Nov 28, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 11, 12, 13, 14.

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Capitolo 11 

Il bottino della giornata consisteva in “Arancia meccanica”, “Le cosmicomiche” e “L’isola del tesoro”. Ormai non facevo più distinzione tra biblioteche pubbliche o private e librerie grandi o piccole.

Quel pomeriggio ero stato a Canea dove avevo scoperto un’interessante via ricca di librerie e mercatini del libro all’aperto.

Quel pomeriggio lo ricordo perché stappai la prima Ceres dopo tre settimane: un record spero irraggiungibile!

Quel pomeriggio lo ricordo perché iniziai a capire di stare male.

 

 

Avevo un gran bisogno di mettere il cervello in stand by. Non era stress (non vedevo fonti di stress nella mia quotidianità), però cominciavo a percepire che qualcosa non andava. Dentro di me? Forse nel mondo? Non avevo la minima idea di quale fosse la natura del mio malessere, quella specie di spleen opprimente. Per la verità, non volevo nemmeno saperlo; paventavo la soluzione di certi enigmi. Preferivo lasciare la mente obnubilata.

Così da quel pomeriggio, in uno stato di inerzia cerebrale, trascorsi diversi giorni. Non leggevo nemmeno più, mio indispensabile trastullo quotidiano. Vagavo tutto il tempo per le strade di Babele o per le stanze dell’A1 e dell’A10 come uno zombie. Spesso strafatto di erba. Oppure ubriaco di vino, birra o whisky.

Una mattina Cettina passò a farmi visita con un qualche pretesto per farsi una sana scopata ma ero talmente fuso che la rimandai a casa con la scusa di un’influenza incipiente.

Per fortuna questo down durò non più di una settimana, ma col tempo avrei imparato che crisi depressive di quella entità e durata sarebbero sopraggiunte sempre più frequentemente. Nel mio intimo albergava la quasi convinzione che il “colpevole” fosse il quaderno rosso.

Che fine aveva fatto intanto il quaderno rosso? Ebbene, o cipputi, era in stato di arresto, rinchiuso dove non poteva evadere. Nel salotto dell’A1 mamma ed io tenevamo in bella mostra una teca di cristallo oblunga, all’interno della quale custodivamo lo spartito originale su cui erano segnate la musica e le parole di “Credici”, canzone musicata da Giovanni Pitigrilli e resa famosa da Rando Pancaldi al Festival di Marzo del Millenovecentosettantadue, premiata dalla critica come miglior melodia. Accanto allo spartito c’era il premio, una targa d’oro con sopra stampata una palma stilizzata e quello che sembrava un pupo siciliano nell’atto di dare una sciabolata alla base dell’albero al suo fianco. Lì, tra targa e spartito avevo messo il recidivo quaderno. I lucchetti ai quattro angoli della base ne garantivano l’impossibilità di fuga.

Superato quel primo ciclo di malessere (che peraltro non avevo mai conosciuto fino ad allora) mi attesero, nel giro di un mese, due episodi eclatanti: Actarus confessò la propria omosessualità e Zambo fu ridotto in fin di vita dal fidanzato geloso di una frequentatrice del corso di spinning.

La clamorosa rivelazione di Actarus fu fatta all’uscita del teatro “Musumeci” di Cafarnao. Io, Cicciobello, Gigi Barletta – amante di teatro nonché attore dilettante – e, appunto, Actarus, avevamo assistito alla trasposizione teatrale di “Uomini e topi” di John Steinbeck. Seduti sulle panchine di un parco attiguo al teatro stavamo commentando il commovente spettacolo appena goduto quando Tommaso se ne uscì allo scoperto.

Ci disse che sapeva di essere omosessuale da sempre ma non aveva mai avuto il coraggio di confessarlo a chicchessia; nessuno infatti lo sapeva, i suoi genitori lo credevano addirittura un dongiovanni incallito anche se né loro né noi lo avevamo mai visto con una donna. Noi amici pensavamo che andasse a puttane ogni tanto. Andava invece in quei locali per gay alla periferia nord di Babele.

Lo scoop non mi impressionò più di tanto. Un po’ più increduli rimasero Ciccio e Gigi. In tutta onestà lo appresi con un senso di rivelazione-liberazione. Capivo improvvisamente che quell’intolleranza spesso ostentata da Actarus nei confronti degli stranieri, delle minoranze, dei diversi in generale, era solo un paravento dietro il quale si rifugiava per tenere celato il suo segreto. In realtà non era né razzista né misantropo. Il nostro amico avvocato era solo una vittima della Società.

In quel momento catartico per Actarus, ma anche per noi che assistevamo alla sua espiazione ed emancipazione, mi parve di vivere un momento dell’opera testé vista: il momento in cui la voce narrante dice “Come talvolta avviene, un attimo discese e si librò e durò molto più che un attimo”.

Quell’attimo era magico. Era chiaro che Actarus soffriva per il tremendo sforzo che lo aveva portato a liberarsi di quel fardello, mettendosi a nudo. Era altresì chiaro che da allora in poi sarebbe stato un uomo più sereno.

Zambo venne pestato dal Trattore, fidanzato di Giuliana la Carogna, la quale aveva spifferato ai quattro venti che il suo istruttore di spinning ci provava spudoratamente con lei, verità peraltro inconfutabile. Quando il Trattore lo venne a sapere aspettò Zambo fuori dalla palestra e lo omaggiò di un soggiorno di un mese in ospedale. Tra denunce e controdenunce credo che la vicenda giudiziaria seguita al pestaggio si protrarrà per anni senza conclusione, nonostante il buon Zambo abbia prudentemente evitato di affidarsi all’amico Actarus detto “il Tormento degli innocenti”.

 

 

Venne il giorno del matrimonio di Paolino Ragù. Si sposava con la Matrona, una donna che più che una donna era un fenomeno da baraccone per pinguedine e appetito.

Al rinfresco (ovvero un pantagruelico pranzo-merenda-cena ininterrotto) parteciparono più di duecento invitati garruli e per lo più alticci. Le uniche persone non proprio felici erano i genitori degli sposi, i cui occhi non avevano smesso di lacrimare un solo istante durante la cerimonia tenutasi nel Duomo di Babele. Li osservavo dal mio tavolo, tavolo composto da me, Cicciobello, Willy, Zambo e Actarus, e mi chiedevo cosa avessero per essere tristi in un giorno che non ha nulla a che spartire con la tristezza (e la commozione aggiungerei); mi chiedevo quale meccanismo scatta nelle teste di genitori prossimi alla metamorfosi da uomini a suoceri. Credo non arriverò mai a capire simili reazioni. Come non capirò mai cosa spinge esseri pensanti a sposarsi, a mettere sotto contratto persino il sentimento anarchico per antonomasia: l’amore.

Comunque sia quella lieve ventata di grigiore durò pochissimo perché l’alcol entrò presto in circolo e il nostro tavolo divenne il fulcro della baldoria.

Intorno alle sei di sera si aprirono le danze. Io e Ciccio ci esibimmo in uno strip strappa applausi, mandando in letterale delirio una ventina di donne non più giovanissime. Willy sfiorò il coma etilico e venne trasportato in ambulanza al pronto soccorso: nessuno lo seppe fino al giorno dopo. Actarus diede spettacolo cantando “Girls just want to have fun” al karaoke e lo dovemmo portare via di peso perché non voleva più staccarsi dal microfono. Zambo vomitò ad un tavolo di coppie dove sedevano anche Candido e Cettina. Paolino Ragù dispensava sorrisi e bottiglie a tutti, inesauribile e ciarliero come non mai.

Ad un’ora imprecisata della sera, sudato fradicio a causa della combinazione di alcol più ballo sfrenato, mi allontanai dall’improvvisata discoteca e uscii in giardino a fumarmi una tumoretta.

“Bella festa vero?” udii alle mie spalle.

Era Syria, un’ex fiamma relegata da tempo nell’albo dei ricordi. Intavolammo un discorso sul matrimonio, i vantaggi e gli svantaggi della vita di coppia, i diritti e i doveri di due sposi, eccetera. Non ricordo esattamente cosa dicemmo. Non ricordo neanche come feci a finire nella macchina di Syria. Rammento però che quando rientrammo, lei scarmigliata e rubiconda, io esangue e sciamannato, venimmo accolti dagli applausi fomentati da Paolino Ragù. Risposi con inchini giullareschi.

La pista da ballo era ancora stipata, gente mangiava e beveva incessantemente da ore ai tavoli depredati, molti discutevano freneticamente in chiassosa allegria. Andai a sedermi al nostro tavolo dove era rimasto solo Actarus, cotto come un cotechino. Notai che il completo grigio da me indossato per l’occasione era ridotto uno schifo e di sicuro, pieno com’era di macchie organiche, di cibo, vino e bruciature di tumorette, lo avrei buttato una volta tolto. Ingollai d’un fiato un bicchierino di grappa e mi rituffai nella mischia. Ballai finché non sentii le energie esaurirsi.

Tra canti, scherzi, brindisi, si fece notte. E poi sorse un nuovo giorno; e tornò la notte. Poi ancora giorno e di nuovo notte. E’ così che il tempo ci fotte, tutti quanti nessuno escluso.

 

Capitolo 12 

Periodo di elezioni comunali. Comizi, quintali di volantini nelle buchette delle lettere, spot a raffica. A Babele aleggiava uno spirito di competizione aberrante: le due grandi fazioni erano in lotta per la conquista del potere. Sarebbe stata una battaglia senza esclusione di colpi (soprattutto colpi bassi) per guadagnare più voti degli avversari. Il Partito Viola o il Partito Arancione?, questa era la scelta per migliaia di elettori.

La tattica adottata dai due schieramenti per far breccia nell’ignoranza dei cittadini era la medesima: un pizzico di demagogia e “campagna contro” a volontà. Per “campagna contro” intendo quella peculiare caratteristica dei politici italiani di mettere in risalto prima di tutto i difetti o i fallimenti o le presunte falsità dei rivali, lasciando in secondo piano i propri programmi e obiettivi. Un po’ come agisce quella cricca delirante di teppisti chiamati ultras; costoro, anziché tifare incitando i propri beniamini, danno contro la squadra avversaria, la polizia, lo stato, il mondo… Dileggiano, insultano, aggrediscono, perché sono dei falliti o dei frustrati. Come chi ha la tendenza a voler governare. Basta osservare i siparietti che si vedono in parlamento per tornare con i piedi per terra nel caso ci si fosse illusi che l’uomo non è una bestia. L’Italia, in certi casi, è veramente una grande latrina!

Avevamo dunque il Partito Arancione da una parte e il Partito Viola dall’altra. In palio l’elezione del sindaco e degli assessori per comporre la giunta comunale. Il Partito Arancione (di cui faceva parte la giunta uscente) dopo aver calunniato il Partito Viola, prometteva meno tasse, meno criminalità, più cura per l’ambiente, più parcheggi, miglior viabilità, eccetera. Il Partito Viola esordiva sottolineando l’inefficienza e l’incompetenza dimostrate dal Partito Arancione durante i quattro anni di mandato appena trascorsi, in seguito prometteva meno tasse, meno criminalità, più cura per l’ambiente, più parcheggi, miglior viabilità…

Simpatici erano i soprannomi con cui i due partiti etichettavano i militanti avversari. Gli Arancione chiamavano i Viola “Mau-Mau”, mentre per i Viola gli Arancione erano “barbudos”. Vinsero ancora gli Arancione per pochi voti.

Io ovviamente non voto, non ho mai votato e mai voterò.  Una volta, ingenuo giovincello, fui indotto in tentazione da un affabulatore carismatico che pareva un messia, un “Colui che indica la luce” prestato alla politica, ma la super intelligenza di Super Tony alla fine prevalse.

Rimanendo sul piano politico (o militare), la guerra in Burkina Faso volgeva a termine. La capitale Ouagadougou era caduta sotto i colpi degli angloamericani e il dittatore Kalambè Borroumè era finito davanti al tribunale de L’Aia per crimini contro l’umanità; visti gli interessi che il paese suscitava in molte nazioni europee, negli USA, in Russia e in Cina, si prospettava un’altra guerra, esclusivamente diplomatica, per eleggere un nuovo dittatore che garantisse sostanziosi vantaggi agli americani, agli europei o al blocco russo-cinese.

 

 

Si era alle soglie dell’estate. Di mamma non avevo notizie da un paio di settimane ma non ero preoccupato; l’avevo lasciata impegnatissima ed eccitata a organizzare non so cosa in un villaggio ai piedi del Kilimangiaro.

I meteorologi prevedevano mesi di caldo torrido, intanto la mia vita filava via liscia come sempre: amici, amichette, birre, tumorette, libri.

Quasi giugno. Incappai in un’altra crisi. Arrivò inaspettatamente, stavolta dopo avere avuto un tète-à-tète con le tette di Tatiana che in realtà si chiama Marika ma tète-à-tète con le tette di Tatiana suona più eufonico e onomatopeico. Piombai in un baratro di vuoto, fu come se qualcuno avesse spento l’interruttore che mi faceva luce dentro così che mi ritrovai smarrito nel buio più profondo, paralizzato da un senso di claustrofobia asfissiante.

Cercai rifugio da Cicciobello. Mi venne ad aprire la porta nudo, coperto solo da un ridicolo perizoma blu, un cuba libre ghiacciato in una mano e una canna nell’altra.

“Ciao vecchio mandrillo” disse. “Qual buon vento ti porta da zio Manolo?”

“Avevo bisogno di spegnere la cabeza, così ho pensato a te.”

“Uh, bene! Allora comincia subito.”

Così dicendo mi porse la canna. Aspirai un paio di boccate abbondanti mentre ci accomodavamo sul divano. Per tv stavano passando le immagini di un documentario sul Terzo Reich.

“Sai cosa significa Arbeit Macht Frei?” mi chiese Ciccio. “Il lavoro rende liberi! Quegli stronzi dei nazisti amavano scriverlo sopra gli ingressi dei lager.”

“Ah!” feci io.

“A proposito di lavoro, mi sono per così dire preso un paio di weeks di ferie. Perché non ci facciamo un viaggetto?”

Una luce si accese! Un bel viaggio con quello sballato di Cicciobello era ciò di cui necessitavo. Lui poi, come me, poteva stare via tutto il tempo che voleva, ben oltre le due settimane di ferie che si era per così dire preso. “L’aldilà di Fido” si era rivelato un business azzeccatissimo, tale da diventare un’impresa dai fatturati stratosferici e Cicciobello poteva tranquillamente lasciare la gestione ai suoi numerosi e fidati dipendenti.

“Passami l’atlante!” disse perentorio.

Sul tavolino accanto a me, sotto un paio di riviste, c’era un atlante. Glielo passai e lui lo aprì ad una pagina qualsiasi; senza guardare posò l’indice a caso.

“Cracovia! Mmm, non mi sembra faccia al caso nostro” disse.

“Mah, non conosco la Polonia ma prediligerei altre mete.”

“D’accordissimo. Riproviamo!”

Ripetè l’operazione aspettando di arrivare tra le ultime pagine dell’atlante.

“Christchurch, Nuova Zelanda. Gli antipodi!”

“Un po’ troppo lontano. E poi non mi ispira un luogo con città che si chiamano Chiesa di Cristo.”

Fece altri cinque tentativi: nell’ordine uscirono Turkmenistan, Corea del Nord, Kabul, Sapporo e Abbiategrasso. Le scartammo tutte.

“Fa’ provare a me” dissi. “Ooooooooh… Costa Rica!”

“Aggiudicato!”

 

 

Quattro giorni dopo partimmo per il Costa Rica quasi allo sbaraglio. Mi portai appresso il mio vecchio zaino scolastico e una valigetta con qualche ricambio di biancheria intima. Cicciobello idem. Non presi neanche un libro; il fatto è che quando sono in giro, lontano da casa, non riesco a leggere. Forse perché sono inconsciamente impegnato a leggere l’esperienza che sto vivendo in quel momento, perché sono concentrato ad assorbire capitoli di vita.

Stemmo via un mese e mezzo, durante il quale risalimmo Nicaragua, Honduras, Guatemala, Belize (sulle cui spiagge paradisiache rimanemmo più di dieci giorni), fino ad arrivare a Cancun, Messico, da dove ripartimmo per l’Italia.

Il sedici luglio atterrammo all’aeroporto di Babele. Con Ciccio avevo trascorso un’avventura fantastica, di quelle che piacciono a me, senza itinerari prestabiliti, orari da rispettare, luoghi sicuri in cui dormire o mangiare. Questo è il Viaggio come lo intendo io. Ed è una fortuna avere un compagno come Cicciobello, forse l’unico capace di adattarsi all’imprevisto, imprevedibile e ignoto della filosofia “on the road”.

Prima di mettere piede oltre la soglia dell’A1 mi ero persuaso che avrei trovato mamma, finalmente rinsavita o almeno fiaccata dalla missione celeste fino allora perorata con tanto fervore, invece trovai solo il quaderno rosso, sprezzante ed inquietante, sempre al suo posto nella teca.

Ritrovarlo lì mi fece uno strano effetto. Mi sentii mancare, o cipputi. Fu una sensazione breve ma mi procurò la certezza che scoprire il segreto nascosto al suo interno era una questione di vita o di morte.

 

Capitolo 13 

Insieme alla mia fiamma del momento, una logorroica estetista di Cafarnao, mi ero recato a trascorrere un week-end di sole e mare a Lido d’Arcadio. Era fine agosto e faceva ancora caldo, molto caldo.

Quando la domenica sera rientrai a Babele notai la Mercedes di mamma parcheggiata davanti al civico numero 84 di via Eric Arthur Blair. Dato che la tenevo in garage da giorni la Ravaiana doveva essere tornata. Infatti la trovai all’A1; stava riposando in camera e appena mi udì aprire la porta si alzò dal letto e venne ad abbracciarmi. Avvertii dalla stretta scevra di calore dell’abbraccio che qualcosa non andava; aveva il viso gonfio e inespressivo, sembrava avesse pianto molto. Le domandai se si sentiva bene e lei spiegò prontamente che no, non stava bene. Era arrivata la sera prima: il suo paradiso si era trasformato in inferno con l’arresto di “Colui che indica la luce”. Il guru era finito in manette per una serie di accuse che andavano dall’abuso di credulità popolare alla simonia, dalla produzione e diffusione di materiale pedopornografico alla profanazione di luoghi sacri, dalla necrofilia al lenocinio.

“Cos’è il lenocinio?” le chiesi.

“Induzione alla prostituzione” rispose.

Mi spiegò che a parer suo il buon “Colui” era stato incastrato da una congiura macchinata dalla Chiesa cattolica in combutta con lo Stato italiano. Il tutto per arrestare la crescente escalation di successo che la setta ravaiana stava ottenendo in tutto il pianeta, successo che preoccupava non poco il Vaticano.

Una settimana prima del ritorno di mamma, la Procura di Urbe aveva spiccato un mandato di cattura internazionale nei riguardi di “Colui che indica la luce”. Finito in una prigione di Dodoma, attendeva l’estradizione in Italia per subire il processo.

“Sei sicura che sia innocente?” osai chiederle.

“Scherzi!? Noi Ravaiani non formiamo mica un’associazione per delinquere. “Colui che indica la luce” è un vero messia, l’eletto, uno uomo carismatico, affascinante, riflessivo; un oracolo dall’infinita saggezza. Troppo onesto e puro per arrivare anche solo a pensare di truffare migliaia di fedeli disposti a credere ciecamente in lui e in Rava Ta Rui.”

“Quindi pensi sia una congiura?”

“Certo che è una congiura. Te l’ho detto: sono stati gli 007 del papa a preparare la trappola. Noi Ravaiani faremo tutto il possibile per tirarlo fuori da questo pantano e rivalutare lui e la setta agli occhi del mondo. Il processo sarà lungo ma se Rava Ta Rui ci sarà vicino, resisteremo fino alla vittoria.”

“E Reginaldo? Che fine ha fatto?”

“Non lo so.”

“Come sarebbe a dire non lo so?”

“Se ne è andato via a fine luglio. E’ sparito senza dirmi niente; mi ha solo lasciato un biglietto che mi informava che tornava a casa perché non ne poteva più della setta e di tutti quei fanatici neofiti che sempre più numerosi invadevano la Tanzania e in particolare Mambuto, il villaggio meta di pellegrinaggi dove noi e il guru vivevamo. Se ripenso a Reginaldo provo per lui infinita compassione e se poi ripenso a tutto il tempo che abbiamo condiviso nel predicare la parola di Rava Ta Rui agli infedeli… mi sento male. Purtroppo però non tutti abbiamo uno spirito abbastanza luminoso e illuminato capace di seguire la luce.”

Mamma mi riferì tutto ciò che aveva fatto nel Sudest africano: aveva coordinato simposi, organizzato eventi e concerti Rava, pubblicizzato la setta in ogni modo possibile, ottenuto licenze per la costruzione di templi di culto ravaiani nell’Altopiano dei Laghi e persino in Mozambico e Sudafrica. Era lei il braccio destro di “Colui” ed io ebbi la certezza che anche se il guru fosse stato veramente implicato in qualche turpe traffico, mamma, plagiata e drogata di fede com’era, non si sarebbe mai accorta di nulla.

“Ora che farai?” chiesi.

“Mi adopererò per dimostrare l’innocenza di “Colui che indica la luce”. La verità verrà fuori. Sto già organizzando un sit-in di protesta a Urbe.”

“Mamma, ti pregherei di non fare pazzie. La tua devozione e la tua passione sono sorprendenti, eccessive, e quando devozione e passione raggiungono tali livelli è facile commettere sbagli dovuti all’istintività. Inoltre tu sei sempre stata una persona razionale…”

“Non preoccuparti per me Tony; e non chiamarmi mamma, sono Ta Swami.”

 

 

Il processo a “Colui che indica la luce” cominciò un mese dopo; venti giorni prima aveva conosciuto le patrie galere.

Cercai da quel momento di evitare il più possibile mamma e soprattutto l’A1: circolavano al suo interno decine e decine di uomini e donne in sandali e saio. Quando incrociavo per strada qualcuno di questi individui mi salutavano con “Kare poxi Rava” e io per non essere sgarbato ripetevo “Kare poxi Rava” senza sapere cosa significasse. Mamma mi spiegò in seguito che voleva dire “Sia lodato Rava Ta Rui.

Per avere a che fare il meno possibile con questa comitiva di sballati mi iscrissi persino ad un corso di fisiognomonia dei glutei. Vi chiederete, o cipputi, in cosa consista un corso di fisiognomonia dei glutei. Non lo so, non ne avevo la più pallida idea e per questo mi iscrissi. Ma non l’ho capito nemmeno alla fine del corso – durato due settimane – quando mi rilasciarono l’attestato di frequenza.

Successivamente fui invitato dai docenti del corso a comprare una laurea in Cinismo Metafisico & Alienazione. Lo feci e ottenni così una la laurea fittizia. All’esame-farsa finale presentai una tesi sul nonsenso semantico. Di cosa trattasse non lo so. Per finire, ho frequentato un master alla facoltà di Lettere Superflue. Ora cipputi sono pseudodottore. In pseudovita.

 

 

Poco prima di Natale, mi pare fosse l’antivigilia, mamma venne a trovarmi all’A10 per darmi la lieta (per lei!) novella. Ero assorto nella lettura di “Cocaina”, spiritosissimo libro del Dino Segre che si faceva chiamare… Pitigrilli. Nell’istante prima della sua irruzione in camera stavo sorridendo ripensando al paragrafo appena letto: “… pretendere di raffinare una donna con le buone parole, è come concimare con zucchero un castagno, per fargli produrre marrons glacés.” Che sarcasmo! Che acume!

“Tony, abbiamo vinto la prima battaglia!” mi distolse dal libro mamma. “Ha ottenuto gli arresti domiciliari! Il guru! “Colui che indica la luce”! Così potrà affrontare il processo serenamente, preparando la sua difesa a Villa Fulgida sui colli di Babele.”

Neanche tre ore dopo quella dichiarazione mamma ed io apprendemmo dalla televisione che la villa miliardaria sui colli era stata messa sotto sequestro dalla Procura di Urbe.

Appena sentii la notizia un brivido mi percorse la schiena. Ciò che prevedevo e temevo avvenne il giorno di Natale: mamma aveva deciso di ospitare “Colui” per tutto il tempo in cui gli fosse stato imposto il domicilio coatto.

 

Capitolo 14 

Mi trasferii definitivamente all’A10. Non volevo avere più niente a che fare con mamma, almeno finché fosse stata assorbita a quel modo dal processo al guru; e non mi andava di fare la conoscenza di un presunto truffatore. Ma, incredibile!, cambiai idea sul suo conto nell’arco di due incontri.

Una fredda mattina di gennaio dovetti recarmi all’A1 per chiedere a mamma alcune uova per pranzo (e anche per sapere quanto tempo bisognasse lasciarle bollire affinché diventassero sode). Quando fui in cucina, apparve da quella che fino a pochi giorni prima era la mia stanza da letto “Colui che indica la luce”. L’avevo visto solo un paio di volte sul giornale e qualche volta in tv; era quindi la prima volta che lo vedevo dal vivo. Lo salutai con un “buongiorno” e lui, senza dire nulla, mise le mani giunte e fece un inchino, poi sparì da qualche parte.

Intuii allora cosa poteva aver fatto colpo su mamma nel primo incontro con il santone: lo sguardo. Quell’uomo aveva due occhi veramente ipnotici. Assomigliava a qualcuno che avevo già visto su qualche libro di storia, ma al momento non rammentavo.

Dopo quel primo, velocissimo incontro non lo vidi più per alcune settimane, anche perché fui pizzicato nuovamente a rubare libri e questa volta non ci fu clemenza nei miei riguardi. Il giudice mi condannò ad un ricovero forzato in una clinica specializzata nella cura della cleptomania e delle sindromi da essa derivanti. Venni così internato per nove giorni nel reparto S.L.C. (Saccheggio Librario Cronico) del nosocomio di Chimerona Utòpia e fui sottoposto al trattamento, consistente in nove giorni di ipnosi associata alla visione obbligatoria di lungometraggi commentati da Enrico Ghezzi e accompagnati dal sottotitolo-monito: Se continuerai a rubare diventerai il Re della Supercazzola!

Guarii. Per quei nove giorni di internamento. Il decimo giorno, appena riabilitato nella società dei probi, mi venne una crisi d’astinenza terribile. Svaligiai cinque biblioteche in una giornata. Bottino: “Ecstasy” e “Acid house” di Irvine Welsh, “Opus pistorum” di Henry Miller, “Jim ha cambiato strada” di Jim Carroll, “Paura e disgusto a Las Vegas” e “Hell’s angels” di Hunter S. Thompson , “L’ultima lacrima” di Benni, “Il paradiso degli orchi” di Pennac e “Il signore delle mosche” di William Golding.

In questo periodo mamma e “Colui” facevano la spola tra Babele e Urbe due volte la settimana per il processo. Poi il processo perse l’interesse dei media e dalla capitale venne trasferito a Babele.

La seconda volta che incontrai “Colui” fu decisiva. Decisiva per quanto riguardava il mio giudizio su di lui, o cipputi.

So di avere cominciato questo “fantastico” libro affermando che le persone dopo un po’ mi stancano e non trovo nessuno di veramente interessante o speciale. Imparai presto che “Colui” non rientrava in questa categoria monopolistica. Per sentito dire (dai giornali, dalla tv ma soprattutto da mamma) mi ero fatto un’idea completamente sbagliata del guru ravaiano. Credevo fosse un uomo molto astuto capace di sfruttare al massimo il proprio fascino, e in effetti era così, ma c’era di più, molto, molto di più dietro quegli occhi ammalianti.

Rasputin! Ecco chi era il personaggio storico sosia di “Colui”: Rasputin! Lo sguardo diabolico, onnisciente, i capelli lunghi e neri e la barba altrettanto lunga e nera lo facevano somigliare in modo quasi identico al cagliostro russo al servizio dello zar Nicola II.

In occasione di quel secondo incontro mamma era fuori casa per qualche commissione e io dovevo andare all’A1 a prendere chiodi e martello per appendere un quadro comprato il giorno prima a un mercatino dell’usato: un acquerello astratto intitolato Un acquerello astratto.

Entrai con le chiavi, senza bussare o suonare il campanello, e lo vidi lì, a gambe incrociate intento a scrutare la teca di cristallo con il quaderno rosso dentro.

“Ciao Tony” disse.

Rimasi un po’ scombussolato nell’udire la sua voce, così stentorea e calorosa; non avrei mai immaginato che un uomo della sua età (mamma mi aveva detto che “Colui” doveva avere circa settant’anni) potesse avere una voce così giovanile. Pensai per un attimo che barba e capelli erano certamente tinti.

“Salve” risposi.

“Che cos’è l’essere brillanti? Solo questo: seminare quando nessuno ti vede e raccogliere quando tutti ti guardano” disse.

“Francis Scott Fitzgerald. “Racconti dell’età del jazz”.”

“Esatto, bravo Tony. Posso darti del tu, vero?”

Annuii e lui proseguì.

“Sai, il quaderno mi stava dicendo che è giunta l’ora di raccogliere.”

Se qualsiasi altro essere umano mi avesse detto una cosa simile in quella situazione lo avrei preso per cerebroleso, ma “Colui”… era diverso…

“So che leggi molto. So che hai viaggiato e avuto molte esperienze. Sento… sento che hai dentro una luce, un’energia più potente di tutti gli altri uomini e donne con cui ho avuto o ho a che fare. Sfruttala! O non raccoglierai mai ciò che meriti.”

“Ma… ma… io sto bene, sono felice così!”

“No che non lo sei. Credi di esserlo. Cos’è poi la felicità? E’ soltanto il primo momento che segue il sollievo da un’infelicità particolarmente intensa.”

“Sempre Fitzgerald. “Belli e dannati”.”

“Complimenti. Però… è giunto il momento di mettere da parte le influenze letterarie, o meglio, è ora di centrifugare tutto: gusti letterari, esperienze, gioie, dolori. E’ ora di diventare ciò che la luce che hai dentro ti indica.”

“Cosa mi indica?”

“Te lo sta dicendo anche il quaderno rosso. Io non posso aiutarti, devi capirlo da solo.”

“La prego “Colui che indica la luce”, mi dica cosa c’è scritto sul quaderno che io non vedo… non sento… non so…”

“Chiamami Gino intanto. Solo quei folli che mi vedono come un demiurgo mi chiamano “Colui che indica la luce”, ma io sono semplicemente Gino Pinoli. E dammi del tu, d’accordo?”

“Va bene, ma mi dia… dammi qualche risposta per favore.”

“Non posso non capisci? Le parole non valgono nulla, non rivelano nulla. L’esperienza e l’intelligenza ti potranno aiutare, non le mie parole. Nessuno, nemmeno io, posso indicare la luce. La luce è dentro te, la tua luce è abbagliante. Segui la strada che ti indica, non sprecarla, non spegnerla.”

Cominciavo a sentirmi come sotto l’effetto di una canna. Tutto sembrava sfumato, l’ambiente, le mie sensazioni, le mie parole, le sue. C’era qualcosa in Gino-Colui che riassumeva a grandi linee la filosofia new age espressa da autori come De Mello, Redfield, Bach, ma in termini meno evanescenti. In lui c’era verità assoluta, concretezza, spiritualità e materialità, anima e corpo, trascendenza e immanenza, tutto ben dosato nel crogiolo di un sapere sconfinato.

“Coloro che sanno, non dicono; coloro che dicono, non sanno” disse.

“Questa l’ho letta in diversi libri e…”

“La saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. La scienza si può comunicare, ma la saggezza no.”

“Siddharta!”

Gino-Colui sorrise impercettibilmente. Poi disse:

“Chi vuole rinascere deve essere pronto a morire. E’ sempre Hermann Hesse. Ora siediti qui accanto a me e osserva in silenzio il quaderno rosso. Se riesci a tirare fuori la luce, riuscirai a capire quello che ti vuole dire.”

Mi sedetti a fianco di Gino-Colui e cercai di concentrarmi. Però facevo fatica, la presenza di quell’uomo mi infondeva un senso di soggezione e rilassamento: inspiegabile a parole!

“Non pensare a me” disse come se stesse leggendomi nel pensiero. “Pensa alla luce!”

Passò mezz’ora. Continuavo a pensare a tutto tranne che alla luce. Mi chiedevo cosa volesse dire il guru parafrasando le parole di Hesse riguardanti il voler rinascere. Sentivo i suoi occhi su di me eppure lui era accanto a me e fissava il quaderno. Iniziai a pormi delle domande. Avevo vissuto la vita che volevo fino a quel momento? Sì, almeno credevo. Come mi sentivo in quel periodo della mia vita? Bene, o così mi sembrava. Cosa vedevo nel mio futuro? Serenità? Sì, più o meno.

Udii la Mercedes di mamma parcheggiare davanti a casa. Mi alzai in piedi mentre Gino-Colui rimaneva in posizione meditativa.

“Ci vediamo “Colui che…”, ehm, Gino. A presto.”

Gino-Colui mi sorrise candidamente. Incrociando mamma sul vialetto dissi: “Ciao Ta Swami.”

Mamma rimase perplessa. Quando mi voltai per vedere se era ancora lì, era ancora lì, a bocca spalancata.

 

 

Rientrato all’A10 mi accorsi di essermi dimenticato i chiodi e il martello. Fa niente, pensai, tornerò domani quando mamma sarà fuori casa.

Mi tuffai nella vasca da bagno colma fino all’orlo di schiuma fumante. Avevo voglia di un bagno caldo; il vapore sprigionato dall’acqua mi immerse in un torpore squisito mentre ripensavo alla conversazione di poco prima. Mi sentii pervadere dalla sonnolenza tanto che mi addormentai nella vasca. Un sogno erotico mi svegliò: stavo “stantuffando” Selen a pecora. Impugnai il toblerone e approfittai della complicità immaginaria della mia pornostar preferita.

Il mattino dopo tornai all’A1 euforico al solo pensiero di incontrare Gino-Colui, ma in casa non c’era nessuno. Seppi da un Ravaiano che passeggiava cogitabondo davanti all’appartamento che erano andati ad un’udienza del processo e sarebbero stati via fino a sera.

Presi chiodi e martello dalla scatola degli attrezzi nello sgabuzzino, li misi in una tasca dei pantaloni mimetici poi, prima di uscire, decisi di “ascoltare” un po’ il quaderno rosso sperando di ottenere qualche rivelazione. Dopo tre quarti d’ora me ne andai sconsolato.

Capitoli 11, 12, 13, 14.ultima modifica: 2013-11-28T11:41:59+00:00da skreta
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