Nov 24, 2013 - Senza categoria    No Comments

Capitoli 7, 8, 9, 10.

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Capitolo 7 

E fu così che. Amo questa locuzione. E fu così che… Tony diede l’addio al calcio giocato. Poco dopo aver “immaginato” questa fantastica storia sono sceso in campo per l’ultima volta, ultima volta coincisa con il successo del Bar 2000 per tre a zero contro la Babylon Boys, partita valevole per la vittoria del campionato amatoriale di Babele.

Gran partita la mia, ho segnato due reti e fatto l’assist per la terza.

Era da un po’ di tempo che meditavo di appendere le scarpe al chiodo; purtroppo anche nelle categorie più infime come quella in cui gioco si è perso il gusto del divertimento, l’essenza del calcio. Si camuffa la sportività con un’antisportività subdola, perniciosa; anziché sviluppare il gioco (divertirsi!) si pensa solo a ostacolarlo, spezzarlo sul nascere; mai che qualcuno faccia autocritica: la colpa è sempre dell’arbitro o comunque mai propria. Sembra che quando si perde siano tutti al centro di un complotto arcano orchestrato da non si sa chi. Ho provato troppe volte una sensazione di impotenza. Ho visto persone rispettabili trasformarsi in bambini ignoranti solo venendo a contatto con il virus del calcio. Ho visto gente compassata fare esplodere in maniera preoccupante un razzismo latente. Ho visto e sentito mancanza di rispetto, ipocrisia, stupidità, violenza… tutto ciò nel contesto di uno sport che dovrebbe proporre e insegnare tutt’altro.

E fu così che… mi sono stancato. Nonostante abbia ancora un certo numero di anni davanti in cui esprimere le mie doti di fuoriclasse, ho preferito dire basta. Che il calcio si fotta, insieme a tutti i suoi protagonisti e i suoi lacchè.

Quella sera abbiamo festeggiato la vittoria al ristorante “Da Paolino Ragù” di Paolino Ragù, il nostro portierone. Lì ho annunciato la decisione di ritirarmi e come previsto, dato che tutti gli anni annuncio la stessa cosa, nessuno mi ha creduto. Ma questa volta o cipputi dovete credermi, perché Tony si è veramente rotto le palle di tutto questo marciume.

Dopo cena, prevedibilmente ubriaco, lasciai la Vespa al ristorante e tornai a casa in BMW accompagnato da Cicciobello, che per la cronaca era più ubriaco di me. Cicciobello non gioca nel Bar 2000, lui è il nostro presidente onorario nonché l’unico sponsor insieme a Paolino Ragù a finanziare le nostre imprese calcistiche. “L’aldilà di Fido – onoranze funebri per animali” abbiamo stampato sul davanti delle magliette.

A casa, all’A1 – dove sto molto volentieri quando mamma è fuori, ed ora che si è messa insieme al suo amico molto amico conosciuto agli incontri spirituali non è mai in casa – mi sono fatto una doccia per riprendermi dalla sbronza. Mi sono poi accorto di aver dimenticato gli occhiali al ristorante, ma per fortuna ne ho un paio di scorta. Per chiudere la serata in bellezza mi sono sdraiato sul divano in compagnia di una tumoretta e ho inserito nel videoregistratore un film con la mia eroina come protagonista: “The best of Selen” il titolo.

Mentre tornavo dal bagno dove avevo gettato la salvietta appiccicosa nel water, ha squillato il telefono. Era tardi, già notte fonda, qualcosa mi diceva che non erano buone notizie. Dall’altro capo del ricevitore Laura era disperata.

“Tony, puoi venire all’ospedale? Mia madre ha avuto un infarto!”

Ho acceso un’altra tumoretta per calmare la tensione provocata dall’angosciante annuncio e mi sono diretto all’ospedale di Babele con la Mercedes di mamma. Trovai Laura in sala d’attesa che piangeva tra le braccia di sua nonna; suo padre era all’estero per lavoro. Zie e zii avevano la faccia deformata dal pianto, i cuginetti – un bimbo e una bimba di non più di dodici anni – singhiozzavano tenendosi per mano. Appena mi vide Laura corse ad abbracciarmi. Non ricordo cosa dissi per rincuorarla, parlammo poco seduti sulle sedie di plastica della sala. Appoggiò la testa sulla mia spalla mentre la cingevo stretta e ogni tanto le sussurravo: “Se la caverà!”

In quel silenzio carico di ansia pensai a mio padre. Poi pensai a quando collassai a casa di Cicciobello e credetti di morire. Rivissi quella sensazione irreale di anima che si stacca dal corpo. Ricordai che mi parve di vedere il mio corpo dall’alto, da un angolo elevato dell’appartamento di Ciccio e poi dall’esterno della BMW dove ero stato caricato. Ricordai che seguii tutta la scena come fossi uno spettatore di un film fin quando all’improvviso sentii l’anima risucchiata nel corpo. Rammentai pure di aver letto un libro dopo quell’esperienza, per documentarmi su casi del genere, un libro di un certo Raymond A. Moody jr. Trattava l’esperienza di uomini e donne che asserivano di aver attraversato quella zona che c’è tra la vita e la morte ma di essere poi tornati indietro benché l’altra dimensione li attraesse enormemente.

Pensai alla vita.

Intanto stringevo a me Laura mentre sua madre era nel reparto di terapia intensiva; immaginai la sua anima che in quel momento si era staccata, osservava il corpo nel quale era stata rinchiusa per anni e stava decidendo se rientrarvi o proseguire la sua corsa verso l’altra dimensione.

Pensai alla morte.

Ad un orario imprecisato di quel mattino, un dottore portò buone notizie: la madre di Laura non era fuori pericolo ma molto probabilmente se la sarebbe cavata. Se la cavò.

Non so per quale strano impulso, per quale reazione ancestrale gli umani reagiscono alla morte con una smodata e adrenalinica scarica di vita, fatto sta che trascorsi i successivi tre giorni rinchiuso all’A10 con Laura. Le uniche pause trascorse senza lei andavano dalle dodici all’una e mezza e dalle diciotto alle venti, quando cioè la ninfomane (cominciavo a sospettare lo fosse davvero) andava all’ospedale a trovare la madre convalescente. In quei momenti di relax mi preparavo da mangiare pasti sostanziosi e cercavo di riposare un po’ ma non appena Morfeo mi accoglieva nel suo regno, Laura mi era già a cavalcioni.

Alla fine del terzo giorno mamma mi venne a cercare. Quando entrò nell’appartamento sorprese me e Laura ignudi, riversi sul pavimento della cucina ricoperto da un tappeto di farina. Accanto a noi giacevano cetrioli, zucchine, banane, bottiglie vuote di champagne. Grazie a pio mamma non è debole di cuore altrimenti ora non sarebbe più in questo mondo. Impanati come due cotolette alla milanese io e Laura ci guardammo mentre mamma, imbarazzatissima, si scusava e ritornava all’uscio. Non so chi di noi tre si sentisse più a disagio ma ormai, come disse Laura, è fatta!

Il giorno seguente ero a pranzo con mamma all’A1. Fui contento di constatare che non erano rimaste tracce dell’accaduto sulla sua moralità cristallina, almeno pareva.

“Sono alcuni giorni che Krishna non si fa vedere, sono molto preoccupata” disse mamma.

“Ho notato che da quando ha aperto il ristorante cinese qui all’angolo sono spariti molti gatti della zona” risposi insensibile alle conseguenze.

Mamma parve turbata ma replicò prontamente.

“Sono le solite leggende metropolitane, figuriamoci se i ristoranti cinesi ammazzano i gatti per cucinarli ai clienti spacciandoli per pollo o maiale!”

Molto probabile, ricordo di aver pensato. Il giorno dopo anche Hare sparì per sempre.

 

 

Capii che la setta new age stava mandando in tilt il cervello di mamma quando mi disse di aver speso novecentocinquanta euro da “L’aldilà di Fido” per fare il funerale a Hare e Krishna, o meglio, ai gomitoli di lana con i quali giocavano Hare e Krishna. Cicciobello mi riferì in seguito di aver tentato di farla desistere da quello strambo proposito, spiegandole che magari i due gattini si erano soltanto allontanati per un po’, ma lei aveva insistito imperterrita. A quel punto Ciccio le aveva fatto uno sconto notevole, visto che mamma aveva preteso addirittura una lapide placcata d’oro che sovrastasse per maestosità l’intero cimitero animale.

Dopo un periodo così emotivamente sfiancante, decisi di staccare la spina per un paio di giorni isolandomi dal mondo esterno. Andai a Chimerona Utòpia – cittadina a venti minuti da Babele – mi infilai nella prima biblioteca che trovai e feci scorta di libri. Nascosi nell’ampio tascone interno della giacca “Un anno terribile” di John Fante, “Il giovane Holden” di Jerome Salinger, “Il pasto nudo” di William Burroughs, “Tropico del cancro” di Henry Miller e “Le avventure di Gordon Pym” di Edgar Allan Poe. Per un mesetto avevo di che leggere!

Durante quei giorni di time out, oltre a leggere ossessivamente e ingordamente, mi ritrovai a pensare alla mamma di Laura. Riflettei sulla condizione temporanea dell’esistenza umana. Alla fine del secondo giorno avevo costruito le basi di una teoria personale, di una visione stantuffiana della vita e della morte.

La mia teoria dice che se riusciamo a considerare morto ogni momento del nostro passato, dalla nascita fino al gesto compiuto un nanosecondo fa, possiamo vedere la morte sotto una luce diversa. Tutto è un continuo alternarsi di morte e rinascita morte e rinascita, una catena di eventi ed esperienze che ci porterà un giorno alla morte reale, fisica. In sintesi, tale teoria, si basa sul principio assiomatico che un cerchio non ha né un inizio né una fine.

Può esserci vita dopo la morte fisica? Chissà (certe esperienze di levitazione pre-morte fanno riflettere maggiormente)! Forse si o forse no, la mia teoria suggerisce solo di non temere la morte (più facile a dire che a mettere in pratica!) e invita a riflettere su un quesito: se la vita è una continua evoluzione, perché tale evoluzione non può proseguire anche dopo la vita terrena magari sotto forme a noi logicamente sconosciute?

Vedete cari cipputi, non appena ho scritto su questo foglio l’ultima lettera dell’ultima parola che avete letto, quel Tony, era già morto: ha lasciato spazio ad un Tony impercettibilmente diverso… evoluto. Me ne sono o ve ne siete accorti? Certo che no! E nemmeno nel momento del trapasso ce ne accorgeremo. Forse qualcuno si renderà conto di aver scalato solo un gradino in più di una scala infinita.

Vi state annoiando cipputi? Non state capendo nulla di quello che scrivo? Non mi spiego bene? Può darsi, però credo di avere iniziato ad elaborare un qualcosa di molto interessante. Probabilmente (sicuramente!) filosofi e teologi del passato o contemporanei hanno basato i loro studi su queste ipotesi; non avendone mai sentito parlare mi prendo il copyright e questa diventa la “Teoria di Stantuffo” sulla vita e la morte.

Nella “Teoria di Stantuffo” si legge anche che il futuro è un tempo morto perché come il passato non esiste, è… sogno, illusione, lontananza: il passato è morto perché non esiste più, non è più presente, e il futuro è morto perché non è ancora arrivato, ancora non è presente. Il presente stesso è un tempo effimero, dato che non appena diviene presente, in un batter di ciglia è già passato. Passato, presente e futuro sono la stessa cosa, il tempo è non-tempo. La vita non si può scindere dalla morte, vita e morte sono due facce della stessa medaglia.

Mi piace immaginare che mentre scrivo queste righe, una moltitudine invisibile di anime passate (liberate dalla prigionia del corpo!) mi stia osservando da quella prospettiva da cui io vidi me stesso in casa e in macchina da Cicciobello.

Mi piace immaginare che tra loro commentino: “Tony è uno di noi, anche se è ancora nella dimensione umana ha già capito!”

Mi piace soprattutto immaginare che dopo questa allucinata incursione nel trascendente, siate ancora disposti a leggere la mia fantastica storia o cipputi.

 

Capitolo 8 

Una mattina mamma irrompe nello studiolo dell’A1 dove sto leggendo una biografia su Charles Bukowski e mi annuncia che lei e l’amico molto amico che si chiama Reginaldo sarebbero partiti per Zanzibar dove intendevano soggiornare una quindicina di giorni per seguire seminari del loro santone. “Colui che indica la luce” aveva infatti organizzato insieme ad un’agenzia di viaggi africana questa “occasione unica che un vero essere spirituale non può mancare” come mi ha detto mamma. Lei infatti non ha mancato di farsi turlupinare.

Quando partì seppi per certo che non sarebbe più tornata. Mi spiego meglio: sarebbe sì tornata ma con la metamorfosi da donna a burattino ormai completata. E pensare che quando ero bambino si professava addirittura agnostica. Era mio padre il religioso della famiglia, cattolico sia pur non praticante, aveva cercato di educarmi ai principi del cristianesimo, battezzandomi, mandandomi al catechismo insieme ai miei coetanei, facendomi cresimare. Più o meno verso i quattordici anni, quando il mio cervello già funzionava per conto suo evitando le ingerenze da parte degli adulti, mi ribellai al dispotismo dei preti, delle suore, dei catechisti, del circo di pio insomma, e abbandonai quell’universo che allora come oggi mi pareva di una stoltezza venefica e di un’ortodossia improponibile. Mamma accettò la decisione senza sorpresa. Papà comprese le mie ragioni e non parve molto deluso; d’altra parte per me quella era la strada sbagliata.

Crescendo ho sviluppato un’avversione sempre maggiore nei confronti delle religioni e in particolare di quella che avevano cercato di impormi con la forza, con la violenza psicologica. Si cipputi miei, perché è uno stupro nei confronti di un minore insegnargli che esiste un pio e non c’è altro pio al di fuori di pio. Sarebbe come insistere a voler far credere che il Partito Viola è diverso dal Partito Arancione, che esistono babbo natale e la befana, il paradiso e l’inferno: c’è il rischio di creare torme di minorati mentali. Questa, o cipputi, è circonvenzione d’incapace!

Pensate solo all’umiliazione della confessione. Per un ragazzino è un trauma non irrilevante dover rendere conto dei propri peccati, chiamiamoli così, a un uomo in gonnellone nero che ti intimorisce col timor di pio dal di là di una grata di ferro. Chi è costui per voler sapere gli affari miei? E che peccati può commettere un ragazzino? Masturbarsi? Dire le bugie? Rubare le caramelle nascoste dalla mamma? Sono forse peccati? Non potete immaginare quanto mi dispiaccia vedere un bambino uscire da una chiesa dopo essersi confessato. Mi dispiace come se lo vedessi uscire da casa con i segni delle percosse inflittegli da genitori violenti e inetti.

Non vorrei offendere nessuno, ma questo è ciò che penso. Preti, suore, rabbini, imam… chi sono i vostri aguzzini? Chi vi ha indotto a credere nelle favole?

Come possono – qui mi riferisco al cattolicesimo – uomini e donne trasformarsi in preti e suore e rinunciare, tanto per fare un esempio, alle gioie del sesso solo per un sadico capriccio di un pio che non è altro che una metafora cicciobelliana, un’invenzione degli uomini per soggiogare altri uomini?

 

 

E adesso l’ex mamma miscredente se ne andava a Zanzibar a idolatrare un certo Rava Ta Rui, divinità probabilmente assemblata in quattro e quattr’otto da “Colui che indica la luce”. Cosa posso dire? Beato chi crede!

Durante la sua assenza mi ripromisi di tenere in ordine l’A1; annaffiai le piante, spolverai, imbiancai persino la cucina con l’aiuto di Zambo e Cicciobello.

Mentre stavo riordinando il contenuto di alcuni cassetti della scrivania ottocentesca del salotto, cassetti zeppi di fotografie di famiglia, vecchi cimeli e cianfrusaglie dimenticate, lo notai. Era lì, nascosto sotto una montagna di spartiti appartenuti a papà. Un quaderno con copertina rossa. “La cruda verità” vi era scritto sopra a pennarello nero. E sul bordo destro, in basso, due iniziali, P.G. Pensai fosse il diario di Pitigrilli Giovanni, mio padre. Lo aprii alla prima pagina:

Segui la strada!

 

    Queste erano le uniche parole scritte sul quaderno, il resto erano pagine bianche; solo nell’ultima pagina ricomparivano le lettere P e G.

Riposi il quaderno dove lo avevo trovato  e accesi una tumoretta. Che significava quella frase? La calligrafia non era quella di papà, per quel che ricordavo, e nemmeno di mamma. A interrompere la meditazione giunse il driiin del campanello dell’ingresso. Un Cicciobello trafelato mi strattonò ed entrò in casa quando aprii la porta.

“Cazzo Tony, ci sono gli sbirri davanti all’A8! Stavo rientrando quando li ho visti che bussavano alla porta. Sono nella merda!”

“Adesso calmati. Siediti lì tranquillo che vado a prenderti una birra.”

Le birre erano finite per cui riempii due bicchieri di rum. Gliene porsi uno e sbirciai fuori dalla finestra mezzo nascosto dalla tendina.

“Sono ancora lì?” chiese Ciccio sull’orlo di una crisi di nervi.

“No, se ne stanno andando. Avranno capito che non c’è nessuno in casa.”

“Puttanazza vigliacca! Devono aver ricevuto qualche soffiata. Se dovessero perquisire l’A8 in questo momento sarei rovinato. Ho nascosto due chili di marijuana calabrese, mezzo chilo di fumo pakistano, qualche etto di marocchino e una decina di grammi di coca.”

“E da quando ti sei messo a spacciare coca?”

“Non spaccio coca. Ho fatto un’eccezione perché me l’ha chiesta Actarus. L’ho comprata per lui da un pusher colombiano.”

“Actarus?”

“Sì, Tommaso. E’ da qualche mese che pippa coca di brutto. Forse non regge più lo stress del lavoro.”

“Pensa un po’, Actarus, l’avvocato del diavolo!”

Suonarono alla porta e a Cicciobello andò di traverso il rum. Scostai la tendina per vedere chi era. Gli sbirri!

“Nasconditi in camera” gli consigliai.

Mi trovai di fronte a due carabinieri, uno dei quali brutto e tarchiato, con un paio di baffoni che denotavano la provenienza meridionale; l’altro era alto e magro, leggermente strabico.

“Scusi il disturbo” esordì il baffone, “sa dirci quando possiamo trovare il signor Manolo Nerix? Avremmo urgente bisogno di lui.”

“Urgente bisogno” gli fece eco lo strabico.

“Sa” riprese il baffone, “purtroppo il cane del maresciallo Palumbo è morto quest’oggi investito da un camion e il maresciallo, che era tanto legato al suo pastore tedesco, vorrebbe inumarlo al cimitero animale.”

“Tanto legato tanto legato” ripeté lo strabico.

“Ma… guardi…” stavo dicendo io quando all’improvviso Cicciobello, che stava sicuramente origliando dalla porta della camera da letto di mamma, apparve.

“Ué appuntato, sono il signor Nerix, mi cercava?”

 

 

Dopo aver garantito ai due carabinieri che si sarebbe recato immediatamente in caserma per accordarsi di persona con il maresciallo Palumbo, Cicciobello mi salutò con un “Hasta luego amigo” e con tutt’altro colorito rispetto a quando era arrivato se ne andò.

Nuovamente solo mi tormentai ancora con le criptiche parole del quaderno. Segui la strada. Segui la strada. Segui la strada…

 

Capitolo 9  

Mamma mi telefonò da Dar es Salaam un venerdì mattina, il giorno prima del suo teorico rientro in patria. Mi riferì che avrebbe prolungato il soggiorno africano di almeno un altro paio di settimane. Ora si era spostata da Zanzibar alla costa tanzaniana per organizzare insieme ad un gruppo di dieci persone un maxi raduno di Ravaiani, gli adepti idolatri di Rava Ta Rui. Mi disse che erano previste cinquecentomila persone provenienti da ogni parte del mondo, cinquecentomila fedeli pronti a farsi stordire dal mantra di “Colui che indica la luce” per poi bersi ogni magniloquente ed esaltata rivelazione del loro guru da strapazzo. Lei e Reginaldo erano incaricati dell’allocuzione propedeutica all’entrata in scena messianica del santone. Stentavo a crederci ma salutai mamma augurandole buon divertimento, buona fortuna e buon lavoro.

Dopo quella telefonata mi venne voglia di fare un salto in biblioteca. Consultai le Pagine gialle alla ricerca di una biblioteca non ancora omaggiata della mia presenza. La “Libreria autogestita di nonno Ugo” mi parve un buon obiettivo; una piccola biblioteca attigua ad un centro sociale per anziani a Orazia era quel che cercavo. Presi la Vespa e percorsi i dodici chilometri di collinette brulle che da Babele portano a Orazia e lemme lemme mi misi a scrutare gli scaffali inaspettatamente pieni di interessanti prime edizioni di libri ottimamente rilegati. Constatai che non c’era una sola edizione tascabile in tutto il fabbricato. Ottimo. C’era invece un’intera parete di scaffali colmi di tomi che non avevano alcun legame tra loro se non l’impiego spropositato di materiale cartaceo. Li evitai: non sopporto i libri troppo lunghi, per quanto possano essere interessanti. Inoltre non saprei dove nasconderli.

Nel tascone della giacca finirono “Io e lui” di Moravia, “Incubi e deliri” di Stephen King, “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij e la “Fattoria degli animali” di George Orwell. Mentre cercavo un quinto libro per riempire completamente l’ampia tasca interna, la mia attenzione fu attratta bruscamente da ciò che intravidi tra un’edizione datata de “Il piccolo principe” e una copia di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Era un quaderno rosso dello spessore di un centimetro e mezzo, proprio come quello rinvenuto in casa giorni prima. Lo estrassi incuriosito e non appena lo ebbi in mano il cuore sussultò percorso da un brivido di turbamento. Era lui!, il quaderno rosso trovato nella scrivania, con la scritta “La cruda verità” e le iniziali P.G. sulla copertina, “Segui la strada!” in prima pagina e P.G. nuovamente in ultima. Mi guardai intorno come a cercare qualcuno che si stava burlando di me, ma a parte un anziano signore intento nella lettura di un quotidiano ad un tavolo e la grassa bibliotecaria ero solo all’interno della “Libreria autogestita di nonno Ugo”.

Chiesi alla grassa bibliotecaria che il cartellino penzolante dalla tettona destra indicava chiamarsi Luisa di cosa si trattasse.

“Non lo so” rispose dopo aver controllato sul computer anche le parole “Cruda” e “Verità”. “Non l’ho mai visto prima, forse l’ha dimenticato qui qualcuno. Per me, se vuole, può tenerselo.”

La ringraziai per il gradito dono e uscii in fretta, curioso di arrivare a casa per confrontare la copia con quella nel cassetto. Quando all’A1 scoprii che il quaderno rosso era sparito dalla scrivania, trasalii. Non potete immaginare, o cipputi, l’inquietudine che mi assalì. Mi sentivo osservato. Possibile che qualcuno… no, no, impossibile. Volevo parlare della faccenda con Cicciobello. Gli telefonai a casa ma non rispondeva, il cellulare era spento; probabilmente era al lavoro a preparare il funerale di qualche bestia deceduta.

Per un’ora abbondante stetti a rimuginare. Mille pensieri mi attraversarono la mente. Andai all’A10 a distendermi sul letto osservando e rigirando il quaderno tra le mani. Mi addormentai.

Sognai il fantasma di mio padre che indicava dei geroglifici disegnati sulla sua lapide e traduceva lentamente: “Onore a un uomo nato per i sogni. Morto di realtà.”

“Non sono parole tue, figliolo?” mi chiedeva successivamente. “Non avresti voluto inciderle sulla tomba di Giovanni Pitigrilli? Credo che tu non abbia compreso bene il significato di queste parole.”

Sulla scena onirica apparivano poi vari personaggi a me noti, amici, parenti, conoscenti; c’era mamma, Laura, Cicciobello, Paolino Ragù, Zambo, alcune ragazze con cui avevo condiviso momenti di libidine. Tutti ridevano di me.

Mi svegliai di soprassalto. Il quaderno giaceva ai piedi del letto. Decisi di adottare qualche diversivo per calmarmi un po’. Stappai una Ceres e mi sollazzai con contrazioni tobleroniche dopo aver inserito nel videoregistratore “Selen contro Rocco”.

Quando quella notte tornai a dormire, feci lo stesso identico sogno fatto in giornata, con l’aggiunta di un finale a sorpresa: papà mi spiegava che anch’io ero nato per i sogni e stavo morendo di realtà semplicemente perché quei sogni li lasciavo soffocare nella prigione dorata della mia anima.

Rimossi quel semi-incubo e il misterioso episodio del quaderno per qualche giorno, fino a che una notte non rifeci di nuovo l’esperienza onirica di mio padre che mi ammoniva, questa volta molto più aspramente.

“Non lasciare morire i tuoi sogni! Liberali!” mi gridava.

Quando mi svegliai la mattina seguente il primo pensiero fu per il quaderno rosso. Lo cercai dappertutto ma era sparito.

 

 

I giorni che seguirono furono giorni nefasti. Se fossi superstizioso penserei di essere stato vittima di una maledizione; una qualche ex, fattucchiera, mi aveva magari voluto punire per il mio egoismo da epicureo incallito. Invece non potei fare a meno di dare la colpa al quaderno rosso, sicuro ed enigmatico custode di un segreto per me indecifrabile al momento.

In quei giorni accadde tutto ciò che il semplice termine “sfiga” non può nemmeno lontanamente spiegare.

Laura mi lasciò, la qual cosa mi tormentò spiacevolmente, dato che, anche se non ero innamorato di lei, di solito ero io quello che scappava lasciando in omaggio alla malcapitata un due di picche come biglietto d’addio.

Durante una sortita nella biblioteca comunale di Chimerona Utòpia venni pizzicato per la prima volta nel tentativo di rubare libri. L’impiegato comunale responsabile mi fece svuotare la tasca della giacca e chiamò i carabinieri, i quali mi vennero a prelevare per portarmi in caserma a farmi una interminabile ramanzina sulle conseguenze che avrei subito se fossi stato ripescato con le mani nel sacco.

Dato che in quel periodo era imminente l’attacco angloamericano al Burkina Faso, orde di pacifisti intasavano ogni giorno le strade di Babele. Come sapete o cipputi, parte integrante del mio look sono gli anfibi Doctor Martens e i pantaloni militari mimetici. Mentre passeggiavo tranquillamente per il centro, venni circondato da un gruppo di ragazzi con le bandiere colorate della pace che mi insultarono dandomi del guerrafondaio. Rimediai una scarica di calci, un labbro tumefatto e una lente degli occhiali crepata. Questi sono i pacifisti!

Candido venne cacciato di casa da sua moglie Cettina ed io, molto malvolentieri, dovetti affittargli temporaneamente – nell’attesa che risolvesse la crisi coniugale – l’A10. Avevo proposto a Cicciobello di ospitare il signor Candido Smith nel suo appartamento per qualche tempo ma, come previsto, mi aveva mandato a quel paese.

O cipputi, non è ancora tutto. Una fastidiosa gastrite mi tenne lontano dalle amate Ceres per settimane, tanto che dovetti ricorrere all’aiuto “erboristico” di Ciccio per non uscirne pazzo.

Infine , ad una trasmissione televisiva, la mazzata finale: Selen annunciava il ritiro dalle scene.

 

 

Sentii mamma un pomeriggio. Stavolta chiamava da Dodoma, la capitale della Tanzania. Era entusiasta dell’evento organizzato giorni prima a Dar es Salaam.

“Quasi un milione di fedeli, quasi un milione!” mi riferì commossa. “Non hai seguito il telegiornale? Ne parla il mondo intero!”

No, non avevo visto né letto nulla a riguardo. Le chiesi cosa ci faceva a Dodoma così mi spiegò che visto l’incredibile successo della prima “Woodstock ravaiana”, ne sarebbe seguita presto un’altra. Lei, Reginaldo e altri due Ravaiani stavano mediando con il governo tanzaniano per organizzare un Rava-raduno sulle rive del lago Vittoria. Ovviamente avrebbe ulteriormente prolungato l’assenza da casa.

Le dissi di Candido che avevo momentaneamente alloggiato all’A10 e la salutai. Mamma si congedò dopo avermi lasciato sgomento, per quanto potessi ancora essere capace di stupirmi.

“D’ora in poi, chiamami Ta Swami” disse.

 

Capitolo 10 

Il mistero del quaderno rosso continuava a tormentarmi. A volte mi si instillava nella mente il dubbio che avessi sognato tutto, che quel quaderno fosse solo il frutto di qualche viaggio post canna. In realtà sapevo benissimo che non era né un sogno né un’allucinazione. Cercai di pensarci il meno possibile.

Un pomeriggio sul tardi andai a trovare Candido all’A10 per vedere come se la passava; non appena ebbi varcato la soglia dell’appartamento fui colto dall’orrore: la mia immensa libreria era stata completamente svuotata e i volumi che la componevano erano stati riposti dentro una ventina di scatoloni di cartone.

“Che cazzo stai combinando Candido?” esplosi in un rigurgito di panico. “Chi ti ha detto di arredare l’appartamento senza il mio consenso? E poi, non devi rimanere solo finché non avrai risolto i tuoi problemi con Cettina?”

“Scusami Tony, hai ragione, non so più quello che faccio. Non dovevo prendere questa iniziativa ma, vedi, Cettina…”

Si interruppe e scoppiò in un pianto a dirotto accompagnato da uno stillicidio di singhiozzi. Venne ad abbracciarmi ed io rimasi basito; il cinico Candido Smith mi crollava sotto il naso ed io riuscivo quasi a provare pena per lui.

“… ha intenzione di chiedere il divorzio!”

Oh mio pio!, pensai

“Oh mio dio!” dissi.

“Già, dice che parlo solo di lavoro e non faccio altro che navigare in internet e guardare la televisione. Mi accusa di essere un pantofolaio impenitente. Io le ho giurato di cambiare, di fare tutto il possibile per farla ricredere, per farla felice, ma sembra non ne voglia sapere.”

“Su, su, che una soluzione si trova” lo rincuorai.

Mentre osservavo quello straccio di uomo inerme e umiliato annichilirsi in un profluvio di lacrime ebbi un’idea: avrei fatto qualsiasi cosa pur di aiutarlo. Non perché ci tenessi alla sua quiete interiore e alla sua felicità coniugale; lo avrei aiutato perché volevo tenere l’A10 ancora a mia disposizione e benché sapevo benissimo che se avessi voluto avrei potuto semplicemente sbatterlo fuori, sapevo anche che non sarei mai stato capace di farlo. Vedere la mia adorata libreria profanata da un Candido Smith qualunque, senza nessuna autorizzazione, mi investì del taumaturgico potere di Salva Matrimonio.

“Non ti preoccupare amico mio, andrò a parlare con Cettina. Per quanto posso proverò a risistemare le cose” proclamai.

Sul volto di Candido si stampò un sorriso di gratitudine e speranza che credo di non aver mai visto in vita mia.

“Tu sì che sei un vero amico!” bofonchiò asciugandosi le lacrime con il dorso della mano.

“Rilassati ora, stai tranquillo. E’ in casa a quest’ora Cettina?”

“Sì, oggi la pizzeria è chiusa.”

“Perfetto, allora vado. Tu guardati un po’ di tv e lascia stare l’appartamento, va bene?”

“Certo. Allora ci si vede dopo!?”

“Sì, a dopo Candido.”

 

 

Cettina stava cenando davanti al televisore della cucina acceso. Mi invitò a sedere e mi chiese se volevo un piatto di pasta al sugo per farle compagnia a tavola. Declinai l’offerta ma accettai volentieri – in barba al divieto del dottore causa gastrite – un bicchiere di vino rosso di suo padre Pasquale, noto produttore di ottimo vino casereccio.

Concetta Gatto detta Cettina è una solare ragazza meridionale venuta su al Nord dalla città di Bolgia in Feri quando aveva sette anni. Non brilla per intelligenza ma, cipputi cari, una come Cettina non ha bisogno di intelligenza. Quando una ragazza è fisicamente incantevole e sensuale come Cettina l’intelligenza è un optional superfluo. Fa la cameriera nella pizzeria di suo padre, da “don Pasquale”. Candido non è geloso e, ottuso com’è, la crede pure una santa, ma so per certo che la signora Gatto gli ha messo le corna più di una volta. Zambo ne sa qualcosa.

Dunque mi trovavo nella cucina di casa Smith (in realtà casa Gatto visto che è di proprietà di Pasquale Gatto), Cettina indossava una vestaglia lilla semitrasparente sotto la quale si notavano reggiseno e mutandine di pizzo nero e il profumo che emanava la sua incantevole pelle olivastra era inebriante, nonostante i forti odori di sughi e intingoli vari ne attutissero la fragrante vitalità.

“Come mai passi di qua?” domandò dopo alcuni istanti di silenzio. “No, zitto, lasciami indovinare: Candido Smith!”

“Esatto, sono preoccupato per lui, è moralmente a pezzi.”

“Guarda Tony che non intendo lasciarlo. Io lo amo. Ma deve rendersi conto che non può trattarmi come un soprammobile. E che c’è una vita reale fuori dalla porta, al di qua degli schermi di tv e computer. Voglio solo farlo cuocere nel suo brodo per un po’, poi lo riprenderò in casa.”

“Oh, bene. Mi fa piacere sentirti dire queste cose, ero davvero rammaricato per questa triste situazione. State così bene insieme!”

Arrossii tanto grande era la mendacia trasudata dalle mie parole ma Cettina interpretò il mio rossore come una forma di profonda sincerità e diafano candore. Per scacciare l’ipocrisia asfissiante che mi avviluppava il cuore in quel momento, trangugiai un altro paio di bicchieri di vino. Non mi accorsi quando Cettina si alzò e venne a massaggiarmi le spalle.

“Tony Tony Tony! Sei troppo premuroso, Pensi troppo agli altri…”

Come no!, mi dissi.

“… cerca di pensare un po’ più a te stesso. Perché non provi a sistemarti? Trova una guagliunciella adatta a te e sposatela!”

“No Cettina, la vita coniugale non fa per me.”

“Io invece sono convinta che saresti un buon marito, soprattutto sotto le coperte…”

Detto ciò, l’opera di inturgidimento del toblerone, iniziata non appena Cettina aveva cominciato a massaggiarmi le spalle, raggiunse l’apogeo. La procace femmina del Sud venne a sedersi sulle mie ginocchia e mi baciò appassionatamente sprofondando la sua morbida e vispa lingua nella mia bocca. In un attimo ci trovammo avvinghiati nei preliminari di un amplesso infuocato, amplesso che fece tappa – lasciando segni di devastazione ovunque – in salotto, di nuovo in cucina, in bagno e poi in camera da letto.

La regola dello “scopo come gioco a calcio” (una volta da campione e tre da brocco) era sempre valida e anche questa volta, per fortuna, avevo sfruttato l’uno su tre.

Guardai Cettina stremata al mio fianco. Lentamente mi alzai e andai a recuperare i vestiti sparsi per la casa. Quando tornai in camera per salutarla era ancora nuda e ansimante sopra il letto.

“Tony!” mi disse. “Vai a dire a Candido che può tornare a casa. Però, torna anche tu qualche volta…”

Tony deus ex machina! Tony il Salva Matrimonio! Tornando verso casa per dare la splendida notizia a Candido mi sentivo quasi un santone, un semidio, sì, mi sentivo capace di “indicare la luce”.

 

 

“Caro Candido, il dado è tratto, come disse mia nonna mentre preparava il brodo per i tortellini” esordii appena entrato.

La battuta era squallida e forse non l’avete capita nemmeno voi, o cipputi, ma che importa! Dopo aver compiuto un miracolo così appagante per tutti potevo anche permettermi boutades da due soldi.

“Allora com’è andata?” chiese con apprensione l’amico.

“La tua cara mogliettina ti rivuole immediatamente a casa!”

Candido accolse la notizia in un tourbillon di sentimenti altalenanti: incredulità, commozione, gioia, sbigottimento, esaltazione.

“Come hai fatto? Cosa le hai detto?” volle sapere con insistenza.

“Mmm, diciamo che ho usato la bacchetta magica!”

“Beh, qualunque cosa tu le abbia raccontato, grazie amico. Te ne sarò per sempre riconoscente.”

Mi baciò su una guancia (in seguito mi sarei poi chiesto se l’aveva fatto davvero o se me l’ero immaginato) e mi abbracciò. Raccolse di filata i due stracci che si era portato dietro ed io dovetti esortarlo a fare con calma, dato che probabilmente a casa sua Cettina era ancora intenta a cancellare le prove del delitto. Si scusò per il disturbo arrecatomi e tornò al tetto coniugale.

Povero Candido. Povero uomo destinato alla mediocrità. Potrà diventare anche il direttore della più importante banca mondiale un giorno, ma resterà sempre un uomo dallo spirito pedestre.

Bene, la libreria era salva. Repressi un moto di rabbia residua per l’inopinata iniziativa dell’amico e cominciai a riaprire gli scatoloni per rimettere i libri al loro posto. Nel terzo scatolone che aprii trovai niente meno che il quaderno rosso. Non avevo scelta o cipputi, dovetti convincermi di averlo messo io stesso in mezzo a quei libri.

Capitoli 7, 8, 9, 10.ultima modifica: 2013-11-24T14:47:09+01:00da skreta
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