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Giu 28, 2010 - Senza categoria    No Comments

Tony il Naturalista

Manco a dirlo Tony è ripartito. Questa volta, nei panni di un provetto Indiana Jones, o meglio, di un moderno Charles Darwin, è andato alla ricerca di quello che per secoli è stato considerato solo un essere mitologico… Ora pare che esista veramente: non è un mostro, è una Faiga con Cervello (nome scientifico “vulva cum mens sana”). Riuscirà a trovare quello che si ritiene essere l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia? Forse leggerete il resoconto della missione prossimamente. Baci.

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Giu 16, 2010 - Senza categoria    No Comments

IL TROMBAMOGLI

Marco Bianchi aveva un nome anonimo; anche la sua esistenza di facciata era piuttosto anonima: ufficio (era ragioniere), casa, tv e bar. Tran tran regolare e pochi hobby. Aveva però una dote ben poco anonima tra le gambe… Tale dote era conosciuta da un’altissima percentuale di signore a Castelfritto.

   Marco Bianchi aveva una perversione, innocente sì, ma un tantino rischiosa: era attratto esclusivamente da donne sposate. Appena scopriva che una donna aveva il marito, entrava in azione.

   Essendo un bell’uomo, dal fascino spiccato e dalla favella ammaliatrice, le mogli cadevano nella sua rete di ragno come ingenui moscerini. A Marco non importava quanti anni avessero: potevano avere dai diciotto ai sessantacinque anni, bastava che portassero la fede al dito. E anche se erano le donne più belle e sexy del mondo ma single o fidanzate, a lui non interessavano.

   Nell’arco di tempo di sette anni, nel periodo che va dal 2002 (anno in cui scoprì la sua perversione ed entrò per la prima volta in azione con la moglie del farmacista) al 2009 (quando venne scoperto dal titolare della macelleria Bucchioni) Castelfritto contò dai trecento ai quattrocento mariti cornuti, su una popolazione di poco più di diecimila anime. Loro ovviamente non lo sapevano ma Marco Bianchi sì. Tra questi il sindaco Bertolazzi, il maresciallo Meleddu, l’ingegner Trapella, il geometra Pellecchia e l’imprenditore De Pedis.

   Marco Bianchi era un vero fuoriclasse. Dopo aver convinto la vittima a fargli visita nella sua casa di campagna, la trombava un paio d’ore in tutte le salse, suonando il suo organone venoso come un maestro dell’orchestra figarmonica di Be(r)lino. La moglie tornava poi dal suo sposo stravolta e appagata.

   Per “deontologia professionale”, dopo aver incontrato la fedifraga di turno una prima volta, non voleva più rivederla: la sua perversione era appagata e la trombata non gli interessava più.

   Tutto andò a gonfie vele fino al maggio 2009, quando la moglie gelosa del fruttivendolo (sentitasi per questo anche un po’… sfruttata!) andò da Paride Bucchioni, titolare della macelleria Bucchioni, e gli disse:

   “Paride, lo sai che tua moglie Antonietta è andata a casa del ragionier Bianchi?”

   “Certo che lo so, doveva fargli controllare dei conti e delle scartoffie della macelleria.”

   “Beh, se fossi in te non sarei così sereno… Mi sa che c’è una tresca tra Bianchi e l’Antonietta.”

   Manco detto, Paride Bucchioni abbassò le serrande della macelleria e si precipitò a casa di Marco. Una finestra era semichiusa e il macellaio entrò di soppiatto. Colse la moglie sul fatto, o meglio, sul fallo, dato che stava godendo come un’ossessa sul grosso bigolone del ragioniere.

   Paridè gridò, Antonietta si cagò letteralmente addosso, cioè, letteralmente cagò addosso a Marco visto che cagarsi addosso è tecnicamente impossibile; Marco eiaculò in faccia a Paride, Paride,  accecato dall’odio e forse ancor di più dallo sperma, brandì il coltellaccio che si era portato appresso e mozzò la fava di Marco con un colpo netto. Marco morì dissanguato. Paride andò in galera. Antonietta ereditò la macelleria. Marco venne sepolto nel cimitero di Castelfritto. Voci anonime di paese diffusero la leggenda del “Trombamogli”.

   Ogni tanto qualche marito passa davanti alla lapide del ragionier Marco Bianchi (lapide che per un beffardo gioco della sorte o più probabilmente per la burla di un marmista scapolo, somiglia a un grande fallo eretto) e guardandola prova un sottile senso di disagio. Una volta rientrato nel nido familiare, osservando la consorte, mille dubbi lo attanagliano e un fastidioso prurito gli tormenta la testa.

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Giu 15, 2010 - Senza categoria    No Comments

Chiuso per “restauro locali”

Cari i miei cipputi balzani, il vostro Tony è momentaneamente disperso, come spesso gli capita, in qualche angolo del mondo a raccogliere idee e a dar sfogo a suoi istinti più animaleschi. Tornerà presto, non vi preoccupate: giusto il tempo di buttar giù qualche racconto sulle sue peripezie… Nel frattempo diamo una bella “restaurata” al retrobottega: sapete, mi piace tenerlo chiuso ma bisogna comunque averne cura! Ciao trambalani!

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Mar 24, 2010 - Senza categoria    No Comments

Super Tony

In questo mondo di merda, sempre più appestato da una politica arrogante, cinica ed egoista, da un’intellighenzia vittima dello Stato e allo stesso tempo carnefice nell’imporre uno status quo di mediocrità, da religioni frutto della superstizione e dell’atavica codardia dell’uomo, da media faziosi e omologanti nella loro omologazione, da famiglie inette incapaci di crescere e amare i propri figli per dargli una speranza di sopravvivenza in questa giungla… dal fetore di tutto questo Nulla nasce una piccola speranza. Oggi (anche se è già da diverso tempo che cerca di spruzzare un po’ di profumo in questa valle di cacca) dichiaro ufficialmente la nascita non di un eroe, bensì di un supereroe: oggi nasce Super Tony, paladino delle menti libere, dei cuori puri e delle persone intelligenti. Vai Super Tony, SALVACI TU!

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Feb 20, 2010 - Senza categoria    No Comments

LA RICOTTA DELLA TERESA

Ogni volta che andavo a fare la spesa al supermercato della Pooc nel centro commerciale “Le Vacche Magre” di Bisunto sull’Oglio, lei era dietro al banco dei formaggi, sexy e sorridente come sempre. Il grembiule sembrava sbottonato ad arte per mostrare, o non mostrare, una piccola parte di seno, sogno proibito per le centinaia di uomini che passavano o si fermavano a comprare qualche etto di pecorino, emmenthal, taleggio, eccetera.

   C’era però un formaggio che andava per la maggiore: la ricotta della Teresa, così chiamata perché si diceva prodotta dalla stessa formaggiaia. Era una ricotta eccezionale  e da quando Teresa lavorava alla Pooc, cioè da circa sei mesi, il banco dei formaggi era preso d’assalto.

   Teresa era affabile con tutti i clienti ma era difficile scambiare due parole mentre lavorava, dato che c’era sempre la fila. Un giorno ebbi la fortuna di trovarmi a banco da solo.

   “Tre etti di ricotta speciale e il tuo numero di cellulare, grazie” dissi buttandola lì alla “o la va o la spacca”.

   “Perché non vieni a prendere un aperitivo a casa mia quando stacco?” disse sorridendo. “Così ti do anche la ricotta che ho in casa che è ancora più fresca di questa.”

   “Sogno o son desto? Ho ricevuto un invito dalla Teresa, la donna più ambita di tutto Bisunto e dintorni?!”

   “Sì, ci stai o no?” tagliò corto, dato che dietro di me si stava radunando gente in fila.

   “Certo che ci sto. Allora non è una leggenda che questa ottima ricotta la fai tu…”

   “La Pooc mi ha dato il permesso di commerciarla. Il segreto per renderla così buona se lo tramandano da secoli le donne della mia famiglia. Prima o poi lancerò un marchio e speriamo che il business funzioni su scala nazionale.”

   “Beh, sicuramente avrai successo. A che ora ci vediamo?”

   “Aspettami alle diciassette fuori dal supermercato, ok?”

   “Ok, a dopo.”

   Alle diciassette in punto vidi Teresa venirmi incontro in tutto il suo splendore nel parcheggio della Pooc. Mi tremavano un po’ le gambe per l’emozione.

   “Sei in macchina?” chiese.

   “Sì.”

   “Ne approfitto per un passaggio. Comunque abito qui vicino.”

   Cinque minuti dopo parcheggiavo sotto il palazzo dove abitava la ragazza. Salimmo nel suo appartamento, un bilocale molto carino e arredato con gusto ma con una forte nota stonata: c’era una puzza micidiale al suo interno.

   “Non fare caso all’odore” disse Teresa, “viene dal bagno, dove produco la ricotta.”

   Era impossibile non fare caso a quell’odore ma dopo un po’ mi abituai, anche grazie alle due bottiglie di vino che ci scolammo come aperitivo.

   “Posso andare in bagno?” chiesi dopo un paio d’ore di chiacchiere nel salotto-cucina.

   “Certo, sta’ solo attento a non pestare le forme di ricotta.”

   Perplesso entrai in bagno e lì rimasi abbastanza scioccato: c’erano forme di ricotta dappertutto, sulla scatola dello sciacquone, nel lavandino, sopra e dentro gli armadietti, per terra. Nella vasca da bagno ribolliva un liquido giallastro, mentre tubi e alambicchi vari filtravano questa brodaglia nauseabonda per poi immetterla a goccioline in una tinozza a parte. Pisciai il più veloce possibile e uscii. Teresa mi stava aspettando completamente nuda sul divano-letto.

   “Dai vieni qua” disse senza preamboli.

   Deglutii qualcosa come un litro di saliva e cominciai a sbottonarmi la camicia. Nudo anch’io mi sedetti di fianco a Teresa. Ci guardammo per diversi minuti come fossimo due estranei, cosa che effettivamente eravamo. Era una situazione stranissima e io non sapevo cosa fare, così lasciai l’iniziativa a Teresa la quale prese a masturbarmi e a masturbarsi contemporaneamente. Dopo un po’ mi accorsi che il divano era allagato e mi impressionai quando vidi che dalla vagina della ragazza stava fuoriuscendo una cascata di liquido. Teresa mi venne sopra dandomi la schiena e la calda colata di liquido mi inondò gambe e ammennicoli.

   “Oooooooooooh aaaaaaaaah ooooooooh” gemeva la formagiaia.

   Non avevo mai sentito una gemere a quel modo, sembrava posseduta. Sicuramente la stavano sentendo in tutto il vicinato.

   “In che manicomio sono finito?!” mi chiesi con un principio di preoccupazione.

   “Uuuuuuuuuh uuuuuuuh oooooooh oooooooh oh oh oh…”

   “Sto per venire” suggerii a Teresa nel caso non volesse che le venissi dentro.

   “Anch’io sì, vienimi dentro sì, sì, oh oh oh…”

   Venimmo. Subito dopo si staccò dal mio pisello annegato e corse in bagno. Non resistetti alla curiosità e la seguii. Aveva lasciato la porta socchiusa così riuscii a sbirciare. Era con i piedi issati ai bordi della vasca e stava pisciando un misto di umore vaginale e sperma nel calderone. Non riuscii a guardare altro. Chiusi la porta e corsi a vomitare nella vasca dei pesci che teneva sul tavolino di fianco al divano-letto. Mi rivestii in fretta e prima che uscisse dalla toilette mi precipitai fuori dall’appartamento.

   Per giorni non osai mettere piede alla Pooc. Fino a quando, una mattina, curioso di rivedere Teresa ma non la sua ricotta, mi presentai al banco dei formaggi. Serviva una ragazza che non avevo mai visto.

   “E Teresa?” le chiesi quando venne il mio turno.

   “Teresa è stata licenziata proprio ieri. Erano venuti i N.A.S… Non so bene il motivo, ma sembra che la ricotta che produceva e vendeva qui non fosse fatta seguendo le corrette norme igieniche. Cosa desidera?”

   “Ehm… no, niente grazie, ora che ci penso non mi serve niente.”

   Mi allontanai barcollando. Circa un anno dopo, quando ancora mi chiedevo ogni tanto se quell’esperienza in casa di Teresa era stata reale o una specie di incubo, mentre guardavo un programma in tv ci fu uno stacco pubblicitario.

   “La ricotta della Teresa, buona e genuina perché fatta come la facevano le mie nonne” diceva Teresa in persona facendo l’occhiolino.

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La Teresina.
Dic 9, 2009 - Senza categoria    No Comments

Regala un Tony a Natale!

Natale è alle porte mammalucchi! E allora perché non approfittarne per fare un bel regalo, utile e economico, ai vostri amici o parenti?! Se fossi in voi non perderei l’occasione di fare un figurone. Inoltre come potete vedere dalla foto qui sotto, “Il quaderno rosso” sta avendo un successo planetario… Contattatemi dunque e chissà, magari un giorno vi troverete a bere del wisky (o una Ceres) al Roxy Bar con Tony lo Stantuffo nazionale che ve ne racconterà delle belle mentre offre un giro dietro l’altro. 😉

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Ott 24, 2009 - Senza categoria    No Comments

Nuovo racconto

IL FESTIVAL DEL PORNO DI LORENZA
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Chiusa l’allucinata e allucinante parentesi con Silvia, una figaccia marcia che mi aveva attaccato una noiosissima malattia venerea, conobbi Lorenza. Guarito, mi trovavo in vacanza in Sardegna con Banana, Piretti e Sculasòn; nel camping di Palau dove avevamo montato la canadese presa in prestito dal Profeta (quell’estate in vacanza con la morosa) facemmo amicizia con un gruppo di quattro ragazze toscane. Avevano montato i loro due igloo di fianco la nostra tenda la sera dopo il nostro arrivo. Cinque minuti dopo aver piantato l’ultimo picchetto, Sculasòn era già entrato in azione e in un quarto d’ora avevamo fatto comunella, passandoci il razzo-calumet della fratellanza. Le “affinità elettive” fecero il loro corso alchemico e io intravidi subito in Lorenza quelle caratteristiche empatiche che potevano rendere quella vacanza estremamente interessante. Mentre Sculasòn si faceva una storia con la sorella di Lorenza, tale Paola, scialba brutta copia della mia frizzante e carina amica, Piretti cercava in tutti i modi di farsi fare almeno un bocchino da Fabiola, l’amica più cesso delle quattro. Essendo Fabiola e Roberta, la quarta componente del gruppo, due grandi cannaiole ed essendo Piretti uno dei più noti spacciatori di Bologna, riuscì a scoparsele entrambe, ovviamente in cambio di qualche grammo abbondante di fumella. Banana intanto si dava da fare con un’animatrice del campeggio, la quale si divertiva a raccontare alle altre animatrici, sghignazzando, questa battuta secondo lei tanto divertente: “Bisogna che scopra l’origine del soprannome di Banana. Forse perché ama le noccioline come le scimmiette?” Quando lo scoprì, smise di sghignazzare, e tutte le volte che Banana si appartava con lei nella nostra tenda, ne usciva poi appagata ma anche piuttosto sofferente.

   Lorenza era più anziana di me di tre anni, quindi all’epoca aveva sui ventiquattro, venticinque anni, ma era stata sposata due anni, separandosi proprio quell’estate. Lavorava in una profumeria di Empoli ed era una lettrice appassionata. Io fino a quel momento avevo letto sì e no due libri quando andavo alle Medie e mai mi sarei immaginato assorto nella lettura di un romanzo nel mio futuro. Ebbene, Lori fece il miracolo. Nelle notti che trascorrevamo seduti sul “nostro” scoglio sulla spiaggia di Palau, mi parlava con un tale entusiasmo dei libri che aveva letto, che fui tentato, quando tornai a casa, di provare a cimentarmi seriamente con un libro, per vedere se anch’io potevo provare le emozioni che descriveva. Volli comprarne uno di quelli di cui mi aveva parlato con maggior passione: Belli e dannati. Rimasi folgorato. E da quel momento, non passa giorno ch’io non legga almeno una cinquantina di pagine di un libro.

   Ma intanto ero lì a Palau con Lori, che oltre ad avere una sterminata cultura in campo letterario era anche un’interlocutrice simpatica e un’ascoltatrice attenta. Scopavamo con foga un paio di volte al giorno. Siccome sua sorella Paola aveva una videocamera, le proposi per scherzo un gioco, mai immaginando che avrebbe accettato, per giunta con entusiasmo.

   “Perché non ci filmiamo mentre facciamo l’amore?” chiesi accompagnando alla domanda un sorrisetto buffo, nel caso avesse reputato la richiesta stupida o folle e io potessi quindi salvarmi in corner.

   “Perché no?” rispose. “L’idea mi piace, dopotutto siamo tutti un po’ voyeur. Anzi, sai cosa ti dico? Ci filmiamo e se ci piace mostriamo la cassetta anche agli altri, per vedere che reazione hanno. Che ne dici?”

   “Intrigante.”

   Approntata la scenografia e sistemata la cinepresa nella canadese, iniziammo a darci dentro. L’idea di essere filmato e soprattutto il pensiero che quelle immagini le avrebbero poi viste i miei amici e le sue amiche mi eccitò non poco. La batteria della videocamera aveva un’autonomia di poco più di mezz’ora ma fu più che sufficiente: il filmato inizia riprendendo me sdraiato sui materassini, poi arriva Lori che mi si adagia accanto; la spoglio lentamente, visibilmente preso dalla situazione; anche Lori è presa – le immagini lo evidenziano –  e dopo aver dato un’occhiata provocante alla telecamera, mi abbassa calzoni e mutande prendendo in bocca il mio membro eretto. Io ora sono in piedi e la prendo per i capelli guardando a mia volta l’obiettivo con un ghigno malizioso. Staccatola dal mio cazzo marmoreo, le strappo la camicetta; sotto non porta reggiseno e mi attacco a quelle tettine perfette, succhiando da quei capezzoli che sembrano due chiodi. La scopo per un po’ a pecora, passiamo quindi ad un paio di altre posizioni per concludere con lei che mi monta dandomi la schiena. Poco prima di venire, Lori dice sia a me che all’obbiettivo di aspettare un attimo. Si stacca dal mio cazzo, prende in mano la telecamera e filma l’eruzione di sperma che mi finisce addirittura in faccia. “Questo film sarà un successo” esclama dopo aver spento la camera.

   La sera dopo eravamo tutti riuniti nel bungalow delle animatrici del camping. Ci passavamo una canna dietro l’altra. Ad un certo punti dissi ad Anita, l’animatrice di Banana, che avevo una cassetta del concerto di Vasco registrata l’anno prima al suo concerto e volevo mostrarla. Lei inserì la cassetta nel registratore e partirono le immagini dell’infuocato amplesso tra me e Lorenza. Inizialmente rimasero tutti senza parole e rivedendomi sullo schermo, al centro dell’attenzione, mentre scopavo, iniziai a provare un po’ di vergogna, ma vedendo Lori che si divertiva come una matta per lo scandalo suscitato, misi da parte l’imbarazzo e cominciai a prenderci gusto anch’io. Tra l’altro percepivo una crescente eccitazione nella mini platea, eccitazione che stava prendendo il posto dell’incredulità.

   Quando il video finì, gli applausi scrosciarono e Banana, infoiato come un facocero in calore, propose di filmarci tutti mentre facevamo un’orgia, ma la proposta non trovò grandi consensi.

   “Ascolta la mia di proposta invece” intervenne Lorenza. “Visto che abbiamo appurato che non c’è niente male in un video come questo; visto che rimarrà un gioco tra noi e visto che la cosa mi sembra piuttosto intrigante, perché non lo fate anche voi un video? Sculasòn con Paola, Banana con Anita, Piretti con Fabiola. O Roberta se preferisce. O entrambe. Chi vuole partecipare, partecipa. Insomma, facciamo un bel festival del porno, e alla fine la giuria decreterà il vincitore. In premio una pizza offerta alla pizzeria del camping.”

   Guarda te questa, che tipa!, pensavo. Ma da dove salta fuori?

   La sua proposta incontrò l’entusiasmo di tutti, a parte quello di Paola, che trovò l’idea della sorella “immorale e fuori di testa”. Alla fine parteciparono, oltre al nostro video, il video di Banana e Anita, quello di Piretti con Roberta, quello di Sculasòn che si masturbava visto il forfait di Paola, quello di Fabiola con Francesco, capo animatore del campeggio, e quello di Ileana e Barbara, animatrici bisex. Il giudizio decretato da noi spettatori fu univoco: nonostante la prestazione, impreziosita dalle dimensioni, di Banana e Anita, vinsero la pizza Ileana e Barbara. Due porche così accalorate non le avevo mai viste nemmeno nei film porno professionali.

   Terminato il “festival” eravamo già agli sgoccioli della vacanza. Sapevo che con Lorenza sarebbe finita una volta rientrati alle nostre case però non eravamo dispiaciuti. Stavamo molto bene insieme, anche senza essere innamorati. In effetti, negli anni non l’ho più rivista, ma siamo sempre rimasti in contatto prima epistolare e poi epistolar-telematico. Per telefono ci sentiamo tuttora. In Lorenza, la pazza, provocante, intelligente Lorenza, ho trovato una vera amica. Anche più vera di quegli “amici all’occorrenza” che sono Sculasòn, il Profeta, Banana, Piretti e compagnia bella. Prima o poi andrò a trovarla a Empoli; da allora, da quella folle vacanza in Sardegna, mi ha raccontato di avere avuto tante storie con tanti uomini, ma io sono stato “il più buffo di tutti” mi ha confessato. All’inizio non sapevo se esserne lusingato o meno; ho optato per il complimento. Perché come ci siamo divertiti in quei quattordici intensissimi giorni sardi, lo sappiamo solo noi…

Ott 12, 2009 - Senza categoria    No Comments

L’incidente

L’INCIDENTE

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Quando ci ripenso un’espressione ironica mi si stampa sul viso, ma un osservatore attento noterà che l’ironia è solo uno strato di cerone per mascherare questo pensiero: “Che coglione sono stato a perdere la “bussola” per una simile idra!”

   L’avevo conosciuta a una cena a casa di mia cugina Rachele e proprio lei, Rachele, mi aveva presentato Jane strappandola letteralmente dalla sedia mentre stava per sedersi a tavola. “Jane ti presento Tony…” disse tutta baldanzosa mia cugina con la speranza di appiopparmi l’amica.

   “Ciao Jane, ma lo sai che sei uguale a…” attaccai.

   “Michelle Pfeiffer! Lo so, me lo dicono tutti” concluse lei.

   Rachele e Jane erano entrambe hostess di terra, colleghe all’aeroporto di Babele. Jane si era trasferita da Urbe da qualche mese ed era intenzionata a mettere radici nella mia città perché, diceva accompagnando la battuta con una gran risata, amo Babele e tutti i Babbei. Rachele mi aveva fatto accomodare accanto a Jane e per tutta la sera avevamo praticamente escluso gli altri setto o otto commensali intavolando una discussione sui nostri sogni e progetti futuri. Nonostante la diversità di carattere, di opinioni e di stile di vita, sembravamo in perfetta sintonia emotiva. Quando la serata si concluse, salutai Jane provando una gioia intensa dentro di me, come raramente avevo provato.

   Questo dunque fu l’incipit di una storia che durò alcuni mesi. Più passava il tempo, più mi innamoravo, ma allo stesso tempo mi sorgevano dei dubbi. Valli a capire i meccanismi del cuore! Jane si rivelò presto una persona snob, cinica e arrivista; criticava con sempre maggiore acredine il mio stile di vita bohemien e derideva i miei sogni. Iniziò presto a chiamarmi solo per passare qualche ora di sesso e arrivò a dirmelo senza neppure troppo tatto: “Mi piace solo come scopi Tony, per il resto non siamo proprio compatibili e tu sei un perdente.” Io ero talmente drogato di Jane che mi accontentavo di mendicare un po’ di sesso e passavo sopra qualunque insulto mi rivolgesse, pensavo perfino che pur di stare con lei mi sarei fatto addomesticare. Ma un giorno, grazie a pio, mi svegliai dal sonno della ragione (o del cuore) e mentre ero all’aeroporto dove ero andato a prenderla per trascorrere una notte di sesso, la vidi venirmi incontro dall’alto della sua passerella spocchiosa e un’immaginaria secchiata d’acqua gelida mi colpì: “Io sono proprio un babbeo e tu sei solo il più assurdo incidente di percorso della mia assurda esistenza” le dissi. Lei neanche si scompose. Mi guardò come fossi uno zero assoluto, girò i suoi tacchi alti e uscì rumorosamente dalla mia vita.

 

Set 29, 2009 - Senza categoria    No Comments

L’ultima apparizione di Tony.

Per chi non lo sapesse, Tony, oltre ad essere un incallito sciupafemmine, un cleptomane librario e un appassionato cinefilo pornografico, quando non è in giro per il mondo, si diletta ai fornelli. Lo potete ammirare, in questa foto che definirei storica per la sua rarità (un po’ per snoberia un po’ per pigrizia e un po’ per impegni ricorrenti non ama molto mostrarsi in pubblico ora che orde di fans lo assalgono ogni qualvolta mette il naso fuori di casa), dopo aver preparato una cena prelibata (e pepata) ad alcuni amici. A detta di molti il buon Tony è un cuoco provetto, anche se c’è chi dice che ricorda un po’ Ugo Tognazzi: un grande appassionato ai fornelli, ma uno chef mediocre. Ottimo invece come assaggiatore e soprattutto bevitore! Grande Stantuffo.

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Ago 12, 2009 - Senza categoria    No Comments

MARIA

Questo racconto inedito intitolato “Maria” è stato scritto dalla premiata ditta Manservisi/Stantuffo e presentato per la prima volta all’Erzen Beer 2009. Nell’attesa di rivedere presto Tony, spero di farvi cosa gradita omaggiandovi di questa storia stantuffiana…

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Le domeniche di quella lontana estate eravamo soliti trascorrerle al Fiume. Non ricordo nemmeno più come si chiamasse quel torrentello agonizzante; ricordo solo che era dalle parti di Sasso Marconi e la gente che trascorreva sulle sue rive pietrose i weekend era sempre numerosa. Solitamente partivo dal Paesello con Banana, Rutto e il Barone. Guidavo io perché ero l’unico con la patente, presa nel febbraio di quell’anno insieme a Turkylmaz, che il giorno in questione era anch’esso con noi pur essendo un saltuario frequentatore del Fiume. Me lo ricordo perché fu lui a dire: “Hei boys, guardate che bel fighino quello là! Quasi quasi vado a provarci.”

   Il buon Turkylmaz, timido come un leone affamato che sta per avventarsi sulla sua preda, partì alla carica di questa ragazzina che sedeva su un telo da mare a qualche metro da noi e giocava a carte con una bimba di circa sei anni, presumibilmente la sorellina. Noialtri intanto lo osservavamo dalla nostra postazione, fumati e bevuti come sempre quando Banana era in vena di rullare razzi a ripetizione e Rutto stappava una Heineken dietro l’altra. A quell’ora prossima al tramonto, il grado di cottura dei nostri cervelli era già stato superato da un po’ e mentre l’amico marpione era all’opera, commentavamo il suo modus operandi facendo battute stupide e sghignazzando inebetiti dall’hascisc. La ragazzina dava corda a Turkylmaz e parlava con lui come se lo conoscesse da tempo; ogni tanto entrambi si giravano a guardarci e ridevano. Pensai che il Turco, com’era suo solito fare per sbarazzarsi della concorrenza quando eravamo insieme e voleva intortare qualche ragazza, ci stesse sputtanando. Dopo un po’ tornò alla base.

   “Mango!” disse stappandosi l’ennesima birra della giornata. “La bambola dice che l’unico tra noi ad avere la parvenza di un principe e non di un rospo sei tu. Simpatica eh?!”

   “Stronza!” rispose il Barone.

   “In gamba la pupa” ribattei.

   “Perché non vai al suo castello oh bel principe?” propose Turkylmaz. “Secondo me te la trombi di sicuro.”

   “Naaa, sono troppo fatto. Farei solo la figura del coglione” dissi.

   In realtà non ero poi così fatto. La verità è che quella ragazzina era così carina che mi metteva soggezione e nonostante tutto quel fumo e quella birra in corpo ero intimidito. Dopo aver preso la mia razione di insulti per essere “non un coglione ma un coglionazzo che non sa sfruttare le occasioni che la vita gli porge su un piatto d’argento” (parole testuali di Banana), facemmo su teli, cartacce e vuoti di birra e messi gli zaini in spalla ci dirigemmo verso la mia Golf.

   Dopo qualche decina di metri, tutti intenti a non inciampare nell’attraversare il letto secco e pietroso del Fiume, sentimmo un’esile vocina femminile intimare: “Scusa te! Fermo là, mia sorella ti vuole dare questo.” Era la bimba.

   Aprii il foglietto piegato a metà che mi porgeva e lessi:

 

Chiamami ti prego!

694 89…

Maria

 

   “Grazie” dissi. “Di’ a tua sorella che lo farò sicuramente al più presto.”

   Con un sorriso candido la simpatica bambina corse via tra i sassi agile come un topolino.

   “C’hai tutte le fortune di questo mondo te!” disse Banana.

 

 

   All’epoca non c’erano ancora i cellulari o se c’erano erano in pochi a possederne uno. Il giorno seguente chiamai a casa Maria.

   “Pronto, c’è Maria?”

   “Chi la cerca?” rispose una suadente voce femminile.

   “Sono… sono… un amico.”

   “Un attimo che la chiamo.”

   Rimasi in attesa un paio di minuti, poi una voce trafelata rispose.

   “Sì? Chi sei?”

   “Ciao Maria, sono Mango, cioè Manuel, Mango per gli amici. Sono il ragazzo del Fiume…”

   “Ciao Mango! Posso chiamarti Mango vero? Sono così felice che mi hai chiamato. Scusa se ho il fiatone ma ero sotto la doccia e sono corsa al telefono sperando proprio fossi tu.”

   “Sarei stato un pazzo a non chiamarti, sei così carina!”

   “Che dolce che sei! Senti, ti andrebbe di vederci una di queste sere?”

   Ammazza quant’è sveglia la ragazza, pensai. “Certo” dissi. “Quando sei libera?”

   “Anche stasera se per te va bene.”

 

 

   Arrivai sotto casa sua alle sette meno un quarto, anche se l’appuntamento era per le otto. Attesi fumando una sigaretta dietro l’altra e scolandomi tre Ceres in un bar vicino. Maria abitava appena fuori il centro di Bologna con mamma, sorella minore e nonni materni. Quando scese dal terzo piano della sua palazzina, io ero leggermente ubriaco ma la sua vista mi diede una tale scarica adrenalinica che tornai immediatamente sobrio.

   “Ciao bel biondo” esordì Maria.

   “Ciao morettina! Allora, che si fa?”

   “Come che si fa? Sei tu il cavaliere: decidi tu!”

   “Mmm… Se vuoi ti porto dalle parti del Paesello.”

   “Ok, basta che non facciamo tardi perché mamma vuole che sia a casa per mezzanotte.”

   “Mamma apprensiva eh?! E papà cosa dice?”

   “Papà se ne è andato di casa da due anni.”

   “Oh mi dispiace! Neanche ti ho conosciuto che già parto con una gaffe.”

   “Non ti preoccupare, sono cose che capitano. Lui e mamma litigavano sempre, ora sono sereni entrambi: hanno fatto un affare a lasciarsi.”

   Ebbi la sensazione che Maria fosse una ragazza molto più matura della sua età e il prosieguo della nostra conoscenza me lo confermò. Intanto quella sera andammo a bere qualcosa al Gang Bang, il pub più famoso del Paesello e dintorni, di proprietà di Tony Stantuffo, zio del mio amico Banana. Io presi un Double Anal, la specialità del locale, un intruglio di gin, noce moscata, whisky, latte e salsa di pomodoro, mentre Maria si accontentò di un Pissing, traduzione stantuffiana di una birra media chiara.

   “Cosa fai nella vita Mango? Studi?” mi chiese Maria guardandomi trasognata.

   “Ho finito l’anno scorso la scuola alberghiera a Rimini. Adesso lavoro al Turtlèn, lo conosci? E’ uno dei ristoranti più rinomati di Bologna…”

   “Davvero?! Ci sono stata un paio di volte con papà e mia sorella Alice. Ma non ti ho mai visto.”

   “Beh, sai, sono cuoco e la cucina è il mio regno. Difficile mettere la testa fuori durante le ore di maggiore afflusso.”

   “Pensa te, un cuoco! Deve essere un lavoro interessante. Quindi il Turtlèn è tuo?”

   “In pratica sì. Il proprietario è mio padre, che fa il sommelier. Mentre mia mamma lavora con me e mia zia in cucina. E’ un ristorante a gestione familiare e da un paio di decenni va alla grande.”

   “Non vedo l’ora di tornarci e assaggiare le tue specialità.”

   “Oh, spero di vederti presto. E tu cosa fai?”

   “Studio alle Magistrali di San Lazzaro. Sono al quarto anno. Voglio fare la maestra.”

   “Ti ci vedo. La maestrina più bella del Bolognese!”

   A quel punto Maria mi prese in contropiede. Avvicinò la sua sedia alla mia (eravamo a un tavolo appartato del giardino estivo del Gang Bang) e mi diede un bacio appassionato. Le nostre lingue guizzarono veloci, duellando bramose l’una contro l’altra. Quando dopo un tempo che mi parve non tempo ci staccammo ero frastornato. Anzi no, ero innamorato.

 

 

   Le settimane successive confermarono quella sensazione iniziale: ero davvero innamorato. Cotto. Passai l’estate più bella della mia vita dove ebbi modo di conoscere bene la mamma di Maria, che si chiamava Rachele ed era sensuale come la voce che mi aveva risposto la prima volta che chiamai a casa la figlia. Non impiegai molto a diventare il compagno di giochi preferito della sorella Alice e una specie di nipote acquisito per i due nonni. Divenni in breve uno di famiglia e quell’agosto convinsi senza fatica Rachele a portarmi la figlia in vacanza una settimana all’isola d’Elba. Fu qui che feci l’amore per la prima volta con Maria, nonostante fossimo insieme da diverse settimane. Lei era vergine e voleva sentirsi davvero pronta prima di quel passo così importante nella vita di una donna ma anche di un uomo. Io avevo perso la verginità un paio d’anni prima con Annalisa detta Ninfogirl, viso noto ma soprattutto bocca nota in tutto il Paesello. Con lei avevano perso la verginità anche Banana, Turkylmaz e Rutto.

   La prima volta con Maria fu splendida. Ho sentito spesso dire che per la donna non è il massimo. Per lei… per noi, lo fu. Eravamo nella camera del residence di Porto Azzurro dove allogiavamo e tornati da una cenetta romantica sul porticciolo, cominciammo lentamente a spogliarci l’un l’altra. Una volta nudi adagiai Maria sul letto e mi presi tutto il tempo di questo mondo, tanto non ci correva dietro nessuno. La leccai dal collo ai piedi, indugiando sui capezzoli scuri e appuntiti, le carezzai dolcemente l’interno delle cosce e le curve sinuose del sedere scultoreo; mi ubriacai con tutti e cinque i sensi  di quel corpicino estatico, poi le alzai le gambe, penetrandola dolcemente. “Ti amo da impazzire Maria” le dissi. Il ritmo dei miei colpi rimase costante fino a quando sentii il suo corpo contrarsi e la sua bocca sussurrare quasi spaventata gemiti di piacere. Venni anch’io in un orgasmo dirompente.

   Quella sera lo facemmo altre tre volte e ogni volta era meglio della prima. La nostra settimana trascorse così: un paio di ore di spiaggia il pomeriggio, poi chiusi in camera fino al pomeriggio dopo. Tornammo a casa felici e innamorati come in un film.

 

 

   Maria era la mia prima storia seria. Non mi ero mai sentito così bene con una ragazza, con lei vivevo in una specie di limbo e ripensandoci non sono mai più arrivato a sfiorare così da vicino la felicità totale nella mia vita. Veniva spesso con i nonni, Rachele e Alice a mangiare al Turtlén e io davo il meglio di me nel preparare piatti deliziosi. Ogni domenica andavo io a pranzo a casa sua, e la nonna si divertiva a cercare di scopiazzare le mie ricette, ottenendo spesso risultati tutt’altro che entusiasmanti.

   La favola finì in modo traumatico una sera di dicembre. Tornando dal ristorante verso la mezzanotte di un sabato sera, mi ero fermato a casa di Maria per lasciarle uno sformato di formaggio che ritenevo una delle mie migliori specialità. Sapevo che la mia ragazza era a casa di amiche a fare un pigiama party, ma ero d’accordo con lei che l’avrei lasciato alla madre. Alice e i nonni erano in montagna a trascorrere qualche giorno sulla neve. Suonai al citofono.

   “Ciao Mango, sali pure” rispose Rachele con quella sua voce provocante.

   “Accomodati pure sul divano” disse dal bagno una volta entrato. “Io mi do una rinfrescata e sono da te.”

   Dire che Rachele era una bella donna sarebbe sminuirla. Rachele era una donna da sogno: mora, alta, con un seno piccolo ma modellato su un corpo ben proporzionato, lo sguardo magnetico e il fascino della donna che sa di poter rendere un qualsiasi uomo il suo zerbino. Nonostante fossi innamorato perso di Maria e mi ritenessi assolutamente fedele, avevo spesso fantasticato sulla mammina quarantenne che dimostrava sì e no venticinque anni.

   Mentre aspettavo sul divano, Rachele si presentò in vestaglia con due gin tonic in mano. Iniziammo a parlare della mia relazione con Maria che filava a gonfie vele, dei nostri progetti, dei sogni, eccetera. Rachele era seduta davanti a me e la corta vestaglia metteva a nudo le sue gambe abbronzate da qualche seduta di raggi uva. Ogni tanto mi cadeva l’occhio ma cercavo di rimanere concentrato su quello che dicevo e che mi diceva. Finito il primo gin tonic ne preparò altri due e quando ritornò dalla cucina, questa volta si sedette al mio fianco.

   “Posso fumare?” chiesi nervoso.

   “Certo. Te ne prendo una.”

   Fumammo per un po’ in silenzio, poi i nostri sguardi si incrociarono e fu l’inizio della fine… L’impulso fu improvviso e non riuscii a dominarlo: allungai il collo e la baciai aspettandomi un ceffone carico di conseguenze disastrose. Invece Rachele ricambiò con passione affondando la lingua nella mia bocca. Poggiai una mano sulla sua coscia e cominciai a carezzarla. Si aprì la vestaglia rivelando il suo irresistibile corpo nudo, poi scese a sbottonarmi i pantaloni mentre io mi ero stravaccato sul divano. Prese in bocca il mio pene turgido e lo leccò con bramosia, lavorando con esperienza alla base del glande, scendendo delicatamente alle palle per poi risalire rapida in punta. Non volevo venire a quel modo, così la tirai su per i capelli e me la misi cavalcioni succhiando avidamente dal suo seno. Cominciò presto a gemere dicendomi cose che non mi sarei mai aspettato da lei, ma che mi fecero eccitare ancora di più.

   “Dai sfondami mio bel puledrino! Dai spacca la figa a questa vecchia giumenta in calore… Uh, sì… dai… dai…”

   Maria entrò mentre l’orgasmo della madre era all’acme e io, tirato fuori in fretta il mio pene dalla sua vagina, le venivo sulle tette.

 

 

   Non entrò materialmente, entrò nella mia mente, con un fragore esplosivo. Mentre giacevo sul divano con Rachele sudata e ansimante al mio fianco, ebbi un attacco di panico. E adesso?, mi dissi.

   “E adesso?” chiese Rachele.

   “Che cazzata abbiamo fatto!”

   Passammo diversi minuti in silenzio, poi di punto in bianco la mamma di Maria scoppiò in un pianto a dirotto, con singhiozzi che facevano tremare il mio braccio destro, braccio al quale era letteralmente aggrappata. Ricordo che provai una ventata di dispiacere per lei, perché mi resi conto di quanto dovesse sentirsi sola, nonostante avesse due figlie meravigliose, genitori su cui fare affidamento e un lavoro importante come manager di un’azienda. Da troppo tempo l’amore di e per un uomo latitava nella sua vita. Circostanze particolari ci avevano portati a quella situazione, dove una donna indebolita per mancanza d’amore si era lasciata andare travolta dalla debolezza di un ragazzo immaturo che ancora non conosceva il valore vero dell’amore.

   “Senti Manuel.” Di solito mi chiamava Mango; quel Manuel era già un segnale delle macerie che aveva lasciato il terremoto. “Cerchiamo di dimenticare questa sciagurata notte, ok? Io non so come potrò più guardare negli occhi mia figlia, ma dobbiamo fare il possibile per cancellare questa follia.”

   “Sono d’accordo. Non sarà facile. Non so se sarò così bravo a mascherare l’accaduto nei miei comportamenti futuri. E comunque ti chiedo scusa. Se non fossi stato io a…”

   “Sarei stata io! Non metterti ulteriori paranoie, quello che è accaduto è accaduto perché l’abbiamo fatto accadere in due. Le persone fanno tanti sbagli nella vita, sapessi quanti ne ho commessi io. L’importante è trarre insegnamento da questi sbagli…”

   “Già.”

   Mi misi a sedere poggiando i gomiti sulle ginocchia e affondando le mani nei capelli, mentre Rachele fumava nervosamente una sigaretta. Il silenzio stava parlando per noi.

   “Allora vado” dissi.

   “Ciao Manuel. E non tradire mai mia figlia.”

 

 

   La storia con Maria durò ancora tre o quattro mesi. Inutile dire che il nostro rapporto cambiò dopo l’incidente con Rachele. Divenni scostante, nervoso, a volte persino sgarbato. Eppure le volevo un bene dell’anima. La mia sensibilità aveva subito un danno irreparabile tradendo la mia ragazza con sua madre; facevo fatica a sostenere il suo sguardo e cominciai a diradare le mie presenze a casa sua. Anche se non me lo disse, so che Rachele mi fu grata per questo, ma Maria soffriva e io molto più di lei. Mi buttai a capofitto nel lavoro e cercai un palliativo nell’alcol. Passavo le giornate a inventare nuove specialità da proporre ai clienti del Turtlèn e una volta chiuso il ristorante, filavo al Gang Bang a ubriacarmi. Quando mi accorsi che le strade erano solo due, e cioè raccontare tutto a Maria o lasciarla, optai per la seconda perché per quanto una figlia possa essere intelligente e incline al perdono, non potevo immaginare il danno psicologico che una simile rivelazione avrebbe avuto su una ragazzina di diciassette anni innamoratissima di me e che stravedeva per la madre.

   “Non sono più sicuro della nostra storia, ho bisogno di stare da solo per un po’” dissi a Maria una sera dopo che avevamo fatto l’amore a casa mia.

   Eravamo a letto. Lei sorrise come se si aspettasse quella notizia da un momento all’altro.

   “Sei cambiato Mango, lo so che da un po’ di tempo a questa parte le cose tra noi non vanno più bene, ma io ti amo, lo sai. E io so che tu mi ami. Se hai qualche problema, di qualsiasi cosa si tratti, possiamo parlarne. L’amore serve anche a questo. Cosa c’è che ti turba Mango, vuoi dirmelo?”

   “Non c’è niente Mary…”

   “Mi tradisci?”

   Qui ebbi un tuffo al cuore; sperai di non arrossire per non insospettirla ulteriormente, ma quando mi resi conto che stavo cambiando colore reagii con violenza.

   “Non dire cazzate dai” dissi respingendo le sue coccole sotto le coperte.

   “Sai Mango, io credo di conoscerti abbastanza bene e non credo che tu mi tradiresti mai, anche se potrebbe capitare a chiunque. Credo anche che probabilmente non ti perdonerei. Ma credere non è sapere. Io so solo che ti amo. So anche che così non possiamo continuare.”

   Un groppo mi stava salendo in gola; nonostante cercassi di controllarmi gli occhi mi si inumidirono e le guance mi si rigarono. Rimasi in silenzio mentre Maria si rivestiva.

   “Come vuoi amore” disse infine. “Come vuoi…”

   Mi alzai dal letto. Ci abbracciammo e Maria cominciò a piangere, singhiozzando proprio come la madre quella sera maledetta sul divano. La strinsi forte ma non ebbi il coraggio di dirle che la amavo. Era vero, ma dirglielo mi sembrava la cosa più ipocrita che potessi fare in quel momento. Mi baciò sulla guancia e scappò via, lasciandomi per sempre solo.

 

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