Ago 12, 2009 - Senza categoria    No Comments

MARIA

Questo racconto inedito intitolato “Maria” è stato scritto dalla premiata ditta Manservisi/Stantuffo e presentato per la prima volta all’Erzen Beer 2009. Nell’attesa di rivedere presto Tony, spero di farvi cosa gradita omaggiandovi di questa storia stantuffiana…

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Le domeniche di quella lontana estate eravamo soliti trascorrerle al Fiume. Non ricordo nemmeno più come si chiamasse quel torrentello agonizzante; ricordo solo che era dalle parti di Sasso Marconi e la gente che trascorreva sulle sue rive pietrose i weekend era sempre numerosa. Solitamente partivo dal Paesello con Banana, Rutto e il Barone. Guidavo io perché ero l’unico con la patente, presa nel febbraio di quell’anno insieme a Turkylmaz, che il giorno in questione era anch’esso con noi pur essendo un saltuario frequentatore del Fiume. Me lo ricordo perché fu lui a dire: “Hei boys, guardate che bel fighino quello là! Quasi quasi vado a provarci.”

   Il buon Turkylmaz, timido come un leone affamato che sta per avventarsi sulla sua preda, partì alla carica di questa ragazzina che sedeva su un telo da mare a qualche metro da noi e giocava a carte con una bimba di circa sei anni, presumibilmente la sorellina. Noialtri intanto lo osservavamo dalla nostra postazione, fumati e bevuti come sempre quando Banana era in vena di rullare razzi a ripetizione e Rutto stappava una Heineken dietro l’altra. A quell’ora prossima al tramonto, il grado di cottura dei nostri cervelli era già stato superato da un po’ e mentre l’amico marpione era all’opera, commentavamo il suo modus operandi facendo battute stupide e sghignazzando inebetiti dall’hascisc. La ragazzina dava corda a Turkylmaz e parlava con lui come se lo conoscesse da tempo; ogni tanto entrambi si giravano a guardarci e ridevano. Pensai che il Turco, com’era suo solito fare per sbarazzarsi della concorrenza quando eravamo insieme e voleva intortare qualche ragazza, ci stesse sputtanando. Dopo un po’ tornò alla base.

   “Mango!” disse stappandosi l’ennesima birra della giornata. “La bambola dice che l’unico tra noi ad avere la parvenza di un principe e non di un rospo sei tu. Simpatica eh?!”

   “Stronza!” rispose il Barone.

   “In gamba la pupa” ribattei.

   “Perché non vai al suo castello oh bel principe?” propose Turkylmaz. “Secondo me te la trombi di sicuro.”

   “Naaa, sono troppo fatto. Farei solo la figura del coglione” dissi.

   In realtà non ero poi così fatto. La verità è che quella ragazzina era così carina che mi metteva soggezione e nonostante tutto quel fumo e quella birra in corpo ero intimidito. Dopo aver preso la mia razione di insulti per essere “non un coglione ma un coglionazzo che non sa sfruttare le occasioni che la vita gli porge su un piatto d’argento” (parole testuali di Banana), facemmo su teli, cartacce e vuoti di birra e messi gli zaini in spalla ci dirigemmo verso la mia Golf.

   Dopo qualche decina di metri, tutti intenti a non inciampare nell’attraversare il letto secco e pietroso del Fiume, sentimmo un’esile vocina femminile intimare: “Scusa te! Fermo là, mia sorella ti vuole dare questo.” Era la bimba.

   Aprii il foglietto piegato a metà che mi porgeva e lessi:

 

Chiamami ti prego!

694 89…

Maria

 

   “Grazie” dissi. “Di’ a tua sorella che lo farò sicuramente al più presto.”

   Con un sorriso candido la simpatica bambina corse via tra i sassi agile come un topolino.

   “C’hai tutte le fortune di questo mondo te!” disse Banana.

 

 

   All’epoca non c’erano ancora i cellulari o se c’erano erano in pochi a possederne uno. Il giorno seguente chiamai a casa Maria.

   “Pronto, c’è Maria?”

   “Chi la cerca?” rispose una suadente voce femminile.

   “Sono… sono… un amico.”

   “Un attimo che la chiamo.”

   Rimasi in attesa un paio di minuti, poi una voce trafelata rispose.

   “Sì? Chi sei?”

   “Ciao Maria, sono Mango, cioè Manuel, Mango per gli amici. Sono il ragazzo del Fiume…”

   “Ciao Mango! Posso chiamarti Mango vero? Sono così felice che mi hai chiamato. Scusa se ho il fiatone ma ero sotto la doccia e sono corsa al telefono sperando proprio fossi tu.”

   “Sarei stato un pazzo a non chiamarti, sei così carina!”

   “Che dolce che sei! Senti, ti andrebbe di vederci una di queste sere?”

   Ammazza quant’è sveglia la ragazza, pensai. “Certo” dissi. “Quando sei libera?”

   “Anche stasera se per te va bene.”

 

 

   Arrivai sotto casa sua alle sette meno un quarto, anche se l’appuntamento era per le otto. Attesi fumando una sigaretta dietro l’altra e scolandomi tre Ceres in un bar vicino. Maria abitava appena fuori il centro di Bologna con mamma, sorella minore e nonni materni. Quando scese dal terzo piano della sua palazzina, io ero leggermente ubriaco ma la sua vista mi diede una tale scarica adrenalinica che tornai immediatamente sobrio.

   “Ciao bel biondo” esordì Maria.

   “Ciao morettina! Allora, che si fa?”

   “Come che si fa? Sei tu il cavaliere: decidi tu!”

   “Mmm… Se vuoi ti porto dalle parti del Paesello.”

   “Ok, basta che non facciamo tardi perché mamma vuole che sia a casa per mezzanotte.”

   “Mamma apprensiva eh?! E papà cosa dice?”

   “Papà se ne è andato di casa da due anni.”

   “Oh mi dispiace! Neanche ti ho conosciuto che già parto con una gaffe.”

   “Non ti preoccupare, sono cose che capitano. Lui e mamma litigavano sempre, ora sono sereni entrambi: hanno fatto un affare a lasciarsi.”

   Ebbi la sensazione che Maria fosse una ragazza molto più matura della sua età e il prosieguo della nostra conoscenza me lo confermò. Intanto quella sera andammo a bere qualcosa al Gang Bang, il pub più famoso del Paesello e dintorni, di proprietà di Tony Stantuffo, zio del mio amico Banana. Io presi un Double Anal, la specialità del locale, un intruglio di gin, noce moscata, whisky, latte e salsa di pomodoro, mentre Maria si accontentò di un Pissing, traduzione stantuffiana di una birra media chiara.

   “Cosa fai nella vita Mango? Studi?” mi chiese Maria guardandomi trasognata.

   “Ho finito l’anno scorso la scuola alberghiera a Rimini. Adesso lavoro al Turtlèn, lo conosci? E’ uno dei ristoranti più rinomati di Bologna…”

   “Davvero?! Ci sono stata un paio di volte con papà e mia sorella Alice. Ma non ti ho mai visto.”

   “Beh, sai, sono cuoco e la cucina è il mio regno. Difficile mettere la testa fuori durante le ore di maggiore afflusso.”

   “Pensa te, un cuoco! Deve essere un lavoro interessante. Quindi il Turtlèn è tuo?”

   “In pratica sì. Il proprietario è mio padre, che fa il sommelier. Mentre mia mamma lavora con me e mia zia in cucina. E’ un ristorante a gestione familiare e da un paio di decenni va alla grande.”

   “Non vedo l’ora di tornarci e assaggiare le tue specialità.”

   “Oh, spero di vederti presto. E tu cosa fai?”

   “Studio alle Magistrali di San Lazzaro. Sono al quarto anno. Voglio fare la maestra.”

   “Ti ci vedo. La maestrina più bella del Bolognese!”

   A quel punto Maria mi prese in contropiede. Avvicinò la sua sedia alla mia (eravamo a un tavolo appartato del giardino estivo del Gang Bang) e mi diede un bacio appassionato. Le nostre lingue guizzarono veloci, duellando bramose l’una contro l’altra. Quando dopo un tempo che mi parve non tempo ci staccammo ero frastornato. Anzi no, ero innamorato.

 

 

   Le settimane successive confermarono quella sensazione iniziale: ero davvero innamorato. Cotto. Passai l’estate più bella della mia vita dove ebbi modo di conoscere bene la mamma di Maria, che si chiamava Rachele ed era sensuale come la voce che mi aveva risposto la prima volta che chiamai a casa la figlia. Non impiegai molto a diventare il compagno di giochi preferito della sorella Alice e una specie di nipote acquisito per i due nonni. Divenni in breve uno di famiglia e quell’agosto convinsi senza fatica Rachele a portarmi la figlia in vacanza una settimana all’isola d’Elba. Fu qui che feci l’amore per la prima volta con Maria, nonostante fossimo insieme da diverse settimane. Lei era vergine e voleva sentirsi davvero pronta prima di quel passo così importante nella vita di una donna ma anche di un uomo. Io avevo perso la verginità un paio d’anni prima con Annalisa detta Ninfogirl, viso noto ma soprattutto bocca nota in tutto il Paesello. Con lei avevano perso la verginità anche Banana, Turkylmaz e Rutto.

   La prima volta con Maria fu splendida. Ho sentito spesso dire che per la donna non è il massimo. Per lei… per noi, lo fu. Eravamo nella camera del residence di Porto Azzurro dove allogiavamo e tornati da una cenetta romantica sul porticciolo, cominciammo lentamente a spogliarci l’un l’altra. Una volta nudi adagiai Maria sul letto e mi presi tutto il tempo di questo mondo, tanto non ci correva dietro nessuno. La leccai dal collo ai piedi, indugiando sui capezzoli scuri e appuntiti, le carezzai dolcemente l’interno delle cosce e le curve sinuose del sedere scultoreo; mi ubriacai con tutti e cinque i sensi  di quel corpicino estatico, poi le alzai le gambe, penetrandola dolcemente. “Ti amo da impazzire Maria” le dissi. Il ritmo dei miei colpi rimase costante fino a quando sentii il suo corpo contrarsi e la sua bocca sussurrare quasi spaventata gemiti di piacere. Venni anch’io in un orgasmo dirompente.

   Quella sera lo facemmo altre tre volte e ogni volta era meglio della prima. La nostra settimana trascorse così: un paio di ore di spiaggia il pomeriggio, poi chiusi in camera fino al pomeriggio dopo. Tornammo a casa felici e innamorati come in un film.

 

 

   Maria era la mia prima storia seria. Non mi ero mai sentito così bene con una ragazza, con lei vivevo in una specie di limbo e ripensandoci non sono mai più arrivato a sfiorare così da vicino la felicità totale nella mia vita. Veniva spesso con i nonni, Rachele e Alice a mangiare al Turtlén e io davo il meglio di me nel preparare piatti deliziosi. Ogni domenica andavo io a pranzo a casa sua, e la nonna si divertiva a cercare di scopiazzare le mie ricette, ottenendo spesso risultati tutt’altro che entusiasmanti.

   La favola finì in modo traumatico una sera di dicembre. Tornando dal ristorante verso la mezzanotte di un sabato sera, mi ero fermato a casa di Maria per lasciarle uno sformato di formaggio che ritenevo una delle mie migliori specialità. Sapevo che la mia ragazza era a casa di amiche a fare un pigiama party, ma ero d’accordo con lei che l’avrei lasciato alla madre. Alice e i nonni erano in montagna a trascorrere qualche giorno sulla neve. Suonai al citofono.

   “Ciao Mango, sali pure” rispose Rachele con quella sua voce provocante.

   “Accomodati pure sul divano” disse dal bagno una volta entrato. “Io mi do una rinfrescata e sono da te.”

   Dire che Rachele era una bella donna sarebbe sminuirla. Rachele era una donna da sogno: mora, alta, con un seno piccolo ma modellato su un corpo ben proporzionato, lo sguardo magnetico e il fascino della donna che sa di poter rendere un qualsiasi uomo il suo zerbino. Nonostante fossi innamorato perso di Maria e mi ritenessi assolutamente fedele, avevo spesso fantasticato sulla mammina quarantenne che dimostrava sì e no venticinque anni.

   Mentre aspettavo sul divano, Rachele si presentò in vestaglia con due gin tonic in mano. Iniziammo a parlare della mia relazione con Maria che filava a gonfie vele, dei nostri progetti, dei sogni, eccetera. Rachele era seduta davanti a me e la corta vestaglia metteva a nudo le sue gambe abbronzate da qualche seduta di raggi uva. Ogni tanto mi cadeva l’occhio ma cercavo di rimanere concentrato su quello che dicevo e che mi diceva. Finito il primo gin tonic ne preparò altri due e quando ritornò dalla cucina, questa volta si sedette al mio fianco.

   “Posso fumare?” chiesi nervoso.

   “Certo. Te ne prendo una.”

   Fumammo per un po’ in silenzio, poi i nostri sguardi si incrociarono e fu l’inizio della fine… L’impulso fu improvviso e non riuscii a dominarlo: allungai il collo e la baciai aspettandomi un ceffone carico di conseguenze disastrose. Invece Rachele ricambiò con passione affondando la lingua nella mia bocca. Poggiai una mano sulla sua coscia e cominciai a carezzarla. Si aprì la vestaglia rivelando il suo irresistibile corpo nudo, poi scese a sbottonarmi i pantaloni mentre io mi ero stravaccato sul divano. Prese in bocca il mio pene turgido e lo leccò con bramosia, lavorando con esperienza alla base del glande, scendendo delicatamente alle palle per poi risalire rapida in punta. Non volevo venire a quel modo, così la tirai su per i capelli e me la misi cavalcioni succhiando avidamente dal suo seno. Cominciò presto a gemere dicendomi cose che non mi sarei mai aspettato da lei, ma che mi fecero eccitare ancora di più.

   “Dai sfondami mio bel puledrino! Dai spacca la figa a questa vecchia giumenta in calore… Uh, sì… dai… dai…”

   Maria entrò mentre l’orgasmo della madre era all’acme e io, tirato fuori in fretta il mio pene dalla sua vagina, le venivo sulle tette.

 

 

   Non entrò materialmente, entrò nella mia mente, con un fragore esplosivo. Mentre giacevo sul divano con Rachele sudata e ansimante al mio fianco, ebbi un attacco di panico. E adesso?, mi dissi.

   “E adesso?” chiese Rachele.

   “Che cazzata abbiamo fatto!”

   Passammo diversi minuti in silenzio, poi di punto in bianco la mamma di Maria scoppiò in un pianto a dirotto, con singhiozzi che facevano tremare il mio braccio destro, braccio al quale era letteralmente aggrappata. Ricordo che provai una ventata di dispiacere per lei, perché mi resi conto di quanto dovesse sentirsi sola, nonostante avesse due figlie meravigliose, genitori su cui fare affidamento e un lavoro importante come manager di un’azienda. Da troppo tempo l’amore di e per un uomo latitava nella sua vita. Circostanze particolari ci avevano portati a quella situazione, dove una donna indebolita per mancanza d’amore si era lasciata andare travolta dalla debolezza di un ragazzo immaturo che ancora non conosceva il valore vero dell’amore.

   “Senti Manuel.” Di solito mi chiamava Mango; quel Manuel era già un segnale delle macerie che aveva lasciato il terremoto. “Cerchiamo di dimenticare questa sciagurata notte, ok? Io non so come potrò più guardare negli occhi mia figlia, ma dobbiamo fare il possibile per cancellare questa follia.”

   “Sono d’accordo. Non sarà facile. Non so se sarò così bravo a mascherare l’accaduto nei miei comportamenti futuri. E comunque ti chiedo scusa. Se non fossi stato io a…”

   “Sarei stata io! Non metterti ulteriori paranoie, quello che è accaduto è accaduto perché l’abbiamo fatto accadere in due. Le persone fanno tanti sbagli nella vita, sapessi quanti ne ho commessi io. L’importante è trarre insegnamento da questi sbagli…”

   “Già.”

   Mi misi a sedere poggiando i gomiti sulle ginocchia e affondando le mani nei capelli, mentre Rachele fumava nervosamente una sigaretta. Il silenzio stava parlando per noi.

   “Allora vado” dissi.

   “Ciao Manuel. E non tradire mai mia figlia.”

 

 

   La storia con Maria durò ancora tre o quattro mesi. Inutile dire che il nostro rapporto cambiò dopo l’incidente con Rachele. Divenni scostante, nervoso, a volte persino sgarbato. Eppure le volevo un bene dell’anima. La mia sensibilità aveva subito un danno irreparabile tradendo la mia ragazza con sua madre; facevo fatica a sostenere il suo sguardo e cominciai a diradare le mie presenze a casa sua. Anche se non me lo disse, so che Rachele mi fu grata per questo, ma Maria soffriva e io molto più di lei. Mi buttai a capofitto nel lavoro e cercai un palliativo nell’alcol. Passavo le giornate a inventare nuove specialità da proporre ai clienti del Turtlèn e una volta chiuso il ristorante, filavo al Gang Bang a ubriacarmi. Quando mi accorsi che le strade erano solo due, e cioè raccontare tutto a Maria o lasciarla, optai per la seconda perché per quanto una figlia possa essere intelligente e incline al perdono, non potevo immaginare il danno psicologico che una simile rivelazione avrebbe avuto su una ragazzina di diciassette anni innamoratissima di me e che stravedeva per la madre.

   “Non sono più sicuro della nostra storia, ho bisogno di stare da solo per un po’” dissi a Maria una sera dopo che avevamo fatto l’amore a casa mia.

   Eravamo a letto. Lei sorrise come se si aspettasse quella notizia da un momento all’altro.

   “Sei cambiato Mango, lo so che da un po’ di tempo a questa parte le cose tra noi non vanno più bene, ma io ti amo, lo sai. E io so che tu mi ami. Se hai qualche problema, di qualsiasi cosa si tratti, possiamo parlarne. L’amore serve anche a questo. Cosa c’è che ti turba Mango, vuoi dirmelo?”

   “Non c’è niente Mary…”

   “Mi tradisci?”

   Qui ebbi un tuffo al cuore; sperai di non arrossire per non insospettirla ulteriormente, ma quando mi resi conto che stavo cambiando colore reagii con violenza.

   “Non dire cazzate dai” dissi respingendo le sue coccole sotto le coperte.

   “Sai Mango, io credo di conoscerti abbastanza bene e non credo che tu mi tradiresti mai, anche se potrebbe capitare a chiunque. Credo anche che probabilmente non ti perdonerei. Ma credere non è sapere. Io so solo che ti amo. So anche che così non possiamo continuare.”

   Un groppo mi stava salendo in gola; nonostante cercassi di controllarmi gli occhi mi si inumidirono e le guance mi si rigarono. Rimasi in silenzio mentre Maria si rivestiva.

   “Come vuoi amore” disse infine. “Come vuoi…”

   Mi alzai dal letto. Ci abbracciammo e Maria cominciò a piangere, singhiozzando proprio come la madre quella sera maledetta sul divano. La strinsi forte ma non ebbi il coraggio di dirle che la amavo. Era vero, ma dirglielo mi sembrava la cosa più ipocrita che potessi fare in quel momento. Mi baciò sulla guancia e scappò via, lasciandomi per sempre solo.

 

MARIAultima modifica: 2009-08-12T10:35:54+02:00da skreta
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