Nov 30, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 15, 16, 17, 18.

tonytony

Capitolo 15  

Le Ceres vuote lasciate sul comodino dalle notti precedenti erano una dozzina. Avevo preso l’abitudine di mettermi a letto con la compagnia di un buon libro e una birretta. La sera in questione stavo leggendo “Il fu Mattia Pascal” quando il telefono squillò.

Erano le due passate, non proprio l’orario in cui ci si possa aspettare una telefonata.

“Tony sono io” mi disse la voce dall’altro capo della cornetta. “Hai un po’ di tempo? Ho bisogno di parlarti.”

“Certo Ciccio. Dove sei?”

“Sono da te tra due minuti.”

Mezz’ora dopo arrivò Cicciobello in evidente stato di fattanza. Teneva una canna in bocca, mi offrì un tiro ma rifiutai. Gli stappai una birra e ci accomodammo in salotto.

“Sono nella merda fino al collo” esordì. “Tutta colpa di uno schizzo traditore. Sarah! Sarah è incinta!”

“Oh cazzo!”

“Neanche tre mesi che usciamo insieme e questa mi rimane pregna.”

“Te l’ho sempre detto di usare il gommino ma tu non mi dai retta.”

“Ma che gommino e gommino, lo sai che sono allergico al lattice: mi fa venire il pisello a pois.”

Rimanemmo per un po’ in silenzio sorseggiando le nostre birre. Cicciobello era davvero scosso. La sua fiamma del momento era Sarah, detta Silicon Valley per la smisuratezza del suo seno artificiale. Non si offendano le cippute che stanno leggendo questa storia “fantastica” ma Sarah era la classica ragazza che noi maschietti triviali tendiamo a definire Troia, con T maiuscola, anzi Gran Troia, con G e T maiuscole. Aveva fatto pompini a mezza città e si era fatta sbattere da cani e porci. Ciccio sapeva con chi aveva a che fare ma a lui piacciono così, più la T è maiuscola più gli piacciono. Mi disse che con lei non riusciva più a controllare bene i tempi di uscita.

“Non so cosa mi succede, in quest’ultimo periodo ho la schizzata veloce” mi riferì preoccupato per quanto potesse preoccuparsi fatto com’era.

“Capita, anch’io vado a fasi alterne. Soprattutto se non hai un rapporto stabile e duraturo può succedere di incappare in qualche eiaculata precox.”

“Lo so, lo so, però a me non era mai capitato prima, anche perché…”

Si interruppe, come se si fosse pentito di aver pronunciato quelle ultime parole.

“Anche perché?” chiesi.

“Anche perché ho sempre scopato sotto l’effetto della cannabis proprio per superare questo problema. Mi vergogno un po’ a confessartelo Tony, ma è così, è per controllarmi meglio che… ho iniziato… a fumare hascisc e marijuana. E ultimamente con Sarah faccio in fretta anche sotto effetto diciamo medicinale… sedativo.”

“Su, non farne una tragedia, se il problema è davvero così grave puoi sempre andare da un sessuologo o da un andrologo.”

“Mah, non so, forse è solo una cosa passeggera. Forse mi preoccupo per niente.”

“Già. Per curiosità, quanto dureresti prima di avere lo stimolo?”

“Quarantacinque.”

“Secondi?”

“Stai scherzando? Minuti!”

Scossi la testa, andai a prendere altre due birre dal frigorifero e quando tornai, dissi:

“Ciccio, ma vaffanculo! Se tu hai dei problemi, allora l’ottanta per cento degli uomini sono degli Speedy Gonzalez della sborrata.”

“Magari hai ragione” biascicò l’amico.

Era strafatto e faceva fatica a mettere insieme le parole per formare una frase. Ad un tratto mi chiese persino perché si trovava in casa mia e quando glielo ricordai sembrò riprendersi un poco.

“Non so” disse, “non credi ch’io sia troppo vecchio per avere un figlio?”

“Ti prego Ciccio, non fare questi discorsi idioti. Non esiste essere troppo vecchi per avere un figlio e neanche essere troppo giovani. Sai come la penso, ne abbiamo parlato in passato. E poi che problemi ti fai? Tu un figlio non lo vuoi e immagino nemmeno Sarah, giusto?”

“Beh, le cose non stanno proprio così. Sarah non lo vuole, mentre io… sì!”

La notizia mi lasciò esterrefatto; dopo diversi secondi impiegati per riprendermi dallo shock fui molto felice per la decisione del mio caro amico.

“Davvero? E’ bellissimo quello che dici.”

“Bellissimo un cazzo Tony! Sarah ha già deciso, vuole abortire. Non mi ascolta, è irremovibile. L’ho supplicata dicendole che non mi importa che lei faccia da madre, basta solo che porti a termine la gravidanza poi farò tutto io, padre e madre, lo manterrò, lo crescerò, e lei potrà anche far finta che non sia suo figlio.”

Fece una pausa poi riprese.

“Ricordi quando discutemmo del fatto che per crescere un figlio è meglio un solo genitore ricco d’amore che due genitori pieni di rancore? L’hai detto tu. Ed è vero. So che stenti a crederci, ma quel figlio io lo voglio e sono sicuro di poterlo crescere con tanto amore.”

Che bella sorpresa il Ciccio! Ero proprio contento di aver scoperto in lui una sensibilità sconosciuta, un desiderio di paternità mai neppure sospettato. Bisognava intervenire per dargli una mano.

“Parlerò io con Sarah” dissi. “Cercherò di convincerla ad avere il bambino.”

“Non puoi farcela, è impossibile” rispose mentre scoppiava in lacrime.

“Vedrai.”

 

 

Sarah abitava con una ricca zia zitella dalle parti dello zoo di Babele. Non sapevo di preciso che lavoro svolgesse, sapevo solo che aveva a che fare con la moda. Infatti mi ricevette nel suo atelier-camera da letto, una stanza immensa piena di manichini, abiti, tavoli da lavoro ricoperti di schizzi di vestiti, stoffe, forbici, bottoni. C’era un antico letto a baldacchino a due piazze, il suo letto dedussi.

Conosco Sarah dai tempi delle elementari anche perché siamo stati per un paio d’anni nella stessa classe, ma contrariamente a quanto potreste pensare, o cipputi, non me la sono mai fatta. Strano vero?

“Che sorpresa, Tony Stantuffo! E’ da un sacco di tempo che non ci vediamo, come mai vieni a trovarmi?”

“Vorrei parlarti di Manolo se me lo permetti.”

“Non ho niente da dire” si rabbuiò. “Se questa visita ha a che fare con la gravidanza, sappi che ho deciso di abortire e nulla mi farà cambiare idea.”

Ah sì eh, pensai, vedremo!, piccola troietta dalle enormi tette plastificate. Non sapevo effettivamente cosa risponderle, così provai a concentrarmi memore dell’incontro con Gino-Colui: speravo magari di aver ricevuto in dono una forza speciale capace di far cambiare idea alle persone.

“Perché mi guardi a quel modo?” chiese.

Mi avvicinai al manichino al quale stava facendo indossare una giacca di velluto e le misi le mani sulle spalle. Mi osservava perplessa.

“Guardami attentamente negli occhi” dissi dopo essermi tolto gli occhiali.

Mi ero talmente immedesimato nella parte del guru che credevo davvero di avere poteri paranormali. Nonostante tutto mi sentivo comunque ridicolo cipputi miei. Lei mi guardava, io la guardavo, poi ad un tratto il mio sguardo cadde su quei meloni stratosferici che si trascinava sul petto e non so come, tutto il mio piano di convincimento andò a rotoli.

Dopo un po’ il letto a baldacchino cigolava sinistramente forse a causa dell’esagerato sballottamento del seno di Sarah. Mi cavalcava come un’indemoniata e dopo pochi secondi mi resi conto che non sarei durato a lungo. Per non fare una figuretta mi concentrai cercando nel mio passato i ricordi più schifosi che mi venivano in mente: la nonna di Zambo devastata dal morbo di Parkinson che si presenta nuda in cucina mentre io e Zambo, bambini, facciamo merenda in casa sua; il mio professore di matematica delle medie che si scappera e mangia le caccole durante il compito in classe; i capelli del papà di Willy, un vero e proprio frantoio naturale; il risveglio nel letto di Stefania Kappa imbrattato di merda per colpa di un mio inaspettato attacco diarroico notturno; tutti ricordi capaci di far ammosciare il toblerone, ma che in quel momento mi servivano per durare qualche minuto di più. Funzionò.

La mattina ero stato da Sarah. La sera andai da Cicciobello. Mi aspettava rassegnato. Lo guardai negli occhi, mortificato; la trasmissione del pensiero funzionò con lui, non che ci volesse molto.

Senza dire nulla ci andammo a sedere sul dondolo davanti all’ingresso dell’A8 con due coche e il narghilè di Ciccio. Il cielo era sereno, stavamo andando incontro alla bella stagione. Nel mondo però c’era sempre troppo freddo.

 

Capitolo 16 

Ero intento nella rasatura del prato del residence. Pensavo io alla manutenzione delle aiuole, mi distraeva quel tanto che basta: non si può sempre lavorare esclusivamente di cervello, o cipputi.

Avevo iniziato dall’A1 e mi trovavo nello spiazzo verde antistante l’A5 quando la macchina dell’inquilino di quell’appartamento parcheggiò davanti al box auto.

Duilio Subasic vi abitava con la famiglia da tre o quattro anni, non ricordo bene. Aveva una moglie insipida e due figli piccoli, maschio e femmina, obesi e maleducati, a contrario di lui che era allampanato e sempre gentile ed educato.

Risalendo il vialetto mi salutò cordialmente mentre riempivo di benzina il serbatoio del tosaerba ormai vuoto.

“Salve Tony! Fa un bel caldo oggi vero?”

“Buona sera signor Subasic. Eh sì, ci saranno quasi quaranta gradi.”

“Vuole un po’ d’acqua? Succo di frutta? Coca Cola?”

“No grazie, ho qui la mia birra… me la caverò!”

“Allora buon lavoro.”

“Grazie, arrivederci.”

Entrò in casa. Quando aprì la porta udii la moglie urlare disperatamente ai figli che bisticciavano tra loro. Tirai la cordicella d’accensione del motore e ripresi il lavoro. Mentre terminavo il tratto di prato davanti all’A5 mi misi a pensare al signor Duilio e alla sua triste vita, la classica triste vita che la maggior parte delle persone vive senza accorgersi di quanto sia triste. Duilio Subasic è uno dei tanti. Si è adagiato sul sofà dell’abitudine e della noia, tra i tetri cuscini della rassegnazione. Io lo so, lo vedo. Leggo dal suo volto quanta infelicità latente racchiudono le quattro mura dell’A5. Se solo aprisse gli occhi e accantonasse la paura dell’incertezza che comporta prendere una decisione drastica per cambiare il corso apparentemente obbligatorio di un’esistenza, non impiegherebbe un secondo per scaricare moglie e figli e fuggire letteralmente via. Ma non lo fa, perché Duilio Subasic è un uomo responsabile. Bella cosa essere responsabili, fa quasi rima con essere coglioni!

Duilio povero Duilio, prototipo dell’uomo vinto dall’omologazione.

Duilio povero Duilio, con una moglie bruttina, ignorantella e querula, con due figli irrispettosi e stupidi.

Anni fa c’era una pubblicità progresso (o regresso, fate voi cipputi miei) che metteva in guardia dal nuovo spauracchio del secolo: l’aids. Allora ero piccolo e l’aids ti veniva mostrato (ovviamente dai soliti media terroristi) come la peste, una malattia spietata peggiore della morte nera, dalla quale non si poteva fuggire. Nella pubblicità in questione i sieropositivi erano rappresentati con un alone viola intorno, tant’è che ancora oggi si parla di alone viola riferito, più che altro scherzosamente, a chi frequenta “caverne” già troppo spesso esplorate in precedenza.

Quell’alone viola io oggi lo percepisco distintamente nella realtà. Ma non ha niente a che vedere con aids o malattie varie. Ha a che fare con le persone come Duilio. Quando prima l’avevo visto tornare a casa dalle nove ore giornaliere alla fabbrica di gusci di gomma per telecomandi, aveva tutt’intorno l’alone della morte. Quella morte che dopo giorni, settimane, mesi poi anni di lavoro ti prende il cervello e allora, beh allora cipputi miei, non c’è più scampo. Però, bisogna assolutamente dire, e ve lo dico in confidenza o cipputi, che se non fosse per persone responsabili come Duilio, non so in quale caos sprofonderebbe il mondo.

Davanti all’A7 incontrai Giada e Zoe affacciate al davanzale della finestra. Mi fecero segno di spegnere il tosaerba e raggiungerle in casa per dare due schioppettate di cannone. Mi limitai a bere un goccio di birra, facemmo qualche chiacchiera poi le lasciai ilari e annebbiate al loro rito cannabinomane quotidiano.

Fino a due mesi prima le universitarie dell’A7 erano quattro, ma con l’inizio dell’estate due erano tornate a casa loro. Giada e Zoe erano rimaste, primo perché all’A7 si trovavano bene ed io consentivo loro di fare praticamente quello che volevano, in secondo luogo Ciccio le riforniva di droga a prezzi stracciati e in ultimo, ma non per importanza, Giada era segretamente innamorata di Cicciobello mentre Zoe amava farsi ripassare ogni tanto dal sottoscritto Tony Stantuffo.

Nell’aiuola davanti all’A8 di Ciccio fermai nuovamente il tosaerba per pulire gli occhiali impolverati e fumare una tumoretta. L’amico non era in casa. Da quando Sarah aveva abortito e lui l’aveva praticamente scaricata (o si erano più semplicemente scaricati a vicenda) dentro Manolo Nerix qualcosa era cambiato per sempre. Si era gettato a capofitto nel lavoro giù a “L’aldilà di Fido” e aveva molto ridimensionato il giro di spaccio. Era evidente, soffriva!

Finalmente arrivai all’A10 e terminai il lavoro. Spensi il motore e mi guardai indietro. Mi parve di aver fatto un buon lavoro. Ma come sempre, non ero soddisfatto.

 

 

Da quella volta che avevo parlato con Gino-Colui, quando lo avevo rivalutato conoscendolo all’A1, erano passati diversi mesi. Da allora avevo spesso cercato la sua compagnia anche per pochi minuti, ma lo avevo sempre trovato occupato con avvocati, fedeli ravaiani e gente che comunque non conoscevo.

Una sera il campanello dell’A10 suonò mentre stavo mangiando una pizza guardando “I guerrieri della notte” alla tv. Era Gino-Colui.

“Ciao Tony, stai bene?”

“Salve “Colui che indica la luce”! Volevo dire… ciao Gino. Che bella sorpresa, posso offrirti qualcosa?”

“Direi che una buona birra fresca con un goccio di whisky dentro andrà più che bene. E non fare quella faccia solo perché ai miei discepoli predico vita sana. Non c’è niente di più sano di farsi una birra & whisky quando se ne ha voglia. Basta non esagerare, no?”

Annuii, presi una birra dal frigo e gliela porsi insieme a un bicchiere e una bottiglia di Jack Daniel’s: il mix se lo sarebbe regolato da sé.

“Allora” disse dopo un brindisi alla salute, “hai più pensato al quaderno rosso e a quello che significa?”

“Veramente ho cercato di relegarlo nel dimenticatoio. Mi faceva male pensarci troppo.”

“Capisco. Evidentemente non è ancora il momento di conoscere certe verità.”

Quella sera parlammo di tutto. Gino-Colui si confermò ottimo conoscitore di ogni singolo campo dello scibile umano: spaziò dallo sport alla cosmogonia, dall’informatica all’entomologia; si dimostrò particolarmente ferrato in enologia!

Apprendevo molte nozioni nuove in quel momento, era un piacere sentirlo parlare. A mezzanotte passata mi salutò dopo esserci seccati tre birra & whisky lui e cinque Ceres io.

“Ti comunico in anteprima che entro la fine dell’anno sarò un uomo libero, verrò scagionato da tutte le accuse a mio carico” disse. Poi mi diede un foglietto giallo ripiegato in due e si accomiatò.

Chiusa la porta aprii il foglietto.

 

Rava Ta Rui non esiste.

Rava Ta Rui significa:

la Luce che abbiamo dentro

    Questo lessi. E questo, come il significato del quaderno rosso, per anni purtroppo non compresi.

 

Capitolo 17

Mancavano pochi giorni a Natale ed era già trascorso un anno da quando Gino-Colui aveva varcato per la prima volta la soglia dell’A1 per rimanere ospite-prigioniero di mamma.

Come aveva previsto lui stesso mesi prima, il guru ravaiano venne prosciolto da tutte le imputazioni: le prove che aveva addotto durante l’escussione rivoltagli dall’accusa avevano demolito ogni dubbio residuo. La notizia non trovò molto spazio su giornali e televisioni.

Quella mattina, appena saputo via telefono da mamma dell’esito del processo, mi preparai per andare a festeggiare il loro rientro all’A1. Feci una doccia, lucidai i Doctor Martens, bevvi una birra e nell’attesa lessi qualche pagina di “Se la luna mi porta fortuna” di Achille Campanile. Era l’ultimo libro rubato il giorno prima insieme a “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, “D’amore e ombra” e “Il postino di Neruda”.

Mai come in quel periodo ero soggetto a reiterate crisi depressive, di quelle crisi di cui ho già parlato, ricordate cipputi?, brevi ma intensi momenti di disagio e malinconia. Per superare lo spleen ricorrevo al palliativo dell’alcol e del divertimento; pure la sera prima ero stato ad un party nella casa di campagna di Zambo, avevo bevuto l’impossibile ed ora, sdraiato sul letto con il libro in mano mi sentivo piuttosto spossato, infatti mi assopii.

Mi svegliai alle quattro del pomeriggio. Pensai subito che mamma e Gino-Colui dovevano già essere tornati dal tribunale. Uscii dall’A10 e la prima cosa che vidi sul vialetto dell’A1 e sulla strada d’accesso al residence furono centinaia di Ravaiani chiassosi e agitati. Mi feci spazio a fatica nella calca di fedeli ed entrai in casa, dove trovai mamma in salotto seduta con la faccia tra le mani. Piangeva. Nell’appartamento c’erano anche altri cinque Ravaiani che reputai gerarchicamente molto in alto nella scala di cariche religiose della setta.

Quando mamma mi vide, rimanendo seduta con l’espressione di chi ha perduto casa e affetti dopo un terremoto, disse:

“ “Colui che indica la luce” se n’è andato! Ci ha lasciati.”

“Che significa?” chiesi preoccupato.

“Significa che ha deciso che il suo tempo tra noi è terminato” rispose un tizio alto con un saio color nocciola e due sandali logori.

“E’ così” intervenne mamma. “Sicuramente ci ha voluto lasciare un messaggio molto forte, un messaggio che dovremo interpretare secondo la parola di Rava Ta Rui.”

Eccola lì, Ta Swami, la mamma abbacinata e intronata da una percezione deviata della religione. L’ingenua mamma che crede in un messia divulgatore di dogmi divini, un messia che è in realtà il più umano tra gli umani.

“Non capisco, cosa è successo?” chiesi.

Lei e gli altri Ravaiani nel salotto mi spiegarono che subito dopo l’assoluzione Gino-Colui era salito su un taxi e si era dileguato. Aveva però lasciato un biglietto al suo avvocato, incaricandolo di leggerlo solo dopo la sua partenza. Nel biglietto c’era scritto:

Parto per nuovi mondi

dove potrò

ascoltare il silenzio.

    L’avvocato disse che il guru aveva venduto Villa Fulgida, la villa sui colli dissequestrata giorni prima. Riferì anche della volontà di Gino-Colui di non far mai più ritorno in Italia.

Mi dispiaceva enormemente non aver potuto parlare per un’ultima volta con quell’uomo unico. Lasciai mamma e i Ravaiani ai loro discorsi.

Stavo per chiudermi la porta alle spalle quando mi baluginò in mente l’immagine del quaderno rosso. Tornai nel salotto dove c’era la teca di cristallo e mi accorsi che il quaderno rosso era sparito. Chiesi a mamma se lo aveva preso ma negò. Pensai allora che poteva essere stato Gino-Colui e mi domandai perché.

 

 

Tre mesi dopo mi giunse una lettera dalle Seychelles. Era lui, Gino-Colui!

Trascriverò ora la lettera, o cipputi, purtroppo però non posso mostrarvi la foto ad essa allegata; era una foto eloquente, più pregnante ed esplicita di tutte le parole che la accompagnavano. Mostrava Gino-Colui all’ombra di una palma, aveva le gambe incrociate nella sabbia e guardava l’obiettivo. Quello sguardo beffardo e sereno diceva tutto e di più.

 

Caro Tony

Ti chiedo per prima cosa il favore di gettare la lettera e la foto allegata appena avrai finito di leggere queste parole.

Non aspettarti rivelazioni qui di seguito perché ci rimarresti male; voglio solo spronarti a cercare il significato del quaderno, ricordandoti che Rava Ta Rui non esiste! Sbrigati. Segui la strada! Perché quando conoscerai la cruda verità non ci sarà più tempo. Spero di cuore che la Luce che abbiamo dentro ti indichi il Senso.

Ricorda che hai un grande talento. Sai cos’è il talento? E’ anch’esso una luce, un qualcosa che abbiamo dentro (in pochi per la verità, o tutti, se lo intendiamo come un dono nascosto bisognoso di essere coltivato). Avere talento non implica necessariamente avere successo con gli Altri, ma porta di certo ad avere successo con sé stessi. Quando un uomo adopera (esterna), il proprio talento in funzione del Senso, si libera di una quantità infinita di fardelli e impara a vivere come un fiore. Ad un fiore, per essere al massimo dello splendore basta così poco: il nutrimento della terra, acqua e sole. Come per un uomo di talento… Peccato che nella nostra epoca in particolare, agli Altri, appaia scandaloso e inaudito.

Ho settantadue anni e li ho vissuti tutti da quando ho iniziato a esternare il mio talento (l’ho capito tardi, dopo i quarant’anni). Esso  mi ha portato ad essere “Colui che indica la luce” e provare di insegnare il metodo per “tirarla fuori” (la luce) agli Altri, ma gli uomini sono così stupidi che mi hanno insignito dell’inutile carica di guru-messia di una setta. Non hanno capito nulla! Come ti ho già detto le parole non rivelano nulla, anzi, spesso travisano il significato che si vuole attribuire alle cose, ai concetti, alle idee…

E il tuo talento Tony? Dove ti porterà?

 

Vado in pensione ora. Ah che orrenda parola! Vedi, travisa il significato che le voglio dare io. Pensione uguale fine, crepuscolo, inerzia, noia, morte. Per molti è così. Non per me. Pensione è un luogo mentale, in cui posso rifugiarmi a riflettere lontano dal caos del mondo. Voglio trascorrere gli ultimi anni di questa vita ad ascoltare il silenzio: si imparano cose incredibili che nessuno può insegnare.

 

Maometto, Gesù, Budda… “Colui che indica la luce”, il profeta. Adesso i Ravaiani mi divinizzeranno. Poveri ingenui, non capiranno mai! Perlomeno avranno la loro droga per tirare avanti in un mondo pieno di dubbi, paure, mode imposte, lavaggi del cervello, parole… troppo rumore!

Addio Tony. Addio per questa vita. Poi si vedrà…

Gino Pinoli

 

Postscriptum: So che il quaderno rosso è scomparso. Non sono stato io. Non è stato nessuno.

 

 

Con un sorriso ironico trasmessomi dalla foto, strappai tutto in pezzetti minutissimi.

Uscii in giardino e mi sdraiai sull’erba con le mani sotto la nuca. Guardavo il cielo e immaginavo Gino-Colui alle Seychelles ad ascoltare il silenzio. Immaginavo anche che quando era stanco di silenzio si faceva una birra & whisky in qualche locale e trovava la compagnia di una ragazza indigena. Non fare quella faccia, che male c’è, immaginavo mi avrebbe detto.

Anche se continuavo a non capire tanti misteri e sentivo allargarsi un buco nero nell’anima, vissi in quel momento attimi di pura serenità.

 

Capitolo 18 

Nel giro di un anno mamma perse tutta la sua fede in Rava Ta Rui, abiurò la dottrina ravaiana e una sera la rividi in compagnia di Reginaldo. Tornarono a frequentarsi regolarmente. All’A1 ricomparvero pure due micetti che questa volta mamma battezzò con i nomi di Krazy e Kat.

Io rimanevo lo stesso Tony di sempre, tutto libri, birra, sesso e film di Selen. Avevo solo aumentato drasticamente il numero di tumorette perché dopo una visita di controllo per una forma di asma che mi prendeva durante le crisi depressive, il dottore mi aveva diagnosticato una necrosi asfissiante benigna pleurica plurima, una rara malattia che colpisce una persona su trenta milioni.

“Se non vuoi rischiare la vita degenerando il tuo stato di salute, dovrai triplicare il numero di sigarette” mi consigliò.

Intrapresi una relazione con l’Odalisca, una giovane dipendente de “L’aldilà di Fido” destinata a entrare nella storia solo per avermi fatto qualche pompino con ingoio ed essersi fatta sbattere quando il toblerone comandava i miei impulsi. E’ triste o cipputi, me ne rendo conto, ma questo è quanto.

A più riprese subivo l’instancabile e martellante opera di convincimento da parte degli sponsor del Bar 2000 – Paolino Ragù e Cicciobello – nel tentativo di farmi calzare nuovamente le scarpette da calcio. Anche se avevo nostalgia del rettangolo di gioco e dello spogliatoio non mi lasciai blandire dai due amici. E poi cominciavo a sentire l’inesorabile accumularsi del tempo sul groppone.

Del quaderno rosso non c’era stata più traccia dalla scomparsa di Gino-Colui. Ogni tanto ci pensavo ma ero arrivato a concludere che non me ne importava niente. Cos’era dopotutto se non un banale quaderno?

 

 

Verso la metà di un giugno eccezionalmente afoso festeggiammo la promozione di Candido a direttore del Credito Chimeronese. Il signor Smith, previo permesso di Cettina, aveva organizzato la serata in una nota discoteca di Sifilide, sulla riviera adriatica.

L’Osmosis era stipata di gente. Io odio i posti stipati e soprattutto odio la gente. Però mi adatto e quella sera provai a mettere da parte claustrofobia e misantropia cercando di divertirmi il più possibile.

C’eravamo io, il Candido, il Cicciobello, il Zambo Zamboni, l’Actarus e altri due amici che non vi ho ancora menzionato perché sono sempre stati due amici-comparsa (avete presente gli amici-comparsa?) due cipputi con i quali non ho mai avuto feeling, il Bradipo e l’Angiolieri.

La serata cominciò con il piede sbagliato. All’entrata della disco, un energumeno di due metri per centoventi chili mi fermò, dicendo che vestito com’ero non potevo entrare.

“Perché non posso?” chiesi stizzito.

“Perché in questo posto non si entra vestiti da pagliacci!”

In effetti non ero propriamente elegante, almeno secondo i parametri modaioli dell’Osmosis. Indossavo i miei soliti pantaloni militari con anfibi, camicia bianca per l’occasione e bretelle nere. L’unica concessione che mi ero permesso per la serata speciale era una vecchia giacca di mio padre a quadretti marroni con le toppe nei gomiti. La adoravo!

“Perché non fai un’eccezione per una volta Mastro Lindo?” dissi.

“Alza i tacchi capellone, o ti tolgo quel ghigno a forza di cazzotti.”

Stavo per mandarlo a fanculo quando intervenne Candido.

“Su amico” disse, “fai un eccezione stasera, abbiamo il tavolo prenotato e io festeggio la promozione a direttore di banca. Per favore, non rovinarmi questo felice momento.”

Dicendo ciò vedo che gli allunga un paio di banconote verdi e senza dire una parola Mastro Lindo mi fa cenno con il capoccione di entrare. Entro incazzato con il mondo e con Candido.

Per i motivi che vi ho detto prima mi sentii subito oppresso. Bevvi un paio di Negroni ma nada, la serata non decollava. Tutti gli altri si divertivano, bevevano, ballavano, intortavano ragazze. Io soffrivo, soffocavo. Non ricordo se vi ho già detto, o cipputi, che odio le discoteche: la musica è troppo alta, c’è troppa gente, troppi fighetti e troppo niente…

Finito il quarto Negroni mi attacco all’orecchio di Ciccio.

“Hai della polverina magica?” gli grido.

“Certo che sì bellezza! Io e Actarus ce ne siamo già pippati un paio di grammi. Vieni con me.”

Andammo alla toilette, ci infilammo in un cesso puzzolente e chiudemmo a chiave la porta.

“Offre zio Manolo” disse Ciccio.

Svuotò una bustina su un cd dei Righeira che teneva in tasca, estrasse dal portafoglio la tessera del bancomat e triturò microsfere di coca formando sei strisce lunghe e spesse. Tre righe le sniffai io e tre lui.

Cominciai a carburare. La musica e il casino iniziarono a diventare accettabili, la gente simpatica, le ragazze più carine di quanto già erano. Ballai finché non uscimmo dall’Osmosis alle sei del mattino per andare a mangiare qualche pasta calda in un forno vicino. Dormimmo in un hotel a tre stelle di Sifilide.

Il giorno dopo ero mummificato; non riuscii ad alzarmi dal letto prima delle cinque del pomeriggio quando gli altri erano andati in spiaggia già da diverse ore a godersi un po’ di raggi ultra-violenti e a respirare mal-aria di mare.

Actarus, che condivideva con me la stanza, aveva lasciato un foglietto per informarmi della loro voglia di sole. C’era scritto: Se vuoi raggiungerci siamo al Bagno Honolulu. P.s: Sei davvero degno del soprannome che porti… sei uno STANTUFFO galattico… Tommaso.

Cazzo voleva dire quel cipputo? Degno del soprannome che porti!? Uno STANTUFFO galattico!? Pio porco d’un porco pio fottutissimo pione bastardo! Nonostante fossi ancora fatto non mi ci volle molto per rimembrar l’infausto epilogo della notte brava di Sifilide. Avevo scambiato il sederone peloso di Actarus per il culetto delicato dell’Odalisca. Ri-pio porco, che roba!

 

 

Successe una sera, agosto, forse inizio settembre. Le giornate erano sempre più corte e il male ancestrale nella mia anima sempre più virulento.

Avevo passato la giornata chiuso in casa a chiacchierare molto intensamente con Mister Toblerone. Il toblerone di Tony non parla però sa tutto, è fenomenale, è il più grande saggio che conosca dopo Gino-Colui. Tuttimmodi si trascorrono insieme aulici momenti poetici e filosofici. Verso sera bussano alla porta dell’A10. Pensavo fosse Aisha Babusca, una passerina molto puttana presentatami da Paolino Ragù al suo ristorante il venerdì prima; doveva passare da me a vedere la mia sconfinata libreria (non avendo la collezione di farfalle!).

Aperta la porta non vidi nessuno. Una fitta nebbia era calata su Babele, fatto insolito per quel periodo dell’anno.

“C’è qualcuno?” chiesi al muro plumbeo e impenetrabile che si ergeva davanti a me.

Come in un effetto speciale cinematografico si materializzò lì sull’uscio di casa un uomo alto, con corti capelli corvini, baffoni neri e naso aquilino. Portava occhiali da sole avvolgenti benché non ce ne fosse assolutamente bisogno. Indossava un completo nero con camicia e cravatta nere; unica nota stonata erano un paio di consunte scarpe da tennis rosse ai piedi. Assomigliava a Frank Zappa.

“Buona sera signore, sono Arturo Emme come emmeglio se accetta la mia proposta” disse sorridendo e mostrando due canini draculeschi.

“Cosa vorrebbe propormi?”

“Sono qui per proporle un abbonamento annuale gratuito alla A.B.F., Associazione Barbieri Filantropi. Vede, operiamo senza scopo di lucro al fine di racimolare capelli lunghi per la creazione di parrucche che verranno poi spedite in Africa alla tribù delle donne albine calve del Katanga. Se vuole essere così magnanimo da farci dono dei suoi lunghi capelli le saremo infinitamente grati, inoltre potrà venire presso i nostri saloni o le nostre botteghe a donare la preziosa chioma ogni volta che vorrà senza spendere nulla.”

“Senta signor Emme, io non ho mai sentito parlare di A.B.S. o di donne calviniste andine del Burundi ma il problema non è questo. Il problema è che non ho nessuna intenzione di tagliarmi i capelli, per cui mi faccia il favore di lasciarmi in pace che tra l’altro non sto neanche bene.”

“Mi scusi non volevo importunarla, non insisterò. Le dispiacerebbe farmi entrare a bere un goccio d’acqua prima di andare?”

“Certo, si figuri.”

Lo feci accomodare in salotto, andai in cucina, aprii il frigorifero.

“Mi dispiace signor Emme, ho solo birra. Vuole una Ceres? Ho anche della Beck’s. Preferisce una Beck’s?”

“Una Beck’s va benissimo, grazie. Se magari ha anche un goccio di whisky…”

Mi tornò in mente Gino-Colui e l’ultima volta che ebbi l’onore di parlargli. Anche se non avevo una gran voglia di chiacchierare con questo strano tipo, mi sedetti al suo fianco. Parlò solo lui, illustrandomi dettagliatamente l’attività benefica dell’A.B.F., spiegando come era nata, da quanti soci era composta, eccetera. Poi, dopo tre giri di bevute e due ore di sopportazione (per farlo mi ero scolato sei Ceres) iniziò a raccontare barzellette.

Cipputi cari, dovete sapere che aborro nella maniera più assoluta le barzellette e i barzellettieri. Non so spiegare i motivi di questa idiosincrasia, ma è certo che su di me le barzellette hanno l’effetto che la criptonite ha su Superman. E questo ceffo tosa-zazzere parte a raccontarne a ruota libera. Sembrava quasi fosse a conoscenza del mio tallone d’Achille e perciò continuava imperterrito.

Alla dodicesima o tredicesima barzelletta mi rantolai per terra in preda a spasmi epilettici supplicandolo di smettere. Era ormai evidente, quell’uomo era lì con uno scopo preciso da raggiungere a tutti i costi.

“C’è il detective Sherlock Holmes accompagnato dal fido Watson” spara Arturo Emme. “Sono alla ricerca di una bimba, testimone importante di un efferato delitto. “Che scuola abbiamo detto che frequenta, Mister Holmes?” chiede interessato l’assistente. “Elementare Watson!”.”

Fu il colpo di grazia. Persi i sensi.

 

 

Mi ripresi la mattina dopo sdraiato supino sull’impiantito. Avevo bava rappresa sul mento e sentivo la bocca impastata. Nonostante il mio stato comatoso capii immediatamente che qualcosa non quadrava. Mi tastai il cranio.

“I capelli!” esclamai in preda al panico.

Capitoli 15, 16, 17, 18.ultima modifica: 2013-11-30T15:20:25+00:00da skreta
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