è morto perché non è ancora arrivato, ancora non è presente. Il presente stesso è un tempo effimero, dato che non appena diviene presente, in un batter di ciglia è già passato. Passato, presente e futuro sono la stessa cosa, il tempo è non-tempo. La vita non si può scindere dalla morte, vita e morte sono due facce della stessa medaglia.

Mi piace immaginare che mentre scrivo queste righe, una moltitudine invisibile di anime passate (liberate dalla prigionia del corpo!) mi stia osservando da quella prospettiva da cui io vidi me stesso in casa e in macchina da Cicciobello.

Mi piace immaginare che tra loro commentino: “Tony è uno di noi, anche se è ancora nella dimensione umana ha già capito!”

Mi piace soprattutto immaginare che dopo questa allucinata incursione nel trascendente, siate ancora disposti a leggere la mia fantastica storia o cipputi.

 

Capitolo 8 

Una mattina mamma irrompe nello studiolo dell’A1 dove sto leggendo una biografia su Charles Bukowski e mi annuncia che lei e l’amico molto amico che si chiama Reginaldo sarebbero partiti per Zanzibar dove intendevano soggiornare una quindicina di giorni per seguire seminari del loro santone. “Colui che indica la luce” aveva infatti organizzato insieme ad un’agenzia di viaggi africana questa “occasione unica che un vero essere spirituale non può mancare” come mi ha detto mamma. Lei infatti non ha mancato di farsi turlupinare.

Quando partì seppi per certo che non sarebbe più tornata. Mi spiego meglio: sarebbe sì tornata ma con la metamorfosi da donna a burattino ormai completata. E pensare che quando ero bambino si professava addirittura agnostica. Era mio padre il religioso della famiglia, cattolico sia pur non praticante, aveva cercato di educarmi ai principi del cristianesimo, battezzandomi, mandandomi al catechismo insieme ai miei coetanei, facendomi cresimare. Più o meno verso i quattordici anni, quando il mio cervello già funzionava per conto suo evitando le ingerenze da parte degli adulti, mi ribellai al dispotismo dei preti, delle suore, dei catechisti, del circo di pio insomma, e abbandonai quell’universo che allora come oggi mi pareva di una stoltezza venefica e di un’ortodossia improponibile. Mamma accettò la decisione senza sorpresa. Papà comprese le mie ragioni e non parve molto deluso; d’altra parte per me quella era la strada sbagliata.

Crescendo ho sviluppato un’avversione sempre maggiore nei confronti delle religioni e in particolare di quella che avevano cercato di impormi con la forza, con la violenza psicologica. Si cipputi miei, perché è uno stupro nei confronti di un minore insegnargli che esiste un pio e non c’è altro pio al di fuori di pio. Sarebbe come insistere a voler far credere che il Partito Viola è diverso dal Partito Arancione, che esistono babbo natale e la befana, il paradiso e l’inferno: c’è il rischio di creare torme di minorati mentali. Questa, o cipputi, è circonvenzione d’incapace!

Pensate solo all’umiliazione della confessione. Per un ragazzino è un trauma non irrilevante dover rendere conto dei propri peccati, chiamiamoli così, a un uomo in gonnellone nero che ti intimorisce col timor di pio dal di là di una grata di ferro. Chi è costui per voler sapere gli affari miei? E che peccati può commettere un ragazzino? Masturbarsi? Dire le bugie? Rubare le caramelle nascoste dalla mamma? Sono forse peccati? Non potete immaginare quanto mi dispiaccia vedere un bambino uscire da una chiesa dopo essersi confessato. Mi dispiace come se lo vedessi uscire da casa con i segni delle percosse inflittegli da genitori violenti e inetti.

Non vorrei offendere nessuno, ma questo è ciò che penso. Preti, suore, rabbini, imam… chi sono i vostri aguzzini? Chi vi ha indotto a credere nelle favole?

Come possono – qui mi riferisco al cattolicesimo – uomini e donne trasformarsi in preti e suore e rinunciare, tanto per fare un esempio, alle gioie del sesso solo per un sadico capriccio di un pio che non è altro che una metafora cicciobelliana, un’invenzione degli uomini per soggiogare altri uomini?

 

 

E adesso l’ex mamma miscredente se ne andava a Zanzibar a idolatrare un certo Rava Ta Rui, divinità probabilmente assemblata in quattro e quattr’otto da “Colui che indica la luce”. Cosa posso dire? Beato chi crede!

Durante la sua assenza mi ripromisi di tenere in ordine l’A1; annaffiai le piante, spolverai, imbiancai persino la cucina con l’aiuto di Zambo e Cicciobello.

Mentre stavo riordinando il contenuto di alcuni cassetti della scrivania ottocentesca del salotto, cassetti zeppi di fotografie di famiglia, vecchi cimeli e cianfrusaglie dimenticate, lo notai. Era lì, nascosto sotto una montagna di spartiti appartenuti a papà. Un quaderno con copertina rossa. “La cruda verità” vi era scritto sopra a pennarello nero. E sul bordo destro, in basso, due iniziali, P.G. Pensai fosse il diario di Pitigrilli Giovanni, mio padre. Lo aprii alla prima pagina:

Segui la strada!

 

    Queste erano le uniche parole scritte sul quaderno, il resto erano pagine bianche; solo nell’ultima pagina ricomparivano le lettere P e G.

Riposi il quaderno dove lo avevo trovato  e accesi una tumoretta. Che significava quella frase? La calligrafia non era quella di papà, per quel che ricordavo, e nemmeno di mamma. A interrompere la meditazione giunse il driiin del campanello dell’ingresso. Un Cicciobello trafelato mi strattonò ed entrò in casa quando aprii la porta.

“Cazzo Tony, ci sono gli sbirri davanti all’A8! Stavo rientrando quando li ho visti che bussavano alla porta. Sono nella merda!”

“Adesso calmati. Siediti lì tranquillo che vado a prenderti una birra.”

Le birre erano finite per cui riempii due bicchieri di rum. Gliene porsi uno e sbirciai fuori dalla finestra mezzo nascosto dalla tendina.

“Sono ancora lì?” chiese Ciccio sull’orlo di una crisi di nervi.

“No, se ne stanno andando. Avranno capito che non c’è nessuno in casa.”

“Puttanazza vigliacca! Devono aver ricevuto qualche soffiata. Se dovessero perquisire l’A8 in questo momento sarei rovinato. Ho nascosto due chili di marijuana calabrese, mezzo chilo di fumo pakistano, qualche etto di marocchino e una decina di grammi di coca.”

“E da quando ti sei messo a spacciare coca?”

“Non spaccio coca. Ho fatto un’eccezione perché me l’ha chiesta Actarus. L’ho comprata per lui da un pusher colombiano.”

“Actarus?”

“Sì, Tommaso. E’ da qualche mese che pippa coca di brutto. Forse non regge più lo stress del lavoro.”

“Pensa un po’, Actarus, l’avvocato del diavolo!”

Suonarono alla porta e a Cicciobello andò di traverso il rum. Scostai la tendina per vedere chi era. Gli sbirri!

“Nasconditi in camera” gli consigliai.

Mi trovai di fronte a due carabinieri, uno dei quali brutto e tarchiato, con un paio di baffoni che denotavano la provenienza meridionale; l’altro era alto e magro, leggermente strabico.

“Scusi il disturbo” esordì il baffone, “sa dirci quando possiamo trovare il signor Manolo Nerix? Avremmo urgente bisogno di lui.”

“Urgente bisogno” gli fece eco lo strabico.

“Sa” riprese il baffone, “purtroppo il cane del maresciallo Palumbo è morto quest’oggi investito da un camion e il maresciallo, che era tanto legato al suo pastore tedesco, vorrebbe inumarlo al cimitero animale.”

“Tanto legato tanto legato” ripeté lo strabico.

“Ma… guardi…” stavo dicendo io quando all’improvviso Cicciobello, che stava sicuramente origliando dalla porta della camera da letto di mamma, apparve.

“Ué appuntato, sono il signor Nerix, mi cercava?”

 

 

Dopo aver garantito ai due carabinieri che si sarebbe recato immediatamente in caserma per accordarsi di persona con il maresciallo Palumbo, Cicciobello mi salutò con un “Hasta luego amigo” e con tutt’altro colorito rispetto a quando era arrivato se ne andò.

Nuovamente solo mi tormentai ancora con le criptiche parole del quaderno. Segui la strada. Segui la strada. Segui la strada…

 

Capitolo 9  

Mamma mi telefonò da Dar es Salaam un venerdì mattina, il giorno prima del suo teorico rientro in patria. Mi riferì che avrebbe prolungato il soggiorno africano di almeno un altro paio di settimane. Ora si era spostata da Zanzibar alla costa tanzaniana per organizzare insieme ad un gruppo di dieci persone un maxi raduno di Ravaiani, gli adepti idolatri di Rava Ta Rui. Mi disse che erano previste cinquecentomila persone provenienti da ogni parte del mondo, cinquecentomila fedeli pronti a farsi stordire dal mantra di “Colui che indica la luce” per poi bersi ogni magniloquente ed esaltata rivelazione del loro guru da strapazzo. Lei e Reginaldo erano incaricati dell’allocuzione propedeutica all’entrata in scena messianica del santone. Stentavo a crederci ma salutai mamma augurandole buon divertimento, buona fortuna e buon lavoro.

Dopo quella telefonata mi venne voglia di fare un salto in biblioteca. Consultai le Pagine gialle alla ricerca di una biblioteca non ancora omaggiata della mia presenza. La “Libreria autogestita di nonno Ugo” mi parve un buon obiettivo; una piccola biblioteca attigua ad un centro sociale per anziani a Orazia era quel che cercavo. Presi la Vespa e percorsi i dodici chilometri di collinette brulle che da Babele portano a Orazia e lemme lemme mi misi a scrutare gli scaffali inaspettatamente pieni di interessanti prime edizioni di libri ottimamente rilegati. Constatai che non c’era una sola edizione tascabile in tutto il fabbricato. Ottimo. C’era invece un’intera parete di scaffali colmi di tomi che non avevano alcun legame tra loro se non l’impiego spropositato di materiale cartaceo. Li evitai: non sopporto i libri troppo lunghi, per quanto possano essere interessanti. Inoltre non saprei dove nasconderli.

Nel tascone della giacca finirono “Io e lui” di Moravia, “Incubi e deliri” di Stephen King, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij e la “Fattoria degli animali” di George Orwell. Mentre cercavo un quinto libro per riempire completamente l’ampia tasca interna, la mia attenzione fu attratta bruscamente da ciò che intravidi tra un’edizione datata de “Il piccolo principe” e una copia di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Era un quaderno rosso dello spessore di un centimetro e mezzo, proprio come quello rinvenuto in casa giorni prima. Lo estrassi incuriosito e non appena lo ebbi in mano il cuore sussultò percorso da un brivido di turbamento. Era lui!, il quaderno rosso trovato nella scrivania, con la scritta “La cruda verità” e le iniziali P.G. sulla copertina, “Segui la strada!” in prima pagina e P.G. nuovamente in ultima. Mi guardai intorno come a cercare qualcuno che si stava burlando di me, ma a parte un anziano signore intento nella lettura di un quotidiano ad un tavolo e la grassa bibliotecaria ero solo all’interno della “Libreria autogestita di nonno Ugo”.

Chiesi alla grassa bibliotecaria che il cartellino penzolante dalla tettona destra indicava chiamarsi Luisa di cosa si trattasse.

“Non lo so” rispose dopo aver controllato sul computer anche le parole “Cruda” e “Verità”. “Non l’ho mai visto prima, forse l’ha dimenticato qui qualcuno. Per me, se vuole, può tenerselo.”

La ringraziai per il gradito dono e uscii in fretta, curioso di arrivare a casa per confrontare la copia con quella nel cassetto. Quando all’A1 scoprii che il quaderno rosso era sparito dalla scrivania, trasalii. Non potete immaginare, o cipputi, l’inquietudine che mi assalì. Mi sentivo osservato. Possibile che qualcuno… no, no, impossibile. Volevo parlare della faccenda con Cicciobello. Gli telefonai a casa ma non rispondeva, il cellulare era spento; probabilmente era al lavoro a preparare il funerale di qualche bestia deceduta.

Per un’ora abbondante stetti a rimuginare. Mille pensieri mi attraversarono la mente. Andai all’A10 a distendermi sul letto osservando e rigirando il quaderno tra le mani. Mi addormentai.

Sognai il fantasma di mio padre che indicava dei geroglifici disegnati sulla sua lapide e traduceva lentamente: “Onore a un uomo nato per i sogni. Morto di realtà.”

“Non sono parole tue, figliolo?” mi chiedeva successivamente. “Non avresti voluto inciderle sulla tomba di Giovanni Pitigrilli? Credo che tu non abbia compreso bene il significato di queste parole.”

Sulla scena onirica apparivano poi vari personaggi a me noti, amici, parenti, conoscenti; c’era mamma, Laura, Cicciobello, Paolino Ragù, Zambo, alcune ragazze con cui avevo condiviso momenti di libidine. Tutti ridevano di me.

Mi svegliai di soprassalto. Il quaderno giaceva ai piedi del letto. Decisi di adottare qualche diversivo per calmarmi un po’. Stappai una Ceres e mi sollazzai con contrazioni tobleroniche dopo aver inserito nel videoregistratore “Selen contro Rocco”.

Quando quella notte tornai a dormire, feci lo stesso identico sogno fatto in giornata, con l’aggiunta di un finale a sorpresa: papà mi spiegava che anch’io ero nato per i sogni e stavo morendo di realtà semplicemente perché quei sogni li lasciavo soffocare nella prigione dorata della mia anima.

Rimossi quel semi-incubo e il misterioso episodio del quaderno per qualche giorno, fino a che una notte non rifeci di nuovo l’esperienza onirica di mio padre che mi ammoniva, questa volta molto più aspramente.

“Non lasciare morire i tuoi sogni! Liberali!” mi gridava.

Quando mi svegliai la mattina seguente il primo pensiero fu per il quaderno rosso. Lo cercai dappertutto ma era sparito.

 

 

I giorni che seguirono furono giorni nefasti. Se fossi superstizioso penserei di essere stato vittima di una maledizione; una qualche ex, fattucchiera, mi aveva magari voluto punire per il mio egoismo da epicureo incallito. Invece non potei fare a meno di dare la colpa al quaderno rosso, sicuro ed enigmatico custode di un segreto per me indecifrabile al momento.

In quei giorni accadde tutto ciò che il semplice termine “sfiga” non può nemmeno lontanamente spiegare.

Laura mi lasciò, la qual cosa mi tormentò spiacevolmente, dato che, anche se non ero innamorato di lei, di solito ero io quello che scappava lasciando in omaggio alla malcapitata un due di picche come biglietto d’addio.

Durante una sortita nella biblioteca comunale di Chimerona Utòpia venni pizzicato per la prima volta nel tentativo di rubare libri. L’impiegato comunale responsabile mi fece svuotare la tasca della giacca e chiamò i carabinieri, i quali mi vennero a prelevare per portarmi in caserma a farmi una interminabile ramanzina sulle conseguenze che avrei subito se fossi stato ripescato con le mani nel sacco.

Dato che in quel periodo era imminente l’attacco angloamericano al Burkina Faso, orde di pacifisti intasavano ogni giorno le strade di Babele. Come sapete o cipputi, parte integrante del mio look sono gli anfibi Doctor Martens e i pantaloni militari mimetici. Mentre passeggiavo tranquillamente per il centro, venni circondato da un gruppo di ragazzi con le bandiere colorate della pace che mi insultarono dandomi del guerrafondaio. Rimediai una scarica di calci, un labbro tumefatto e una lente degli occhiali crepata. Questi sono i pacifisti!

Candido venne cacciato di casa da sua moglie Cettina ed io, molto malvolentieri, dovetti affittargli temporaneamente – nell’attesa che risolvesse la crisi coniugale – l’A10. Avevo proposto a Cicciobello di ospitare il signor Candido Smith nel suo appartamento per qualche tempo ma, come previsto, mi aveva mandato a quel paese.

O cipputi, non è ancora tutto. Una fastidiosa gastrite mi tenne lontano dalle amate Ceres per settimane, tanto che dovetti ricorrere all’aiuto “erboristico” di Ciccio per non uscirne pazzo.

Infine , ad una trasmissione televisiva, la mazzata finale: Selen annunciava il ritiro dalle scene.

 

 

Sentii mamma un pomeriggio. Stavolta chiamava da Dodoma, la capitale della Tanzania. Era entusiasta dell’evento organizzato giorni prima a Dar es Salaam.

“Quasi un milione di fedeli, quasi un milione!” mi riferì commossa. “Non hai seguito il telegiornale? Ne parla il mondo intero!”

No, non avevo visto né letto nulla a riguardo. Le chiesi cosa ci faceva a Dodoma così mi spiegò che visto l’incredibile successo della prima “Woodstock ravaiana”, ne sarebbe seguita presto un’altra. Lei, Reginaldo e altri due Ravaiani stavano mediando con il governo tanzaniano per organizzare un Rava-raduno sulle rive del lago Vittoria. Ovviamente avrebbe ulteriormente prolungato l’assenza da casa.

Le dissi di Candido che avevo momentaneamente alloggiato all’A10 e la salutai. Mamma si congedò dopo avermi lasciato sgomento, per quanto potessi ancora essere capace di stupirmi.

“D’ora in poi, chiamami Ta Swami” disse.

 

Capitolo 10 

Il mistero del quaderno rosso continuava a tormentarmi. A volte mi si instillava nella mente il dubbio che avessi sognato tutto, che quel quaderno fosse solo il frutto di qualche viaggio post canna. In realtà sapevo benissimo che non era né un sogno né un’allucinazione. Cercai di pensarci il meno possibile.

Un pomeriggio sul tardi andai a trovare Candido all’A10 per vedere come se la passava; non appena ebbi varcato la soglia dell’appartamento fui colto dall’orrore: la mia immensa libreria era stata completamente svuotata e i volumi che la componevano erano stati riposti dentro una ventina di scatoloni di cartone.

“Che cazzo stai combinando Candido?” esplosi in un rigurgito di panico. “Chi ti ha detto di arredare l’appartamento senza il mio consenso? E poi, non devi rimanere solo finché non avrai risolto i tuoi problemi con Cettina?”

“Scusami Tony, hai ragione, non so più quello che faccio. Non dovevo prendere questa iniziativa ma, vedi, Cettina…”

Si interruppe e scoppiò in un pianto a dirotto accompagnato da uno stillicidio di singhiozzi. Venne ad abbracciarmi ed io rimasi basito; il cinico Candido Smith mi crollava sotto il naso ed io riuscivo quasi a provare pena per lui.

“… ha intenzione di chiedere il divorzio!”

Oh mio pio!, pensai

“Oh mio dio!” dissi.

“Già, dice che parlo solo di lavoro e non faccio altro che navigare in internet e guardare la televisione. Mi accusa di essere un pantofolaio impenitente. Io le ho giurato di cambiare, di fare tutto il possibile per farla ricredere, per farla felice, ma sembra non ne voglia sapere.”

“Su, su, che una soluzione si trova” lo rincuorai.

Mentre osservavo quello straccio di uomo inerme e umiliato annichilirsi in un profluvio di lacrime ebbi un’idea: avrei fatto qualsiasi cosa pur di aiutarlo. Non perché ci tenessi alla sua quiete interiore e alla sua felicità coniugale; lo avrei aiutato perché volevo tenere l’A10 ancora a mia disposizione e benché sapevo benissimo che se avessi voluto avrei potuto semplicemente sbatterlo fuori, sapevo anche che non sarei mai stato capace di farlo. Vedere la mia adorata libreria profanata da un Candido Smith qualunque, senza nessuna autorizzazione, mi investì del taumaturgico potere di Salva Matrimonio.

“Non ti preoccupare amico mio, andrò a parlare con Cettina. Per quanto posso proverò a risistemare le cose” proclamai.

Sul volto di Candido si stampò un sorriso di gratitudine e speranza che credo di non aver mai visto in vita mia.

“Tu sì che sei un vero amico!” bofonchiò asciugandosi le lacrime con il dorso della mano.

“Rilassati ora, stai tranquillo. E’ in casa a quest’ora Cettina?”

“Sì, oggi la pizzeria è chiusa.”

“Perfetto, allora vado. Tu guardati un po’ di tv e lascia stare l’appartamento, va bene?”

“Certo. Allora ci si vede dopo!?”

“Sì, a dopo Candido.”

 

 

Cettina stava cenando davanti al televisore della cucina acceso. Mi invitò a sedere e mi chiese se volevo un piatto di pasta al sugo per farle compagnia a tavola. Declinai l’offerta ma accettai volentieri – in barba al divieto del dottore causa gastrite – un bicchiere di vino rosso di suo padre Pasquale, noto produttore di ottimo vino casereccio.

Concetta Gatto detta Cettina è una solare ragazza meridionale venuta su al Nord dalla città di Bolgia in Feri quando aveva sette anni. Non brilla per intelligenza ma, cipputi cari, una come Cettina non ha bisogno di intelligenza. Quando una ragazza è fisicamente incantevole e sensuale come Cettina l’intelligenza è un optional superfluo. Fa la cameriera nella pizzeria di suo padre, da “don Pasquale”. Candido non è geloso e, ottuso com’è, la crede pure una santa, ma so per certo che la signora Gatto gli ha messo le corna più di una volta. Zambo ne sa qualcosa.

Dunque mi trovavo nella cucina di casa Smith (in realtà casa Gatto visto che è di proprietà di Pasquale Gatto), Cettina indossava una vestaglia lilla semitrasparente sotto la quale si notavano reggiseno e mutandine di pizzo nero e il profumo che emanava la sua incantevole pelle olivastra era inebriante, nonostante i forti odori di sughi e intingoli vari ne attutissero la fragrante vitalità.

“Come mai passi di qua?” domandò dopo alcuni istanti di silenzio. “No, zitto, lasciami indovinare: Candido Smith!”

“Esatto, sono preoccupato per lui, è moralmente a pezzi.”

“Guarda Tony che non intendo lasciarlo. Io lo amo. Ma deve rendersi conto che non può trattarmi come un soprammobile. E che c’è una vita reale fuori dalla porta, al di qua degli schermi di tv e computer. Voglio solo farlo cuocere nel suo brodo per un po’, poi lo riprenderò in casa.”

“Oh, bene. Mi fa piacere sentirti dire queste cose, ero davvero rammaricato per questa triste situazione. State così bene insieme!”

Arrossii tanto grande era la mendacia trasudata dalle mie parole ma Cettina interpretò il mio rossore come una forma di profonda sincerità e diafano candore. Per scacciare l’ipocrisia asfissiante che mi avviluppava il cuore in quel momento, trangugiai un altro paio di bicchieri di vino. Non mi accorsi quando Cettina si alzò e venne a massaggiarmi le spalle.

“Tony Tony Tony! Sei troppo premuroso, Pensi troppo agli altri…”

Come no!, mi dissi.

“… cerca di pensare un po’ più a te stesso. Perché non provi a sistemarti? Trova una guagliunciella adatta a te e sposatela!”

“No Cettina, la vita coniugale non fa per me.”

“Io invece sono convinta che saresti un buon marito, soprattutto sotto le coperte…”

Detto ciò, l’opera di inturgidimento del toblerone, iniziata non appena Cettina aveva cominciato a massaggiarmi le spalle, raggiunse l’apogeo. La procace femmina del Sud venne a sedersi sulle mie ginocchia e mi baciò appassionatamente sprofondando la sua morbida e vispa lingua nella mia bocca. In un attimo ci trovammo avvinghiati nei preliminari di un amplesso infuocato, amplesso che fece tappa – lasciando segni di devastazione ovunque – in salotto, di nuovo in cucina, in bagno e poi in camera da letto.

La regola dello “scopo come gioco a calcio” (una volta da campione e tre da brocco) era sempre valida e anche questa volta, per fortuna, avevo sfruttato l’uno su tre.

Guardai Cettina stremata al mio fianco. Lentamente mi alzai e andai a recuperare i vestiti sparsi per la casa. Quando tornai in camera per salutarla era ancora nuda e ansimante sopra il letto.

“Tony!” mi disse. “Vai a dire a Candido che può tornare a casa. Però, torna anche tu qualche volta…”

Tony deus ex machina! Tony il Salva Matrimonio! Tornando verso casa per dare la splendida notizia a Candido mi sentivo quasi un santone, un semidio, sì, mi sentivo capace di “indicare la luce”.

 

 

“Caro Candido, il dado è tratto, come disse mia nonna mentre preparava il brodo per i tortellini” esordii appena entrato.

La battuta era squallida e forse non l’avete capita nemmeno voi, o cipputi, ma che importa! Dopo aver compiuto un miracolo così appagante per tutti potevo anche permettermi boutades da due soldi.

“Allora com’è andata?” chiese con apprensione l’amico.

“La tua cara mogliettina ti rivuole immediatamente a casa!”

Candido accolse la notizia in un tourbillon di sentimenti altalenanti: incredulità, commozione, gioia, sbigottimento, esaltazione.

“Come hai fatto? Cosa le hai detto?” volle sapere con insistenza.

“Mmm, diciamo che ho usato la bacchetta magica!”

“Beh, qualunque cosa tu le abbia raccontato, grazie amico. Te ne sarò per sempre riconoscente.”

Mi baciò su una guancia (in seguito mi sarei poi chiesto se l’aveva fatto davvero o se me l’ero immaginato) e mi abbracciò. Raccolse di filata i due stracci che si era portato dietro ed io dovetti esortarlo a fare con calma, dato che probabilmente a casa sua Cettina era ancora intenta a cancellare le prove del delitto. Si scusò per il disturbo arrecatomi e tornò al tetto coniugale.

Povero Candido. Povero uomo destinato alla mediocrità. Potrà diventare anche il direttore della più importante banca mondiale un giorno, ma resterà sempre un uomo dallo spirito pedestre.

Bene, la libreria era salva. Repressi un moto di rabbia residua per l’inopinata iniziativa dell’amico e cominciai a riaprire gli scatoloni per rimettere i libri al loro posto. Nel terzo scatolone che aprii trovai niente meno che il quaderno rosso. Non avevo scelta o cipputi, dovetti convincermi di averlo messo io stesso in mezzo a quei libri.

Nov 22, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 4, 5, 6.

Capitolo 4

“Tu sei avulso da questo mondo… un animale selvatico impossibile da addomesticare” mi dice ogni tanto Cicciobello. Sarà, non so, vero è che la gente mi osserva con perplessità. “E’ figlio di Pitigrilli il musicista, anche lui dicono sia un artista” commenta qualcuno. “E’ un tipo sui generis, un artista!” dichiara qualcun altro. Strano come spesso si tenda ad associare l’arte alla stravaganza. In effetti io sono un tipo bizzarro, a partire dal mio look, passando per i comportamenti, fino ad arrivare al modo di vivere e pensare, ma cosa c’entra l’arte? Qualche cipputo che ancora stenta a capire si chiederà cosa in effetti c’entro con l’arte. Ebbene, anche se come ho detto non ho ancora combinato nulla di rilevante nella vita, SONO UN ARTISTA. Già, sono un artista non per quello che ho fatto (nulla) o che farò (probabilmente nulla), bensì per quello che sono dentro. Se c’è qualche artista tra voi, o cipputi, non fate finta di niente. Sapete benissimo di avere un dono raro: sapete leggere! Non parlo certo dei libri; sapete leggere la realtà – e anche l’irrealtà – che ci circonda. Si capisce lontano chilometri se uno ha questa capacità, si vede da come osserva la vita, da come guarda il mondo intorno, da quanta sete ha di sapere, da come cerca di assorbire l’essenza delle persone, dei semplici sguardi, degli oggetti, delle stagioni, di un tramonto. “Tu sei avulso da questo mondo… un animale selvatico impossibile da addomesticare.” Come suonano bene queste parole! Mi inorgogliscono intimamente. L’emblema principe della mia eccentricità è comunque il look, orrenda parola presa in prestito per definire gli artifici dell’aspetto esteriore. Non solo, il mio look è l’emblema di una capziosità ricercata e voluta. Sono spiazzante perché appaio tramite  il filtro di una maschera che nasconde tutt’altra facciata. A guardarmi sembro un tossico in fase terminale, un individuo losco e pericoloso: porto capelli lunghi fino oltre le spalle, sono magro e pallido, indosso pantaloni militari e anfibi Doctor Martens tutto il tempo dell’anno, camice logore e slavate, bretelle e occhiali da vista a montatura tonda. Chi non mi conosce è portato a pensare ch’io sia un criminale, drogato, psicopatico. Chi mi conosce abbastanza sa che sono un uomo spirituale, sensibile, educato, tollerante e pienamente in possesso, purtroppo, delle facoltà mentali. Adoro questa maschera! Adoro ingannare i bigotti e i superficiali! L’aspetto esteriore o look che dir si voglia è in assoluto l’elemento più fuorviante nel valutare il carattere e l’interiorità di una persona. Ci sono invece altri fattori, apparentemente insignificanti, che permettono di identificare piuttosto esaurientemente chi o cosa si cela all’interno  dell’usbergo umano. Per esempio, dal modo che uno ha di correre o sorridere, dal cibo che preferisce, dal fatto che prediliga un certo tipo di vino anziché un altro, un certo attore o un certo scrittore invece di un altro, da tante piccole cose si può capire bene con chi si ha a che fare. Se avete davanti un interlocutore assolutamente astemio vi consiglio di stare all’erta: fate buon uso di questa perla di saggezza! Per rimanere in argomento vi racconterò di una piccola indagine che svolsi tempo fa. Volevo capire che rapporto intercorre tra modo di pulirsi il sedere e personalità. Chiesi così agli amici che metodo usavano per spazzarsi con carta igienica l’orifizio, convinto che quasi tutti mi avrebbero risposto che se lo nettavano con il sistema che anch’io adotto e cioè “da dietro”. Risultò invece che tre amici su sette se lo pulivano “da davanti”, andando cioè con mano e avambraccio a infastidire i gioielli penduli. Rimasi shockato, pensavo che solo le donne si pulissero il deretano a quella maniera o cipputi, e neppure in molte. Candido, Zambo e Willy risultarono i tre eretici. Ora, il campione che intervistai non era assolutamente rappresentativo e neppure numericamente attendibile, però giunsi lo stesso a una conclusione; constatai che sia Candido che Zambo e Willy sono tutti e tre accomunati da caratteri abitudinari e infingardi, sono computerdipendenti, provvisti di una discreta dose di scadente umorismo ed estremamente prosaici. Anche Actarus però, che appartiene alla categoria dei pulitori “da dietro” insieme a me, Cicciobello e Paolino Ragù ha queste caratteristiche pur senza essere computerdipendente. Mah! Non è semplice analizzare questi sondaggi statistici. Le conclusioni che si traggono possono non significare nulla ma, credetemi!, se l’abito non fa il monaco, tutto il resto fa, eccome se fa!

Capitolo 5

Eravamo in giro per Caos, una frazione di Cafarnao, senza nessun programma in particolare se non quello di trascorrere una tranquilla serata di metà settimana. Eravamo io e i miei “migliori amici”. Ho virgolettato migliori amici perché è una specie di eufemistica ironia per non dire “peggiori figli di puttana”. Decidemmo di infilarci in un’enoteca. Io avrei preferito sedermi davanti a una Ceres ghiacciata ma Cicciobello, Zambo e Actarus optarono per un paio di bottiglie di Refosco. Fino a pochi mesi fa avrebbe fatto parte della combriccola anche Candido, ex Ghenga, ma dopo il matrimonio con Cettina non lo si vede quasi più; è succube della moglie e se vuole uscire con gli amici qualche rara sera deve supplicarla in ginocchio. Non è una gran perdita ad ogni modo. Candido Smith è il tipico esempio di uomo pronto a sacrificare la madre pur di far bella figura con qualche pezzo grosso del suo campo lavorativo. Ora è vice direttore di un istituto bancario di Babele; fino pochi anni addietro era un semplice impiegato addetto agli sportelli. Carrierista cinico anche se di natura neghittosa, possiede una delle caratteristiche più tristi che posso riscontrare in una persona e cioè la non consapevolezza della propria infelicità. Lui è profondamente infelice ma non se ne rende conto, anzi, crede di essere tutto l’opposto. Deprimente. Per farvi un quadro completo della mia compagnia abituale, vi descriverò a grandi linee anche Zambo, Actarus e Cicciobello. Capirete così con che razza di ceffi ho a che fare. Zambo, oltre alle caratteristiche proprie appartenenti all’archetipo risultante dalla teoria del pulirsi “da davanti”, è un bel ragazzo, alto, lampadato e narciso, caratteristiche queste ultime due – soprattutto la massiccia dose di raggi ultra vu che assorbe tre volte a settimana – che lo fanno sembrare un po’ un pupazzo, un Big Jim in carne e ossa. Di mestiere fa l’istruttore di spinning e alcuni anni or sono vinse una cospicua somma di denaro giocando una schedina del totocalcio. Siccome sua madre era ed è tuttora la direttrice amministrativa di un orfanotrofio di Babele, gli chiesi una volta se avrebbe fatto beneficenza ai bambini. Sapete cosa mi rispose o cipputi? “Lo farei volentieri, ma vedi Tony, quei bambini un giorno diventeranno adulti, quindi pericoli potenziali per l’umanità. Farò beneficenza allo zoo.” Da allora cominciai a rivalutare l’amico da una prospettiva migliore. Actarus è avvocato. E razzista. C’è una notevole incongruenza in ciò ma questo è Tommaso-Actarus lo xenofobo. Odia soprattutto gli extracomunitari di origine asiatica e non ho mai capito perché, forse per qualche trauma infantile. Esercita la professione da quasi un lustro e pare che tra i suoi colleghi si sia diffusa la voce che porti sfiga affidarsi alla sua difesa. Nel suo ambiente spietato gli è stato affibbiato il soprannome “il Tormento degli innocenti”. Vive con madre e padre a Cafarnao . Infine c’è lui, il mio… migliore amico, Cicciobello. Pensate, ha aperto la prima agenzia di onoranze funebri per animali di tutta Italia; offre un servizio impeccabile, con tanto di funerale e sepoltura dell’animale (dal canarino al cane ma una volta ha sepolto anche un cavallo e un vecchio leone dello zoo di Babele) in un terreno di sua proprietà che ha adibito a cimitero. E’ talmente organizzato che ha alle sue dipendenze persino due prefiche professioniste. Fa un sacco di soldi ma arrotonda ulteriormente spacciando erba ad un’ampia cerchia di amici e conoscenti; all’A8 di via Blair 84, dove abita da solo, nasconde spesso quantitativi di droga bastanti per prendersi due ergastoli. Il soprannome Cicciobello gliel’ho dato io perché con quei suoi occhi azzurri, le guance pienotte e i capelli ricci e biondi da bambino mi ricordava il bambolotto Cicciobello. E non è cambiato granché da allora. Lo conosco da quando avevo dieci anni  e siamo sempre andati d’accordo, anche se credo che sia fondamentalmente un pericoloso pazzoide. Vi racconto un aneddoto: una sera andai nel suo appartamento e ci fumammo qualche spinello accompagnato da alcune Ceres, Ceres che tiene sempre di scorta per le sere in cui vado a trovarlo. In quel periodo stavo sottoponendomi ad una pesante cura antibiotica per guarire da una fastidiosa bronchite; non pensai che era quasi un suicidio mischiare medicine, fumo e alcol, infatti ebbi un collasso. Mi ripresi sulla BMW di Ciccio mentre percorrevamo una sperduta viuzza di campagna. Chiesi all’amico dove stavamo andando e lui mi rispose “all’ospedale!”. Credo invece mi avesse creduto morto e non stesse affatto andando all’ospedale! Però, incredibilmente e dopo tutto, gli voglio bene.     L’oste arrivò con la terza bottiglia quando il tasso alcolico cominciava a dare i suoi frutti. Io non potei fare a meno di non notare l’incredibile somiglianza tra l’uomo che ci stava stappando il Refosco davanti a sguardi euforici e Joseph Goebbels, il ministro della propaganda e dell’informazione nazista. Conosco Goebbels perché durante la mia attività giornaliera di studioso ricercatore filosofo scienziato mi sono spesso imbattuto in una bibliografia trattante l’epoca nazionalsocialista. Estraniato da quell’associazione fisionomica mi ritrovai a chiedermi come mai i fautori dell’arianità – da Adolf Hitler a Rudolf Hess, da Heinrich Himmler al dottor Josef Mengele –  erano tutti uomini che di ariano avevano ben poco, anzi, tendevano quasi al grottesco in senso opposto. Zambo mi riportò alla realtà del momento proponendo un brindisi. “A Adamo ed Eva, i primi innocenti sacrificati alla morale ipocrita di Dio” disse. “Prosit!” ripetemmo tutti in coro. Un argomento succulento è stato servito a tavola, pensai. “Avete mai pensato seriamente alla storia di Adamo ed Eva?” chiesi. “Avete mai pensato sotto quale sottile metafora hanno celato la prima grande scopata della storia? Voglio dire… Non sarete mica così ingenui da pensare che la mela era una mela e il serpente un serpente?!” “Cazzo!” esclamò Actarus. “Non ci avevo mai pensato.” “Io lo sapevo” intervenne Cicciobello, “l’hanno dovuta metter giù così se no non la si sarebbe potuta divulgare, la storiella. Pensate a come sarebbe stato migliore il mondo se si fosse scritto che Eva si fece tentare dal batacchio di Adamo e Adamo trapanò la pulzella fino ad inondarle la fremente fossetta, travolgendola in un orgasmo… paradisiaco!” “O magari sarebbe stato peggio, questo è il busillis.” “Ma che peggio e peggio Perry Mason!, la censura è sempre un male. A proposito, pensate un po’ quant’è vecchia la censura!” proruppe Zambo. “Al serpente e alla mela!” gridò alzando il calice Cicciobello, già parecchio su di giri. Io stavo bene, rilassato e allo stesso tempo gasato dal buon vino che stavamo gustando. Forse volli andare un po’ troppo oltre i limiti di logica e cultura dei miei compari quando dissi: “Già, la censura! Se Gabriel Garcia Màrquez metaforizza la pedofilia nel suo “Cent’anni di solitudine” vince il Nobel, se non la metaforizzo io in “Non ci sarebbe niente di male a scoparsi una ragazzina consenziente che ti attizza” finirei i miei giorni in galera.” “Che cazzo hai detto?” chiese Actarus. “Boh, una stronzata sicuramente” mi scusai. Lasciai (lasciarono) cadere la provocazione e facemmo un ultimo brindisi vuotando la bottiglia. “A Iddio Nostro Censore!” proclamò solennemente Zambo. “Amen” ripetemmo all’unisono. Uscimmo dall’enoteca tutti un po’ barcollanti e mentre ci dirigevamo alla macchina di Actarus, con la quale eravamo venuti a Caos, Cicciobello fermò una ragazza che sopraggiungeva in senso opposto. “Scusa” le disse, “sai mica se puotesi instaurare un rapporto bilaterale che comporti uno scambio reciproco di liquidi organici in un contesto ludico al fine di appagare nostri istinti lubrici?” “Ma vaffanculo!” fu la risposta dell’altezzosa ragazza. Scoppiamo in una risata fragorosa e inarrestabile. Cicciobello estrasse l’ultima tumoretta dal pacchetto, l’accese e con finto cipiglio dichiarò: “’Ste troie! Non apprezzano l’ingegno della metafora, la poesia dell’eufemismo!” “Che ci vuoi fare Ciccio, c’est la vie” lo rincuorò Zambo. Ancora in preda ai singhiozzi ridanciani pensai che, sì, sono i miei migliori amici ma… senza eufemismi, i peggiori figli di puttana…

Capitolo 6

Mancava un’ora al mio primo e ultimo concorso di poesia al quale partecipai. Mi ero dilungato un po’ troppo con Laura a fare giochetti all’A10; aveva portato due paia di manette e della schiuma da barba con un rasoio, mi aveva bloccato i polsi alla testiera del letto e mi aveva completamente depilato, da sotto il collo fino alle caviglie. La sensazione di pericolo che mi procurava lo scorrere della lama sul corpo mi aveva eccitato in modo spropositato tanto che eruttai fiumi di piacere senza alcuna stimolazione genitale. Non appena ricaricai le pile o cipputi, e Laura cavalcò il mio toblerone glabro (che ridicolo, il toblerone glabro!) le feci esplodere la testa dal piacere. Quando vidi che ore erano sul quadrante della sveglia elettronica mi precipitai a fare una doccia, lasciai Laura a rassettarsi pregandola di chiudere la porta a chiave quando se ne fosse andata e raggiunsi con la mia Vespa – vero pezzo d’antiquariato di valore inestimabile – Cafarnao, dove si teneva la finale del concorso. Mi aveva convinto Cicciobello a parteciparvi, dopo una notte di canne in casa sua. Eravamo talmente fatti che avevamo iniziato a declamare versi a vanvera. Ad un tratto Ciccio si era alzato di scatto dal divano dove era stravaccato ed era venuto ad abbracciarmi. “Sì Tony, tu sei un poeta” disse con enfasi comica. “Devi assolutamente partecipare al concorso che si tiene il mese prossimo a Cafarnao, guarda (mi porse un depliant), me lo ha lasciato una signora alla quale era morto il cagnolino. Adesso scriverai la prima poesia che ti viene in mente e parteciperai, ok? No, no, non dire niente, pensa a inventare qualcosa (mi diede un foglio e una penna), ad iscriverti ci penso io. Vincerai!” Scrissi le prime cose che mi vennero in mente sotto l’influsso della marijuana, versi che parlavano di cervelli in salamoia, croci grondanti sangue, topi, sfere di cristallo, babbi natale crapuloni, spermatozoi impazziti, tutte allucinazioni che ebbi in quel momento chiudendo semplicemente gli occhi. Quando Cicciobello si mette in testa una cosa non c’è modo di fermarlo e ora aveva deciso di iscrivermi ad un concorso letterario. Spedì la poesia e benché mi fossi inizialmente opposto, anche la quota di venti euro per l’iscrizione. Scommisi cinquanta euro che non avrei vinto nulla, mentre Ciccio era straconvinto del contrario.     Arrivai che avevano cominciato da un quarto d’ora e mi sedetti su una poltrona tra le ultime file di questo salone comunale in stile barocco. L’oratore parlava ma io non ascoltavo, ero attratto dalle persone che componevano il pubblico. Premiarono i primi tre racconti per la sezione narrativa, vennero letti alcuni brani dei suddetti racconti, poi ci fu una pausa durante la quale il serioso presentatore pregava di servirsi liberamente del buffet. Io mi versai un calice di vino e vagabondai qua e là osservando con un misto di curiosità e disagio quegli strani esseri umani che occupavano la sala. Si respirava falsità. Vi è mai capitato o cipputi di respirare falsità? A me capitò la prima volta quel giorno. Tutti quegli aspiranti poeti! Sembrava si sentissero i rappresentanti di un’elite inavvicinabile, razza superiore, loro, ometti e donnette supersnob che si atteggiavano a grandi artisti. Almeno io lo sapevo di essere un artista, mica avevo bisogno di mostrarlo a loro! Un’anziana signora mi si avvicinò. “Anche lei partecipa?” chiese. “Sì” risposi laconicamente, più per distrazione che per sgarbo. “E’ un poeta decadente? Dall’aspetto si direbbe proprio di sì.” “Sì.” “E’ la prima volta che partecipa a questo concorso?” “Sì.” Dopo un’altra decina di domande e altrettanti “Sì” l’azzimata nonnetta tornò al suo posto. Poco dopo anch’io andai a sedermi; la premiazione della categoria poesia stava iniziando. Terminata una prolusione durata mezz’ora, l’oratore elencò le tre poesie vincitrici partendo dalla terza classificata. “Con una media voto di sette e settantacinque si piazza al terzo posto la poesia “Sbrilluccica” di Carlo Maria Garofalo…” Applausi, l’autore che sale sul palchetto improvvisato con quattro assi, ringraziamenti, una ragazza che declama i versi della poesia del Garofalo, altri applausi. “Seconda, con una media voto di otto e mezzo, l’elegia “D’amore e bugie” di Chiara Destouche…” Applausi, l’autrice che sale sul palco, ringraziamenti, qualche lacrima, un giovane attore che declama i versi della poetessa Destouche, ancora applausi. “Vince il primo premio del quattordicesimo concorso di poesia e narrativa “Arturo Rinaldi”… con una media voto di nove e venticinque… “Mi gira la testa” di Antonio Pitigrilli…” Passarono diversi secondi prima che mi rendessi conto di aver vinto. La gente si guardava intorno rumoreggiando, in cerca dell’autore di “Mi gira la testa”. Quando mi alzai per dirigermi verso il palco si levarono applausi scroscianti che sulle prime mi parvero insinceri, poi cambiai opinione: erano solo invidiosi. In questo ambiente ognuno sa di non essere inferiore a nessuno ed è giusto così;  solo la mancanza di umiltà può portare al successo un artista. Quando fui davanti a quella platea plaudente (saranno state un centinaio di persone) non seppi assolutamente cosa dire, stordito com’ero, così l’oratore venne in mio soccorso elogiando l’ermetismo disperato e dissacrante della mia opera. Applausi fragorosi salutarono la lettura dei miei versi da parte della ragazza che aveva letto “Sbrilluccica” poco prima. Terminata la premiazione  dovetti sorbirmi una decina di pseudoartisti (ma forse tra loro c’era anche qualche artista vero) che mi accerchiarono per farmi i complimenti e che mi diedero la nausea. Con un vago senso di imbarazzo cercai di defilarmi diplomaticamente e alla svelta. Rientrando a Babele con un assegno da duemila euro spettanti al vincitore del quattordicesimo “Arturo Rinaldi” ben riposto nel taschino della camicia, mi dissi mai più, mai più metterò piede tra questi gruppuscoli settari di mini Montale e mini Ginsberg e mini Pound e mini mini… Arrivato a casa per prima cosa andai da Cicciobello. Quando suonai all’A8 venne ad aprire Giada, una delle studentesse in affitto all’A7; era lì per comprare qualche grammo di hascisc e vedendola in deshabillé dedussi che l’amico aveva esatto un piccolo extra sul prezzo della droga. Dalla cucina sentii Ciccio chiedere chi era e quando Giada glielo riferì mi gridò di accomodarmi  in salotto. Mentre la ragazza rullava una canna e Cicciobello arrivava in accappatoio con una Ceres ghiacciata per me, raccontai dell’incredibile abbaglio che avevano preso al concorso premiando i miei versi. “Te lo avevo detto, sei un poeta” disse l’amico. Ridemmo fino quasi allo svenimento, un po’ per colpa delle canne, un po’ per il nonsenso della mia elezione a poeta. Nel mondo dell’arte, o cipputi, non c’è nulla di meno giudicabile  e privo di valore di una poesia. Una poesia può avere valore solo per chi la scrive. Poco dopo che Giada se ne fu andata dissi a Cicciobello di tenere l’assegno da duemila euro, gli spettava di diritto. Ciccio disse che non lo avrebbe mai accettato (volle però i cinquanta euro della scommessa che gli diedi immediatamente) sottolineando che il merito era solo mio. Insistetti che se non fosse stato per il suo intuito e la sua ostinazione non avrei mai intascato quel pezzo di carta. Arrivai a proporre di fare a metà ma anche questo non gli andava bene. Quel genio allora risolse la diatriba con un’illuminazione estemporanea: riempì l’assegno con marijuana e ce lo fumammo tutto. O cipputi, rimasi a letto per due giorni interi senza mai vedere la luce del sole!

Nov 14, 2013 - Senza categoria    No Comments

IL QUADERNO ROSSO

Ok amici, state calmi, non strappatevi i capelli! Per la vostra gioia e per quella degli iscritti al “Tony Fan Cul” potete leggere ora, gratuitamente su questo blog, “Il quaderno rosso”. Il protagonista dell’opera ha deciso di divulgare in rete la sua verga… sorry: il suo verbo. Dopo che l’editore del libro cartaceo ha chiuso i battenti, tutti potranno leggere vita, miracoli e morte dell’unico, inimitabile, incaprettabile Stantuffo nazionale. Si parte con i primi capitoli. Mi dispiace solo che incollando il testo su queste pagine, venga staccato ogni periodo, ma so’ quisquilie nonché pinzillacchere, perciò… buona lettura!

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PARTE PRIMA

Preliminari…

Il guaio è che non riesco a scrivere che di me stesso. E’ un limite difficilmente superabile ma nessuno mi interessa quanto il sottoscritto. Anche riflettendo intensamente, non riesco a individuare persone capaci di suscitare la mia curiosità dentro l’arena de mi vida, persone in grado di andare oltre certe barriere invisibili. Perlomeno non ne ho ancora conosciute.

    Ho sempre trovato molto interessanti le persone che non conosco; di solito una persona rimane degna di “approfondimento” per un tempo assai limitato, fin quando cioè la data di scadenza sopportativa che ognuno di noi ha stampato sul retro della capoccia viene superata. A quel punto l’apprezzamento, la stima, l’idillio o la larvale empatia che avevano trovato un ipotetico acme, scemano sino ad esaurirsi.

    Insomma cipputi cari, omaggiatemi della vostra estraneità ed io vi ammirerò, vi amerò e per sempre vi sarò riconoscente.

    A questo punto dopo un esordio così bislacco vi starete chiedendo chi sia e perché scrivo la mia storia nel tentativo di tramandare la mia leggenda attraverso l’ostentazione del mio genio e del mio talento. Bene, chiariamo subito la questione o cipputi miei: io sono il Più Grande scrittore mai esistito, la più sublime intelligenza letteraria che la storia abbia mai prodotto.

    D’accordo, finora non ho scritto o pubblicato niente, che c’entra! Anzi, è proprio il non aver mai prodotto niente ad assurgermi al grado di Più Grande. Tutte le mie opere devono ancora essere scritte, se mai le scriverò; giacciono nel dedalo brumoso del mio cervello e lì fermentano. Forse non vedranno mai la luce, poco importa!, sono figli abortiti per risparmiargli l’incomprensione di questo mondo. Esse sono, in teoria, i più alti capolavori in prosa mai scritti e/o pensati. Dopo tutto ci sono opere ritenute da esimi critici lavori eccelsi di scrittori inarrivabili, mentre per me sono solo cazzate buttate su carta da menti insignificanti. Essendo ottimo critico di me stesso mi arrogo la facoltà di autodefinirmi, come già detto, il Più Grande.

    Qualcuno, non ricordo chi, definì una volta Baudelaire “l’uomo dalle belle opere mancate” rimproverandogli una notevole inerzia, una pigrizia produttivo-letteraria che lo avrebbe reso altrimenti ben più noto e apprezzato di quello che è e che fu. Ebbene, ora vi domando o cipputi, che differenza c’è tra me e Baudelaire. Se avete pensato nessuna, ci avete preso!

    Ormai vi sarete resi conto dell’abnorme e terrificante smisuratezza del mio ego, per cui, siete già giunti ad un passo dal punto di non ritorno: o mi seguite fino alla fine o smettete di leggere queste righe di elogio della follia che poi follia non è. Personalmente vi consiglio, o cipputi, di leggere questa storia. Il perché lo capirete strada facendo.

Capitolo 1

Dunque, partiamo dapprincipio. O meglio, partiamo dall’origine del mio nome. My name is Tony Stantuffo, al secolo Antonio Pitigrilli.

    La genesi del mio pseudonimo risale a qualche annetto fa quando ancora ero un adolescente scavezzacollo, vizioso e lussurioso (la differenza con il Tony di oggi sta solo nel fatto che non sono più adolescente, ma rimango scavezzacollo, vizioso e lussurioso). Avrò avuto diciotto anni e da buon edonista sempre alla ricerca di sensazioni forti e inebrianti avevo fondato la Ghenga, il trio di amici composto da me, Candido e Cicciobello.

    Ci piaceva scommettere sulle nostre capacità per primeggiare sugli altri due ed ottenere un simbolico riconoscimento di prestigio sociale se così posso definirlo; scommettevamo su chi riusciva a reggere più birre in una sera, su chi usciva con il maggior numero di ragazze in un mese, sul quantitativo di sperma eiaculato dai nostri tobleroni durante le olimpiadi onanistiche, eccetera: tutte competizioni assolutamente ludiche e innocenti.

    Siccome tutti e tre eravamo stati almeno una volta a letto con Susanna (detta Opera Pia), avevamo puntato cinquantamila delle vecchie lire confidando nelle nostre qualità amatorie. In pratica dovevamo farle proclamare di fronte al Sacro Tribunale dell’Inquisizione della Ghenga chi, secondo lei, l’aveva scopata meglio tra me Candido e Cicciobello. Chiaramente si scommetteva sempre su noi stessi, mai su un altro!

    Premessa: dal momento che gioco a calcio nella squadretta amatoriale del Bar 2000 e mi considero un fuoriclasse della pedata assai discontinuo, ho trovato un paragone che calza a pennello pure alle mie imprese in campo sessuale: “Scopo come gioco a calcio, una volta da campione e tre da brocco.”

    Ora, postillato ciò, il caso volle che scopassi Susy in una di quelle giornate di ispirazione divina in cui tutto ti riesce a meraviglia. Se invece di sbizzarrirmi sotto le lenzuola avessi giocato una partita, ogni tiro verso la porta avversaria dalle zone più impensabili del campo si sarebbe infilato alle spalle del portiere.

    Susanna Opera Pia rimase particolarmente impressionata dalla mia prestazione, protrattasi per giunta tutta la notte, compresi supplementari e calci di rigore, cosicché senza la minima traccia di pudore mi proclamò vincitore davanti agli sguardi un po’ invidiosi di Candido e Cicciobello.

    Con quella delicatezza buzzurra che la contraddistingue, Susy dichiarò: “Sicuramente Tony è il miglior trombatore che mi abbia mai scopato da anni (aveva non più di sedici anni all’epoca Opera Pia!), una vera macchina da sesso. D’ora in poi lo chiamerò Tony Stantuffo.”

    E così nacque il mio alter super ego. Nel giro di pochi giorni tutti già mi chiamavano Tony Stantuffo ed io lo accettai con quel pizzico di orgoglio che solo l’uomo lusingato per la propria ars amandi può capire. Sicuramente se fossi incappato in una delle giornate da brocco e fossi magari stato soprannominato da Susanna Tony Moscio, o Tony Bazzotto, o Tony Schiappa, forse adesso non sarei qui a scrivere e il corso della storia sarebbe stato assai diverso. E’ proprio vero, a volte basta un niente per cambiare l’indirizzo di una vita!

    E la vita mi ha portato qua, a mettere la mia – di vita – sotto i vostri occhi. Quando decisi di scrivere la vera leggenda di un grande personaggio quale io sono o cipputi, pensai per prima cosa ad un titolo altisonante per un libro che avrebbe dovuto senza ombra di dubbio attraversare i secoli sotto l’egida dell’immortalità, lasciando solchi profondi nella cultura nazionale, europea e perché no – che mi costa esagerare!? – mondiale.

    Ho sempre pensato che il titolo di un libro fosse importante quanto se non più il contenuto del libro stesso, come il nome di una persona dovrebbe riflettere la personalità della persona stessa. Non fidatevi mai di un uomo che si chiama Felicino, Modesto, Fedele, Candido (il mio amico Candido Smith è infatti l’ultima persona di cui mi fido). Gente con nomi così non può che avere avuto un’infanzia piena di problemi irrisolti. Gente con nomi così non può che avere genitori frustrati, psicolabili, sadici torturatori o potenziali serial killer (il padre di Candido venne arrestato una volta per atti osceni in luogo pubblico: amava mostrare il toblerone ai bambini della scuola materna).

    Avevo pensato a titoli come: “Faccia da culo”, “Testa di cazzo”, “Stronzo fetente” e così via, ma ho valutato poi che nessuno avrebbe mai preso in seria considerazione titoli del genere e che probabilmente non sempre – sottolineo non sempre – la volgarità paga. Avevo poi riflettuto che visto che sia io che il libro diventeremo miti per migliaia di persone, perché non adoperare il mio nome? “Tony Stantuffo” sarebbe stato un buon titolo: un nome una garanzia. Alla fine però il titolo si è scelto da solo, è arrivato naturalmente, o come vedrete, paranormalmente Ora tocca a voi o cipputi lanciarmi alla conquista dell’orbe terracqueo.

   

Capitolo 2

Ma veniamo al sodo. Sono nato più di venti e meno di quaranta anni fa. Non è che non voglia rivelare la mia età perché lo spettro della vecchiaia già incombe e mi spaventa o perché mi vergogno di maturare come accade a tanti uomini e soprattutto donne. Non ve lo dico o cipputi solo perché non ha alcuna importanza e perché nel periodo in cui sto scrivendo c’è la moda del romanzo e del film con protagonista gente della mia generazione quindi non vorrei passare per quello che si lancia sulla scia delle tendenze; in ogni caso non mi sono mai rispecchiato nei miei coetanei. E’ comunque vero che quando si arriva a varcare la soglia anagrafica che ho varcato io, la consapevolezza della caducità della vita è ormai diventata un’inseparabile compagna dei tuoi giorni: o diventi suo amico o sono guai.

    Sono nato in una cittadina del Nord dove in inverno, la sera, per percorrere cinque chilometri in automobile ci si impiega mezz’ora a causa della nebbia. Anche il suo nome non ha molta importanza. Potrebbe essere una qualsiasi media città italiana (togliendo la nebbia semiperenne) dall’estremo Nord al profondo Sud. La chiamerò Babele. Mi piace Babele, rende bene l’idea. Ora vivo all’estrema periferia di Babele, quasi in campagna, mentre fino a diciannove anni ho abitato in centro. Personalmente preferivo stare in centro ma anche la calma della zona in cui vivo ora non è male. Io e mamma ci siamo trasferiti qui dopo la morte di mio padre. Viviamo in un residence di nostra proprietà composto da dieci appartamenti; lo fece costruire Giovanni Pitigrilli (mio padre) con l’intenzione di ritirarvisi a godere serenamente gli anni del crepuscolo. Morì due mesi prima del trasloco, così ora io e mamma occupiamo da soli l’appartamento A1, il più grande e confortevole di tutto il fabbricato; gli altri affittuari sono per lo più famiglie, a parte l’A7 in cui coabitano quattro studentesse universitarie, l’A8 occupato dal mio amico Cicciobello e l’A10 che è attualmente libero e che ho trasformato nel mio rifugio privato, l’alcova, la tana del vizio e dei bagordi. Io e mamma campiamo di rendita, riscuotendo l’affitto dagli appartamenti del residence.

    Vi dicevo di mio padre o cipputi. Era un musicista, assai capace e conosciuto, aveva suonato persino per Giorgio Gaber, Adriano Celentano e Lucio Battisti. Suonava chitarra, basso, flauto traverso e pianoforte. Ci lasciò una mattina di maggio a sessantacinque anni; se devo dire la verità non fu un trauma troppo grande per me benché gli volessi un bene sconfinato. Vi spiego perché.

    Da tre anni non suonava più; credo fosse stato scaricato dallo showbiz, nessuno richiedeva più le sue collaborazioni. Pare si fosse saputo in giro che era un simpatizzante del Partito Viola anziché del Partito Arancione al governo in quel periodo, ma sono soltanto dicerie, non so se fosse vero. Ad ogni modo uscì di scena in silenzio, andò in pensione e ciò significò la sua morte interiore. La musica che era stata la sua vita smise di interessarlo, sembrava quasi lo nauseasse. Iniziò a frequentare i bar del centro e della periferia, a bere e a imbottirsi di antidepressivi.  Una sera dopo cena, entrando in un bar vicino casa per prendere un caffè con Zambo e Cicciobello, lo vidi mentre dormiva ad un tavolino del locale parzialmente nascosto dal bancone. Non provai né compassione, né vergogna, né rabbia, ma il dolore mi tramortì; fu quello il giorno in cui feci il funerale a mio padre. La sua morte reale non fu nulla rispetto all’amarezza che provai quel giorno. Quando un uomo si addormenta ad un tavolo di un bar non c’è più speranza.

    Mamma come previsto soffrì molto. Una sua amica le suggerì di seguirla ad un corso di yoga praticato da una setta new age che stava facendo proseliti all’epoca. Fu il suo anestetico al dolore: andare due volte alla settimana a casa di questo guru che si fa chiamare “Colui che indica la luce” a sorbirsi sermoni, parabole, consigli e a passare ore sotto l’ipnotico e suggestionante influsso dell’Om la rasserenò presto. Vi confido però che secondo me si è solo fatta buggerare: troppo facile per certi “Indicatori luminosi” rincoglionire le persone! Se avessi un figlio, sinceramente, preferirei che cercasse il nirvana drogandosi piuttosto che vederlo ridursi a convinto discepolo di una qualsivoglia dottrina spirituale o religiosa.

    Metterò ora una pietra sopra l’argomento padre. Ma sopra questa lapide immaginaria inciderò a lettere maiuscole il seguente epitaffio: ONORE A UN UOMO NATO PER I SOGNI. MORTO DI REALTA’.

Capitolo 3 

Dopo essermi diplomato all’Istituto Magistrale “A. P. Ugarte” di Babele (papà era morto da poco) con mamma mi trasferii nel residence. Abbiamo abbastanza denaro da permetterci un discreto tenore di vita senza rinunciare a nulla. Se proprio vi devo spiattellare in faccia la cruda verità o cipputi, il mio lavoro è allo stesso tempo un hobby, si chiama divertimento: non siate invidiosi!

    Mamma va agli incontri della setta che gli ha promesso la salvezza dell’anima in cambio di qualche mila euro, si diletta con corsi di taglio e cucito a domicilio, legge un mare di libri stracarichi di “ciarpame” spirituale, adora e accudisce i due gattini Hare e Krishna; credo abbia pure trovato un amico molto amico ad uno dei suoi incontri spirituali. Trascorre i suoi giorni serenamente. Io non mi impiccio dei suoi affari, come lei, grazie a pio, non si è mai impicciata dei miei. Ogni tanto mi chiede se non mi stanco a non lavorare. La mia risposta è sempre uguale: “Figurati!”

    Anche gli amici mi chiedono spesso come faccio a starmene tutto il tempo senza fare niente. O cipputi vi rivelerò un segreto: avete mai sentito parlare di curiosità? Ecco il segreto, solo un uomo curioso e pieno di interessi può trovare il suo habitat naturale nell’ozio. Oscar Wilde docet. Stantuffo Tony conferma. Conosco un’infinità di persone che se non vanno a lavorare per più di tre settimane, dopo un periodo di ferie o malattia, cominciano a dare segni di squilibrio mentale, si sentono perse, inutili, non sanno dove sbattere la testa. Sono i tipici esempi di persone robot, automi, paradigmi del lavoratore ideale.

    Invece io sono alla ricerca quotidiana dell’Evoluzione. Leggo moltissimo. Adoro leggere, quasi quanto adoro i film con Luce Caponegro alias Selen o la Ceres. Sono un lettore onnivoro. E poi penso, sapeste quanto penso! Anche se ha terribili controindicazioni, elucubrare mi permette di trovare qualche risposta ai tanti perché che molti di voi cipputi neanche vi siete mai posti. Guardo anche la tv. Odio gli snob che affermano di non guardare la tv perché è priva di contenuti. Qualcosa di buono a spulciare lo si trova e poi per poter dire che è tv spazzatura bisogna guardarla per avere elementi di giudizio. A me personalmente diverte stupirmi di fronte a certi programmi o telegiornali o film o quel che volete, mi dà un senso di deità, mi dico: se questo è il livello… io sono un essere alieno superintelligente.

    Quanti altri passatempi impegnano le mie giornate! Citerò solo le attività più appaganti: fare l’amore e rubare libri nelle biblioteche di Babele e provincia.

    L’amore lo faccio da un po’ di tempo solo con Laura, con la quale potrei azzardarmi a dire di avere instaurato un fidanzamento, se così posso definire il rapporto con una ragazza che riesce a non stomacarmi per il clamoroso traguardo di sei mesi. Prima potevo permettermi una scelta più varia durante la settimana, ma da quando sto con lei sono fedele, almeno per ora. Sarà che dentro e fuori dal letto ha quel quid in più che la differenzia dalle altre oche giulive con cui sono stato. O cipputi, mai scindere dentro e fuori (dal letto) nel giudicare una persona!

    Per quanto riguarda rubare libri  nelle biblioteche è un’attività che svolgo da diversi anni. Non so dare una spiegazione a livello conscio del perché lo faccio, però tra le tante deviazioni con le quali può sollazzarsi una persona questa mi sembra abbastanza carina, che ne dite? Inoltre non rubo libri a caso, faccio bensì un’accurata cernita; se io fossi nell’autore sarei molto lusingato di essere stato scelto da Tony Stantuffo! Se vedeste la mia biblioteca all’A10 di via Eric Arthur Blair numero 84 rimarreste impressionati dalla sua vastità.

    Vi ho detto di essermi diplomato al Magistrale. Qualcuno storcerà il naso e si chiederà come potrebbe uno come me praticare un’attività pedagogica. Allora non avete capito granché. Non mi è mai interessato seguire le orme di mio padre, non essendo portato per la musica. Mi è sempre piaciuto pensare invece di poter educare,  far crescere le generazioni non ancora contaminate con il mio insegnamento. Un giorno però, quando ancora frequentavo l’ultimo anno, compresi che non avrei mai svolto la professione di maestro o professore; sarei stato esageratamente all’avanguardia e probabilmente le alte sfere istituzionali mi avrebbero presto purgato.

    Paradossalmente da tempo nutro forti perplessità verso la categoria degli insegnanti scolastici, perplessità che si estendono alla categoria dei giornalisti, dentisti e vegetariani. Volete sapere perché? Dunque, i giornalisti devono fare notizia, scrivere per forza, a volte inventando, a volte edulcorando, altre volte ingigantendo o sminuendo le notizie: sono spesso terroristi al servizio del potere ed hanno loro stessi un potere sconfinato, quello cioè di incanalare le masse nel tunnel dell’ignoranza. I dentisti… beh, non mi fido di gente che sceglie come professione rovistare nelle bocche altrui. Mentre per i vegetariani ho una bassissima opinione; se non apprezzi il cibo – tutto il cibo! – non devi essere una persona particolarmente piacevole e perspicace. E gli insegnanti?, vi starete ancora chiedendo. Troppi insegnanti esercitano la loro attività come andassero in fabbrica a timbrare il cartellino. L’insegnamento è una missione, come dovrebbe essere per i medici: devi sentirtela nel sangue. Purtroppo in pochi sono sorretti dalla passione e dal puro istinto didattico; magari alcuni cominciano a lavorare con grandi stimoli, ma il sistema stesso della scuola presto fa regredire allo stadio di operaio desideroso di arrivare solo alla fine del mese per prendere lo stipendio, con tutto il rispetto per gli operai desiderosi di arrivare solo alla fine del mese per prendere lo stipendio.

    Se è vero che ognuno di noi ha una missione da compiere su questa terra (me lo ripete spesso mamma e a riguardo vorrei tanto crederle), allora io vorrei tanto essere il profeta venuto da lontano per insegnarvi la strada, quella apparentemente sbagliata, perché spesso quella è la strada per la salvezza; se siete una di quelle rare persone che credono agli ex-tra-terrestri avrete dunque capito che molte strade sbagliate sono sbagliate solo per gli Altri.

 

Mar 7, 2012 - Senza categoria    No Comments

Intervista a Tony

Come molti di voi sapranno, nella puntata speciale de Le intrusioni borboniche condotta da Daria Bracardi la settimana scorsa, Tony Stantuffo è stato intervistato insieme a super ospiti del calibro di Bono Vox, Jeff Bridges, il Dalai Lama e Cristiano Ronaldo. I dati auditel hanno evidenziato come il suo intervento abbia fatto registrare picchi d’ascolto record, a dimostrazione dell’incredibile successo che sta avendo il nostro Stantuffo nazionale. Pensate che al termine del programma, Bono Vox gli ha persino chiesto un autografo! Per i pochi che non avessero seguito la puntata, postiamo di seguito gli stralci più significativi della lunga intervista.

 

Daria: “Che onore avere il mitico Tony Stantuffo qui in studio! […] Come va?”

Tony: “Benessum, finché la birra è legale, andrà sempre bene!”

Daria: “La tua popolarità è esplosa dopo l’uscita del libro Il quaderno rosso di Simone Manservisi, romanzo che narra, seppur in maniera romanzata, la tua vita. Quanto devi a Simone per il tuo successo?”

Tony: “A dire il vero nulla, nel senso che se lui ha reso celebre me, io ho reso ricco lui con i diritti d’autore. Siamo pari!”

Daria: “Che rapporto avete tu e lui?”

Tony: “Siamo molto diversi, ma andiamo abbastanza d’accordo. A volte mi viene da pensare che non potrei vivere senza di lui, ma è un pensiero che mi fa rabbrividire e che cancello immediatamente. Simone è un bravo ragazzo, ma… aho… nun scopa abbastanza!”

Daria: “Tu passi per grande amatore, a quanto si dice e a quanto scrive l’autore nel libro: è vero o è una leggenda?”

Tony: “Se leggi il libro…”

Daria: “L’ho letto, l’ho letto. Un libro fantastico.”

Tony: “Bene, beh, allora sai da dove nasce il soprannome Stantuffo… Comunque è stato tutto romanzato… Io non sono un grande amatore, sono un grandissimo scopatore!”

Daria: “Amanda Lìr nella sua autobiografia dice che sei una schiappa!”

Tony: “Amanda non conta, c’aveva la patata mummificata!”

Daria: “Anche Elisabetta Canale e Valeria De Marinis non hanno avuto parole d’elogio nei tuoi confronti…”

Tony: “Davvero?”

Daria: “Sì, dicono entrambe che non sei poi quel grande stallone che dici di essere e che con tutta la birra che bevi fai fatica a “tenere in tiro il toblerone” (testuali parole).”

Tony: “Possiamo cambiare argomento? La mia squadra di avvocati potrebbe far chiudere il programma per danno alla mia immagine.”

Daria: “Ok. Ti faccio qualche domanda per farti conoscere meglio al pubblico che ancora ti conosce superficialmente. Sei di destra o di sinistra?”

Tony: “Sono “di sopra”! Qualche volta “di dietro”! Mai “davanti”!!!”

Daria: “Credi in Dio?”

Tony: “Non in quello che insegnano le religioni. Dio è dentro di me. Credo anche nello spirito santo, che si manifesta spesso con l’irrorazione dei corpi cavernosi…”

Daria: “Come passi le giornate?”

Tony: “Mi piace girare per librerie e biblioteche, leggere e soprattutto bere, fare notte con i miei compagni di sbronze.”

Daria: “Pensi mai di sposarti e mettere su famiglia?”

Tony: “Di sposarmi non ci penso proprio; per la famiglia si vedrà se qualcuna farà breccia nel mio… stomaco!”

Daria: “Mai usato droghe?”

Tony: “Mi è capitato di farmi qualche spino e qualche riga, ma per fortuna ho smesso quando sono diventato gnoccadipendente!”

Daria: “E Viagra?”

Tony: “No comment. Ti ricordo i miei avvocati…”

Daria: “Il successo ti ha cambiato?”

Tony: “Molto. Donne e soldi li avevo anche prima; ora sono diventato molto più snob e presuntuoso.”

Daria: “Fai beneficenza?”

Tony: “Sì, ho aperto una casa di cura per malati mentali. Visto l’andazzo di questa società, credo che ne aprirò presto molte altre.”

Daria: “Guardi la tv?”

Tony: “Quando sono un po’ depresso la guardo per sentirmi meglio: vedere quanti coglioni ci sono in giro mi fa sentire in forma, quasi un essere alieno superintelligente.”

Daria: “Tony, purtroppo il nostro tempo sta per scadere. E’ stato un piacere averti come nostro ospite. Per concludere vorrei farti una domanda marzulliana: fatti una domanda e datti una risposta.”

Tony: “Mmm… Tony, cosa vorresti ci fosse scritto sulla tua lapide? “Era nato come tutti per essere inculato. E’ morto inculandoli tutti.””

Dic 30, 2011 - Senza categoria    No Comments

Cercasi donna…

Questo racconto-annuncio flash appariva su dottormanser.it. Siccome ho chiuso il sito e sto trasferendo il meglio e soprattutto il peggio dei suoi contenuti in altri luoghi virtuali (in particolare sto sistemando i racconti su http://dottormanser.blogspot.com), mentre rileggevo i vecchi scritti per dargli una sistematina prima di ri-postarli mi sono trovato di fronte, aperto sullo schermo, il file A.A.A…: “Questo è un tipico prodotto stantuffiano” mi sono detto una volta terminato. “Il suo posto è nel blog di Tony.” E così, eccolo qui!

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A.A.A. CERCASI DONNA…

 

 

…intelligente, affascinante, simpatica, dolce, sensuale, ironica, disinibita, coccolona, acculturata, curiosa, perspicace, artisticamente interessata, aperta al dialogo e buona ascoltatrice, disponibile ad avere due, tre o quattro figli anche con limitate risorse economiche. Tel Alex: 000 666999

 

Quando feci pubblicare questo annuncio sul Resto del Carlino l’estate scorsa, benché ci sperassi    tanto, non avrei mai pensato di trovare davvero un tipo di donna con tutte quelle qualità. Dopo mesi di attesa senza ricevere neanche una risposta a quell’inserzione, non vado a incontrarla quasi per caso!? Senza che mi cercasse lei, ho conosciuto la donna che incarna l’ideale della compagna perfetta. La vidi  un dì che passeggiavo in una via periferica della città, non lontano da casa: è stato amore a prima vista, siamo andati subito su da me e abbiamo fatto l’amore. Fantastico! Credo che non la lascerò mai, anche se mi dispiace tanto che Lulù – così mi piace chiamarla – non possa darmi dei figli. Questo non me lo ha detto esplicitamente, ma l’ho capito da alcuni segnali captati in questo periodo di convivenza, e comunque non importa, non ha nulla da invidiare al genere femminile intero e mi dà tutto ciò di cui necessita un uomo. Quando poi voglio starmene per i fatti miei e la sua presenza inizia ad irritarmi, non ho bisogno di fare come nove uomini su dieci che sopportano e subiscono. Nossignore, io la sgonfio, la ripongo in un cassetto e aspetto che mi torni voglia di lei. Così so per certo che andremo d’accordo tutta la vita, non mi indisporrà mai e il rispetto reciproco non verrà mai meno.

 

Nov 21, 2011 - Senza categoria    No Comments

NARCISO BOCCADORO

Quando uscì dalla clinica privata “Korov’ ev” di Beslan in Ossezia del Nord (tristemente nota per l’attacco terroristico alla Scuola Numero Uno nel 2004), era una persona completamente diversa.

   Narciso Boccadoro era nato a Milano quarantadue anni prima da Agostino Boccadoro e Agata Bauscia, mostrando già in tenera età un’identità sessuale ambigua. Questa incertezza era stata causa di forte disagio per tutta l’infanzia fin oltre l’adolescenza; a diciotto anni i genitori lo avevano convinto ad andare in analisi da un luminare nel campo della psicologia d’avanguardia, tale Tony Stanley Manser. Il ragazzo era entrato nello studio di Manser credendo di essere essenzialmente etero, ma aveva presto capito che il lato omosessuale era predominante nel suo Io. Solo verso i venticinque anni si era reso conto di essere bisessuale, dato che apprezzava indistintamente, con una leggera propensione per i maschi, sia uomini che donne. C’era ancora qualcosa però che non lo convinceva.

   Narciso Boccadoro ebbe l’illuminazione solo superato il traguardo dei trent’anni, dopo l’ennesimo saltuario incontro con il dottor Manser, che nel frattempo aveva chiuso col mestiere di psicologo e aveva fondato una setta di pazzi che auspicava l’abbandono della Terra per raggiungere il Pianeta Eletto, ovvero Utopia; tutto sarebbe avvenuto grazie al Messia Coluicheindicalaluce, atteso un giorno indefinito con la sua astronave per caricare i suoi discepoli.

   Di abbandonare la Terra per andare su Utopia a Narciso non importava nulla, come non gli importava nulla della setta; Manser lo “illuminò” riguardo la sua vera natura: tramite quel ciarlatano il signor Boccadoro capì una volta per tutte di non essere né etero, né omo, né bisex. Capì di essere egosessuale! Amava solo sé stesso. Da tempo si eccitava quasi esclusivamente guardandosi allo specchio. Ogni tanto frequentava ancora uomini e donne, ma solo masturbarsi osservando il proprio corpo nudo lo appagava.

   Passarono gli anni. Manser intanto era sparito chissà dove con la sua setta di matti; qualcuno azzardò fosse veramente andato su Utopia venendo anch’egli preso per matto. Un giorno Narciso lesse sul giornale che a Beslan esisteva una clinica privata che eseguiva operazioni particolari per permettere agli uomini di praticare l’autofellatio. Apriti cielo! Per un egosessuale-narciso come lui non pareva vero. Si informò su internet, dove lesse che quella clinica sarebbe stata illegale in ogni angolo d’Europa, ma non in Ossezia del Nord. Scoprì anche che il proprietario nonché primario era stato un grande amico del dottor Manser.

   Narciso prenotò l’operazione completando semplicemente un modulo on line, pagò anticipatamente con un bonifico di ventimila euro (per un totale di cinquantamila) frutto dei suoi risparmi come commesso in un negozio di articoli sportivi e partì per Beslan.

   Si sottopose a due operazioni lunghe e complicate dove gli tolsero la parte inferiore della gabbia toracica e gli piegarono la colonna vertebrale. Rimase ricoverato per oltre un mese e quando uscì, beh, era una creatura nuova: zoppo, gobbo, deforme. Tornò in Italia, dove come previsto lo licenziarono; ottenne però, tramite conoscenti piduisti del solito dottor Manser, una lauta pensione d’invalidità. Adesso Narciso era considerato da tutti un mostro, ma era felice avendo realizzato il sogno della sua vita: poteva darsi piacere anche con la bocca, lui che amava sé stesso alla follia.

   Col tempo però capì di non essere pienamente soddisfatto… Si fece fare un prestito alla Banca di Manser e prenotò una nuova operazione a Beslan: questa consisteva nell’allungamento con incurvatura circolare subscrotale del pene. Gli sarebbe costato centomila euro, ma potersi inculare non aveva prezzo!

 

 

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Set 17, 2011 - Senza categoria    No Comments

Riflessioni socio-stantuffologiche sull’educazione sessuale.

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Come faceva quella canzone Anni 80? “Video killed the porno star…”. Mmm, forse non faceva proprio così, però che bei tempi quei tempi, quando noi imberbi esploratori del corpo umano scoprivamo il mondo del sesso e ci facevamo venire le occhiaie a furia di smanettare… La nostra bibbia era Postalmarket, dove ci bastava vedere una donna in reggiseno o una pudica caviglia e il bagno (rigorosamente chiuso a chiave) diventava il nostro paradiso in terra. Per la stragrande maggioranza dei nostri genitori il sesso era argomento tabù, così dovevamo arrangiarci carpendo informazioni qua e là, spesso confuse o poco chiare. I primi giornaletti “osé” (“Le ore”, “Lando”) passavano di mano in mano, di pagina appiccicata in pagina appiccicata. Qualcuno più grandicello raccontava, vantandosi, le sue prime esperienze e noi lo guardavamo come se fosse un marziano o il più fortunato uomo sulla terra. Poi si passava alle videocassette porno, ma non era come oggi che il porno è fruibile pure ai bambini 24 ore su 24, basta accendere il pc! Allora c’era qualcosa di trasgressivo nel guardarsi il carnacccio in personal o in una qualche riunione pomeridiana a casa dell’amico libero dal controllo parentale. Certo, il rischio era ed è quello di pensare che se non hai un membro di grosso calibro e non fai una prestazione come quella dell’attore non farai mai “felice” una donna ed avrai una vita eroticamente frustrante, ma poi lo si impara che il vero sesso non è quello dei film porno. Oggi la pornografia “libera” sta cambiando le abitudini e i comportamenti dei giovani e vedrete che questo avrà un forte riscontro nella vita sessuale degli adulti di domani. Non sto condannando internet e Youporn (ci mancherebbe!, sono uno dei più affezionati fan dello spurcellamento in Rete), però è un dato di fatto che il cambiamento è epocale; credo che questo cambiamento potrà essere più negativo che positivo perchè mentre noi figli di… Lando ci approcciavamo al sesso gradualmente, passo dopo passo, oggi si entra in una sorta di Paese dei Balocchi in tenera età e si rischia di farne da subito un’indigestione. Ecco che diventa ancor più importante la presenza di genitori aperti, intelligenti, che non considerino il sesso un qualcosa di terribile e che spieghino ai figli quello che c’è da spiegare. Questa grande abbuffata di sesso, associata all’uccisione della fantasia che ne consegue (quando eravamo giovani noi dovevamo usarla molto di più per creare i “nostri” filmini mentali e sapeste come la uso ancora oggi!) rischia dunque di formare generazioni di handicappati sessuali. E ancor più grave, di handicappati sentimentali.

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